Lorde | Melodrama

by Federica Di Gaetano

Voto:

B
Crescita

Ogni volta che pubblichiamo una recensione, a noi dello staff di NoisyRoad viene chiesto di scegliere una parola che, nel complesso, possa descrivere l’album di cui abbiamo parlato. Nel caso del disco in questione mi sono trovata in difficoltà, perché più cercavo di sforzarmi nel trovare qualcosa di ricercato, più nella mia mente frullava l’unico aggettivo che, fin dalle scuole elementari, ci viene ripetuto di evitare: bello.
Perché si, a mio parere Melodrama (Republic Records), il secondo lavoro della cantautrice neozelandese Ella Maria Lani Yelich-O’Connor, conosciuta al grande pubblico come Lorde, è un disco bello, senza se e senza ma. Lo abbiamo atteso tantissimo, infatti arriva a ben quattro anni di distanza dalla pubblicazione di Pure Heroine (Universal), che trainato dal singolo tormentone “Royals”, portò una ragazzina di appena sedici anni a dominare le classifiche mondiali.

Writing Pure Heroine was my way of enshrining our teenage glory, putting it up in lights forever so that part of me never dies, and this record – well, this one is about what comes next. The party is about to start. I am about to show you the new world.

Un successo non solo commerciale, ma anche a livello di critica, tanto che David Bowie (uno dei più grandi artisti mai esistiti, quindi non un parere da poco) arrivò a definire Lorde “il futuro della musica”, mentre il Time l’ha inserita nell’elenco degli adolescenti più influenti al mondo.

Melodrama è il titolo perfetto per un disco del genere, in cui gioia e sconforto si bilanciano perfettamente, così come avviene nell’animo di una ragazza che è poco più che adolescente e si ritrova ad affrontare la fine della sua prima, importante, storia d’amore, senza però mai risultare stucchevole.
Affiancata da un team di produttori composto in primis da Jack Antonoff, chitarrista dei Fun e frontman dei Bleachers (oltre che da Frank Dukes, Kuk Harrell, Flume, Andrew Wyatt e Malay), in questo disco Lorde dimostra che fare un disco pop di altissima qualità, nel 2017, è ancora possibile. Lasciate da parte le influenze dream pop che avevano caratterizzato il lavoro precedente, si da spazio a un pop più “démodé”; utilizzo questo aggettivo, forse un po’ infelice, per indicare un genere più di stampo anni ’90, privo delle contaminazioni con l’elettronica più commerciale, invadente e pesante, o con il rap (che in questi anni vanno per la maggiore).  Proprio poiché si tratta di un pop più classico, è Melodrama è un disco a cui ci si affeziona subito e che non rischia di stancare dopo pochi ascolti.
L’album si apre con
“Green Light”, il primo singolo estratto, che è decisamente differente da tutto ciò a cui l’artista ci aveva abituati precedentemente; si tratta di una ballad in cui si mescolano dance ed elettropop, in cui la protagonista cerca di affogare in una serata fuori, seppur con scarsi risultati, il dolore per una relazione ormai arrivata al capolinea. Determinato, potente, incazzato (“Thought you said that you would always be in love. But you’re not in love no more. Did it frighten you?”), è già considerato uno dei pezzi pop migliori dell’anno.

In “Sober”, in cui a fare da padroni sono i fiati e le percussioni, troviamo un verso particolarmente interessante: “We pretend that we just don’t care, but we care”. Tutta la canzone ruota attorno a questo concetto, tanto che l’intero disco dimostra quanto, in realtà, a Lorde importi.  Abbiamo poi “Homemade Dynamite”, che personalmente trovo essere il brano meno convincente di Melodrama, sia a livello musicale, sia per quanto riguarda il testo (“I’ll give you my best side, tell you all my best lies”).
L’ossessione amorosa di Lorde si rivela pienamente in “The Louvre” (“I am your sweetheart psychopathic crush”), caratterizzata da una splendida chitarra in apertura; qui l’artista rivela
 di notare ogni minimo comportamento attuato dal proprio ragazzo, partendo dai movimenti fino ad arrivare all’uso della punteggiatura: un atteggiamento comprensibile, ma comunque piuttosto inquietante. 

In questo disco c’è anche posto per le ballate, in cui possiamo ritrovare a pieno la bellezza e la classe della voce di Lorde, accompagnata da un delicatissimo pianoforte: “Liability”, che presenta una delle strofe più toccanti e al contempo angoscianti dell’intero album, ovvero:

“The truth is I am a toy
That people enjoy
‘Til all of the tricks don’t work anymore
And then they are bored of me” 

e “Writer in The Dark, dove l’artista traccia un resoconto della propria storia d’amore, delineando un percorso che parte dal bisogno di piacere al proprio ragazzo (“Sorry I was never good like you. Did my best to exist just for you”) e, passando per la rottura della relazione e per il desiderio di vendetta (“I’ll find a way to be without you, babe), arriva al superamento della situazione e della necessità di pensare a lui (“I let the seasons change my mind. I love it here since I’ve stopped needing you”). Lorde appare decisamente matura, benchè non del tutto consapevole di quanto questa storia sia riuscita.
Questa relazione naufragata fa da padrona anche in “Hard Feelings / Loveless”, in cui però c’è anche spazio per esplorare i pensieri di Lorde sulla sua generazione (“We’re L.O.V.E.L.E.S.S Generation”).
“Supercut” è, musicalmente, il pezzo più dance e spensierato, nel quale ricorda tutto i momenti belli passati con il suo ex ragazzo a cui, nonostante tutto, si sente ancora terribilmente legata (“We were wild and fluorescent, come to my heart”).

Si passa poi per “Sober II (Melodrama)”, che ci introduce in una nuova ottica: le emozioni e la confusione provate dall’artista non possono essere separate dal suo status di celebrità (“All the glamour and the trauma and the fuckin’ melodrama”). La vita privata, con le sue complicazioni, diventa pubblica e, così, i drammi personali si ingigantiscono diventando sempre più ingestibili. Nel reprise di “Liability”, Lorde fa pace con se stessa, realizzando di non essere un totale fallimento e smettendo di colpevolizzarsi per la fine della relazione (“But you’re not what you thought you were”).

https://www.instagram.com/p/BUznIw0BqTY

L’album si conclude con “Perfect Places”, che riassume perfettamente l’essenza di Lorde (“I’m 19 and I’m on fire”). Sebbene la cantante abbia dichiarato sia stata ispirata da un’ondata di caldo estivo, un significato meno letterale della frase potrebbe riferirsi all’agitazione e al fermento tipico della sua età. In questo brano, troviamo una delle diverse immagini macabre che compaiono nel disco (“I’ll blow my brains out to the radio”) per manifestare il desiderio di esprimersi liberamente e la consapevolezza dell’influenza che le sue opinioni hanno, dato il vasto numero di persone che possono raggiungere.

 

 

Per concludere, Melodrama era, senza ombra di dubbio, uno dei dischi più attesi del 2017 e non ha assolutamente deluso le aspettative. Giunta alla soglia dei vent’anni, Lorde è cresciuta e ha confezionato un lavoro completo, che riesce a portare a termine la sperimentazione che in Pure Heroine mancava e che presenta tutte le caratteristiche che l’indie pop dovrebbe avere (“But I hear sounds in my mind. Brand new sounds in my mind” canta in Green Light).
Presto Lorde partirà con il suo “Melodrama tour” che, per la prima volta, farà tappa anche nel nostro paese, con un’unica, imperdibile data in programma il 12 ottobre al Fabrique (Milano).
Noi di NoisyRoad ci saremo e non vediamo l’ora!

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: