MGMT | Little Dark Age

by Fort

Voto:

B-
Equilibrato

Fino a un mese fa, avevo una relazione strana con gli MGMT.
Sono stata una delle prime band fuori dal pop convenzionale a farmi innamorare, una delle prime band a farmi pensare “non ho mai sentito questi suoni ma non ho bisogno di altro nella mia vita”.
All’epoca “ascoltavo” musica in modo distratto, guardando MTV (inserire qui battuta su MTV che non fa più musica) e ascoltando la radio.
Ho passato un’estate a consigliare Kids ai miei amici, discriminando senza vergogna quelli a cui non piacesse, pensando di essere così alternativo (sento una voce da lontano dire “non sei cambiato così tanto” – non ha tutti i torti).
Ma come succede spesso, l’estate insieme al bel tempo si era portata via pure il mio amore per gli MGMT. Che ne potevo sapere io della natura ironica di Time to Pretend, della grande cultura musicale di Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser, della strada che aveva portato gli MGMT al successo?

La mia conoscenza di tutto ciò è rimasta più o meno la stessa per anni – inesistente; ho snobbato Congratulations e MGMT (terzo album) aspettandomi le melodie da fischiettare e rimanendo costantemente deluso: “gli MGMT sono diventati una merda, non perdo neanche tempo ad ascoltarli”, pensavo.
Quanto mi sbagliavo.

Un mese fa, approcciando l’uscita di Little Dark Age, ho voluto colmare le mie lacune in MGMT-ologia e ho ricominciato ad ascoltare tutti e tre gli album, diligentemente in ordine.
Ho scoperto un mondo, e se pensi che i veri MGMT siano quelli di “Control yourself, take only what you need from it”, ti sbagli.
Se sei deluso dall’album e/o dai singoli che hai ascoltato, ti farò cambiare idea, ma dobbiamo andare con ordine.

Oracular Spectacular: uno scherzo diventato un successo mondiale

Partiamo da Oracular Spectacular: i famosi due singoli (Time to Pretend e Kids) sono dei pezzi pazzeschi, che adoro alla follia ancora oggi, ma non rappresentano gli MGMT.
E lo si capisce già ascoltando il resto dell’album: le altre tracce hanno poco/niente a che fare con loro, e probabilmente anche tu avrai avuto l’esperienza di rimanere deluso, quando dopo aver scoperto gli MGMT sei andato ad ascoltarti l’album intero senza trovare altri pezzoni pop.

Andrew e Ben hanno passato il college a suonare live con occhiali da sole, champagne e mantelli prendendo per il culo la cultura pop (anche nel loro nome originale, “The Management”). Time to Pretend e Kids sono state scritte con quell’intenzione, come canzoni eccessivamente pop, non per forza come prese per il culo, ma comunque con una forte componente ironica e ben consapevoli di ciò che stessero facendo:

[Ben] We would sit and make up these weird little electronic loops, play them live and do silly things over the noise. We didn’t sing at that point. Then at some point we decided to start writing pop songs, kind of as a joke, so the whole thing wasn’t that serious to start off, it’s still not
[Andrew] They weren’t joke songs necessarily…
[Ben] No, just the idea of pop was a joke to begin with. The whole ‘Management’ thing was to do with the whole corporate idea. Our goal was to sell out as quickly as possible. We thought it would never really happen and then it kinda did!
[fonte]

 Qui invece Andrew, riguardo Oracular Spectacular

[Andrew] We couldn’t write a whole album of joke songs, so that’s when we started transitioning into what music we would really want to make and play for people. That was a big turning point.
[fonte]


Secondo e terzo album: i veri MGMT

Congratulations è stato il primo vero album in cui la band si è espressa liberamente, senza pensare a melodie orecchiabili e festival anthem. Il risultato è stato allo stesso tempo strabiliante e frustrante: strabiliante perché è un gran bell’album (per quanto mi riguarda, il loro migliore, nonché uno degli album più sottovalutati degli ultimi 10 anni). Ma frustrante per la band: la maggior parte della gente (e della critica) non li ha capiti. Il pubblico si è diviso tra chi è rimasto deluso aspettandosi repliche dei famosi singoli, e chi era convinto che Congratulations fosse l’ennesimo scherzo della band, la fine di una grande presa per il culo cominciata con mantelli e champagne al college.

Con queste premesse è più facile capire il perché di MGMT, il terzo album, così inaccessibile e diciamocelo, a tratti brutto.
Gli MGMT avevano bisogno di dimostrare che quelli erano i veri Andrew e Ben, lo hanno evidenziato intitolando l’album con il loro nome, l’hanno fatto a discapito delle vendite. Se avessero potuto, l’album lo avrebbero chiamato “Fuck you, this is really us”, probabilmente.

E con le stesse premesse, è possibile apprezzare e capire a pieno Little Dark Age, e perché i due in recenti interviste abbiano dichiarato che “non sono mai stati così eccitati di essere parte della band”.

Il grande scherzo è passato, si sono spiegati a dovere, e ora hanno avuto il modo (e il tempo – quasi 5 anni) di fare un album senza sassolini nelle scarpe.
E allora mettiamoci le cuffie e ascoltiamolo.

 

Little Dark Age

Si parte con She Works Out Too Much. Dalle prime note si può sentire il sound che accompagnerà il resto dell’album: l’atmosfera è cupa, synth e basso la fanno da padrona.
Il pezzo, che magari non cattura l’attenzione al primo ascolto, è presto diventato uno dei miei preferiti dell’album: il ritornello è maledettamente catchy, e come sempre non manca la buona dose di sarcasmo, come in ogni lavoro degli MGMT.
La canzone è ispirata da Tinder (“I’m constantly swiping it, tapping, It’s never relaxing”) e oltre a prendere in giro la cultura dell’online dating, è anche autoironica: i due hanno 35 anni, e non sono più al passo con ciò che va di moda (“Don’t take it the wrong way / I can never keep up”).
Il tutto è condito dalla voce femminile che – quasi come un’istruttice di fitness negli anni 80 – dà istruzioni da seguire.E non è un collegamento casuale: di anni ’80 quest’album ne è pieno come una spugna, influenzato da Talking Head, Depeche Mode, New Order e Prince.
Nella traccia è presente anche Ariel Pink (lo ritroveremo più avanti), che suona i synth e fa anche le voci di sottofondo.

Little Dark Age è un ascolto familiare: è stato il primo singolo, pubblicato addirittura 4 mesi fa – forse per evitare di non mantenere la promessa di nuova musica per il secondo anno di seguito.
Il pezzo è il più lungo dell’album (5 minuti), e in questo caso il testo invita ad aprirti, non nascondere quello che stai provando (“I know that if you hide It doesn’t go away”). Il significato non è esplicito, ma io lo interpreto come un messaggio a chiunque soffra di depressione o problemi in generale.
“Little Dark Age“ significa piccolo medioevo, e se nel contesto dell’intero album il significato di medioevo è più legato alla situazione socio-politica che stiamo vivendo – tra gli estremismi in salita e la dipendenza dalla tecnologia – in questa traccia è più un medioevo personale, un periodo di difficoltà che tendiamo a nascondere. Ma in entrambi i significati c’è speranza: è un medioevo piccolo, ovvero passeggero.
Il tema della canzone è supportato dall’arrangiamento, con un verso quasi mono-nota, i synth sinistri, e il ritornello che offre boccate d’aria momentanee.

Si continua con When You Die, un altro pezzone (nonché secondo singolo uscito a dicembre): il riff ipnotico iniziale vale già la canzone, e nella traccia le chitarre hanno più spazio grazie anche ad Ariel Pink che ne suona una. Il cantautore americano ha anche contribuito al testo, nel verso che spicca più di tutti:

“Go fuck yourself / You heard me right /Don’t call me nice again”

Le parole non sono altro che una conversazione tra Andrew e Ben, sentita da Ariel e annotata velocemente.
Usarle come testo per la canzone è stato liberatorio per la band:

When I sang them, it was like, ‘Yeah, why not? Why can’t this be the lyrics?’ For me that was really liberating, rather than sitting there like a poet, scratching out lines for days, trying to find some deep, multiple-meaning thing

[fonte]

Un significato, comunque, il testo ce l’ha: la morte, come viene psichedelicamente rappresentato nel video.

 

E ora siediti, perché dobbiamo parlare di Me and Michael.
Quando è uscito come quarto singolo, pochi giorni prima dell’album, l’ho ascoltata con poco entusiasmo: sia perché non mi piace rovinarmi l’ascolto dell’album sapendo già metà canzoni, sia perché il pezzo non mi diceva molto.

Leggevo che nel contesto dell’album avrebbe avuto più senso, ma quello che mi mancava più di tutto era il contesto dietro alla canzone.
Nei giorni precedenti all’uscita del singolo sono apparse online due “cover”, una in russo, una in filippino, di Me and Michael. “Cover” tra virgolette, perché i due video fanno intendere che i pezzi siano originali.

I fan erano increduli: gli MGMT avevano debuttato la canzone live nel maggio del 2017, ma non esisteva nessuna versione studio. Che l’avessero rubata?

Beh, in un certo senso sì, ma per capirlo devi guardare il video (no spoilers!).

Sappiamo bene che gli MGMT prendono molto sul serio i loro scherzi, e per questa gag si sono superati: le due “cover” erano state commissionate proprio da loro, e sono due video che esistono veramente e sono stati prodotti interamente per lo scopo. Questo è quello russo e questa è la versione in filippino.

Se l’elaborata mossa di marketing non fosse abbastanza, c’è un ulteriore livello di assurdità nel tutto: il testo originale avrebbe dovuto recitare “me and my girl”, ma ritenendolo troppo monotono Andrew ha deciso di cambiarlo in “me and Michael“, rendendola una canzone praticamente senza un vero significato ma assolutamente geniale.

Proseguiamo con TSLAMP, acronimo che sta per “Time Spent Looking At My Phone”. La traccia riprende il tema generale dell’album, la Little Dark Age dovuta alla dipendenza dalla tecnologia, ed è allo stesso tempo un’autocritica e un commento sociale sull’uso smisurato del telefono, dalla mattina alla sera, in un modo così ossessionato che probabilmente neanche la morte potrebbe interrompere:

“Find me when the lights go down / Signing in and signing out / Gods descend to take me home / Find me staring at my phone”

La canzone trasmette musicalmente quello che spiega il testo, in un’inquietudine creata dal basso unito ai riff ipnotici di chitarra e il falsetto del ritornello.

La seconda metà dell’album si apre con James, uno dei miei pezzi meno preferiti ma che ha una storia divertente riguardo la sua creazione.
Andrew e Patrick (Wimberly, co-produttore insieme a Dave Fridmann) stavano provando una piccola dose di acido, quando si sono accorti che in realtà tanto piccola non era; Andrew è presto finito a urlare cose a caso riguardo il Pakistan per ore, finché Ben non ha fatto partire un loop ed è cominciato a crearsi qualcosa.
Avendo urlato tutto il giorno, Andrew ha cantato l’intera canzone in un registro bassissimo – l’unico che riusciva a sostenere – dedicandola a James Richardson, chitarrista che li accompagna in tour da anni e che nel pezzo suona il corno.

Days That Got Away è forse la canzone meno accessibile di tutto l’album, quasi completamente strumentale, in un misto tra psych rock e acid house, mentre One Thing Left To Try è quasi l’esatto opposto: voce in falsetto à la Empire of the Sun, melodia orecchiabile. Come nella traccia che dà il nome all’album, anche qui viene affrontato il tema della depressione e delle tendenze suicide, ma in una vena più positiva e speranzosa.

Anche When You’re Small affronta i momenti bui: dopo un’intro che mi ricorda quella di Feels Like We Only Go Backwards, la chitarra acustica supporta la voce di Andrew che canta gli alti e bassi della vita.
Per quanto sia bello l’arrangiamento finale, la traccia non mi ha particolarmente colpito.

Concludiamo con Hand It Over, terzo singolo e direttamente riferito a Trump (“The joke’s worn thin, the king stepped in”).
Il pezzo è una dolce ballad, che chiude l’album con un ritmo tranquillo e dreamy, così come in Congratulations, e ricordandone anche il sound.

Little Dark Age è l’album dell’equilibrio per gli MGMT: dopo aver evitato melodie pop, tra indigestione post-Oracular e testardaggine post-Congratulations, la band ha finalmente aperto la propria vena creativa senza limitarsi, creando un mix perfetto tra canzoni orecchiabili e pezzi più psichedelici e meno accessibili.
Fare pop non è un peccato, anzi, se i risultati sono quelli di Time To Pretend e Kids, è un peccato non farlo: è bello vedere che la band sia di nuovo a proprio agio e che non senta il bisogno di dimostrare niente.

Le canzoni sono più legate dal sound che dagli argomenti: se alcune toccano varie tematiche cruciali (politica, tecnologia, depressione) altre non hanno un significato particolare, anche perché non sono state scritte con l’idea di finire in questo album (Me and Michael, per esempio, sarebbe dovuta finire in un album futuro, più elettronico).
Ma non è un problema: con il dark synth-pop stile anni ’80 gli MGMT hanno creato un’atmosfera molto precisa e in cui puoi immergerti senza conoscere i testi. E il sound degli eighties si sposa perfettamente con le loro idee artistiche – forse anche perché da sempre la band è fan della musica di quel periodo.

In conclusione, Little Dark Age non è un album stratosferico, ma è un gran bel lavoro e soprattutto un gran sospiro di sollievo per chi pensava che gli MGMT fossero entrati in un tunnel e non fossero più capaci di creare canzoni da urlare ai festival: ci vediamo quest’estate, sotto a un palco, ad urlare “SOLID AS THEY COME”.

Non hai colto il riferimento? Ti avevo detto di guardare il video!
Fort

Ho passato metà della mia vita cercando di essere come gli altri, e l'altra metà per tornare ad essere me stesso.

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