Sul finire del 2024 Clari Freeman-Taylor, cantante e chitarrista dei mary and the junkyard, cantava in maniera nostalgica che non era mai stata in California né ci sarebbe mai voluta andare. Accompagnata dal basso dell’amica Saya Barbaglia - che conosce da quando si incontrarono a un campus di musica classica a tredici anni - e dal batterista David Addison, ispirandosi alle scene viste nei film, dava corpo e suono ai sogni di chi, nato in un piccolo villaggio nel nord di Londra, ha come unico modo per immaginare il proprio futuro, quello di arrampicarsi sugli alberi. Sebbene il sogno americano oggi appaia più sbiadito che mai, rimane pur sempre un simbolo chiaro.
I mary and the junkyard, nemmeno un anno dopo sarebbero davvero finiti, imbarazzati, a suonare quel brano proprio in California. E poi a New York, dove sono stati ospitati da Todd Eckert e Marina Abramović, prima di iniziare a registrare il loro primo album Role Model Hermit.

Rispetto al loro EP di debutto this old house, trainato dal singolo ghost in cui Clari si immaginava come un fantasma che si trascina invisibile tra gli sguardi assenti di amici e conoscenti, il loro esordio in formato full lenght sembra paradossalmente un ritorno al passato. È assurdo, trattandosi appunto di un primo album. Tralasciando l’incipit cupo e minaccioso Mantra III, brano dopo brano, i sentieri dei boschi che Clari ha imparato a conoscere da bambina, insieme alle storie che li animavano, emergono sempre di più. Non è un caso che una primissima versione di Candelabra il trio la registrò proprio in mezzo a un bosco, molto prima di sapere che sarebbero diventati una band a tutti gli effetti.
La versione che ascoltiamo oggi, con l’arpeggio di chitarra delicato che ricorda i Big Thief e la voce che sussurra la melodia - quasi che hai l’impressione che la band si stia esibendo al tuo fianco - è stata prodotta come il resto del disco da Oly Bayston che ha compiuto un lavoro egregio nel rendere lineari strutture complesse, dove si inseriscono spesso la viola o il violoncello suonati da Saya.

Role Model Hermit, nel suo essere ermetico e sorprendente a ogni ascolto, non spinge l’ascoltatore immediatamente in territori sconosciuti. La copertina con protagonista Clari Freeman-Taylor - che indossa protesi e barba finta per assomigliare al protagonista del brano conclusivo Mouse - ricorda la fotografia di The Lighthouse di Robert Eggers e, come i suoi film, unisce sentimenti moderni al folklore in modo graduale. Prendendo le certezze, annebbiandole, incrementando il suono sinistro e malinconico degli archi, fino a disintegrarle.
Blood inizia con un arpeggio e una melodia appena accennata che si svela ascolto dopo ascolto. Un materasso è il territorio dove conoscersi. Mentre quell’unica macchia di sangue che compare nella prima strofa rimane in testa come le note di chitarra elettrica. L’amore rende nudi canta Clari, prima che segua l’ancora più distorta Seek and Destroy. I retropensieri e le paure prendono il sopravvento: «I don't have the body or the mind to stay out tonight / I'm already halfway home / Think I fantasise and fantasise about / All that could go wrong». E mentre nel ritornello emerge la parola Alive, il batterista David Addison si cimenta in un accenno di growling. Da questo brano che ricorda la ruvidezza della PJ Harvey degli anni Novanta, si inizia a intravedere davvero nel mondo dei mary in the junkyard.
Il corpo rimane la costante. New Muscles, ispirata all’iscrizione in palestra del batterista, ha una sezione ritmica irresistibile che dà il la a una sorta di danza macabra. La voce di Cari alterna spoken e falsetto in modo magistrale e i doo-doo-doo-doo settano il mood per l’entrata definitiva nei boschi inglesi. Il violoncello che subentra nel ritornello e che accompagna anche il basso nelle strofe è da brividi.

«I've spent so long in my cocoon / And now I'm fully formed» fa da eco a uno dei versi centrali di Crash Landing. Qui il trio gioca con l’armonium e i droni, costruendo il pezzo più sperimentale di Role Model Hermit. «You opened up like a coconut» canta Clari entrando nel territorio vocale di Sue Tompkins dei Life Without Buildings. Torna ancora quell’inadeguatezza nei confronti del mondo, spesso espressa da quella paura di uscire e abbandonarsi ai sentimenti che emerge anche in questo testo.
Prima di addentrarsi nella sezione del disco più ermetica, c’è spazio anche per un pezzo indie rock come Myrtle. La presenza-assenza del corpo stavolta ha un nome e la scrittura narrativa prende il sopravvento. La successiva Peter the Dog completa la suggestione sospetta: il tono cronachistico, seppur surreale, ricorda lontanamente quello di Karly Hartzman dei Wednesday, ma stavolta il ritmo spensierato è figlio di quell’art-rock tipicamente british. Welcome Break entra addirittura nel territorio dei Radiohead con un arpeggio di chitarra in minore e una melodia che diventa ancora più centrale, segnando il passaggio dal mondo cittadino a quello naturale. Le luci della città illuminano i cespugli donando uno scorcio mistico e divino, oltre che uno dei momenti migliori del disco.
I mary and the junkyard sono stati la band d’apertura di altri artisti per diverso tempo al Windmill di Brixton, prima di diventarne una delle punte di diamante. Il trio ha anche aperto i concerti delle Wet Leg nel 2025. Qualcuno iniziando ad ascoltare Role Model Hermit, potrebbe chiedersi cosa c’entrino con quel tipo di sfacciataggine. A livello lirico poco, di sound forse ancora meno. Tuttavia, il coraggio con cui costruiscono certi passaggi, è persino maggiore e ce l’hanno sempre avuto (andatevi a riascoltare tuesday).

In termini di audacia, Thou Shalt Sprout già dal titolo lascia intendere il tipo di strada intrapresa a livello stilistico e lirico. Le percussioni introducono un ritmo tribale sul quale si appoggia il cantato quasi a cappella di Clari, prima che subentri il violoncello di Saya. Se la copertina era The Lighthouse, qui siamo nel mondo medievale di The Witch, ma senza streghe e demonio.
Il racconto, perché di una storia vera e propria si tratta, è narrato dal punto di vista di una madre povera che deve sfamare sua figlia. Il marito, dopo aver rubato della frutta al mercato viene minacciato dal commerciante. Si addormenta col terrore che gli vengano tagliate le mani per punizione e di non poter più suonare il pianoforte. Di pari passo con il mood drammatico della musica, il giorno successivo il padre di famiglia viene sorpreso a rubare da un contadino che lo seppellisce vivo. La metamorfosi in pianta da frutto è un lieto fine ambiguo, ma emozionante.
You fed me forever
Our daughter grew big and strong
I told her the story
Of her father's care
Il tono folkloristico si riversa nel finale Mouse. Concepita e ideata durante un viaggio in Islanda di Clari che ha rivelato di essere rimasta ossessionata dall’oceano. Questo le ha stimolato ancora una volta l’immaginazione (o la memoria?). La frontwoman, che in una vita precedente ricorda di essere stata un pescatore, immagina di riconnettersi con l’anima del topolino che teneva sempre in tasca, trasmigrata in una forma di vita umana. Un incontro che prende forma con un alt-folk che evolve in modo sempre più orchestrale, dando vita all’unico crescendo dell’album che si apre davvero. Un finale cinematografico che prepara il campo agli ultimi versi quasi recitati.

Role Model Hermit è un album che, nonostante scelte sonore e arrangiamenti peculiari, tra arpeggi di chitarra, il lavoro certosino con viola e violoncello di Saya Barbaglia e i ritmi cadenzati di David Addison, dà sempre l’impressione di essere spontaneo. È forse la qualità principale dei mary and the junkyard, oltre all’originale vocalità di Clari Freeman-Taylor. Merito probabilmente degli anni di preparazione. Anche se l’EP d'esordio del trio inglese non ha nulla da invidiare a questo disco che ne espande ancora di più certi indizi. La capacità della band di risultare accessibile pur essendo profondamente ermetica e mistica è un ulteriore punto a favore.
L’ispirazione è notevole e non ci sono segmenti non essenziali, come era accaduto per il magnifico This Could Be Texas degli English Teacher del 2024. Anche questo rientrerà di certo tra i migliori debutti e, perché no, forse anche tra gli album dell’anno. Ah, e i tre stanno già scrivendo il secondo.