Muse | Simulation Theory

by Giada Agnoli

Voto:

C+
Evoluzione

La cosa bella di non farsi aspettative è che quest’ultime non possono mai deluderti. Ed è proprio così che ho voluto vivere il nuovo album dei Muse, la band del Devon composta da Matthew Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme.

La domanda che mi sono posta dopo aver ascoltato più volte l’album è stata: in una scala da zero ad Origin Of Symmetry, che voto posso dare a Simulation Theory? Successivamente alla pubblicazione dei cinque singoli ero convinta della mia D. Ero sicura che fosse un album sconnesso, inutile, poco studiato e prodotto solo per accontentare il pubblico più mainstream e commerciale, diciamo il compitino a casa che le maestre ti affidavano e che tu eseguivi solo per renderle soddisfatte. Devo ammettere però che mi sono dovuta ricredere: non mi sarei mai aspettata che i Muse riuscissero a comporre questo “compitino” in una maniera così eccellente e non avrei mai scommesso un euro sul buon risultato generale del disco, ma, devo ammettere che anche questa volta ce l’hanno fatta.

Sul fatto che ai Muse piaccia cambiare, evolversi e sperimentare siamo tutti d’accordo: in ogni loro progetto discografico vengono infatti proposti sound differenti, ispirazioni particolari, sono messi in gioco strumenti musicali diversi e le tematiche trattate all’interno di ogni album sono a volte opposte e a volte complementari. Basti pensare a quanto l’elettronica di The 2nd Law sia diversa dal ritmo di Absolution, che a sua volta si contrappone alle dolci melodie di Showbiz. Insomma, quei tre del Devon in questi vent’anni anni non hanno fatto altro che cambiare radicalmente ogni loro sfaccettatura e Simulation Theory ne è un’altra chiara dimostrazione.

Ma andiamo con ordine: l’album è stato prodotto da Rich Costey, Shellback, Mike Elizondo e Timbaland, firmato dalla Warner Bros e da Helium-3, etichetta musicale fondata dagli stessi Muse nel 2006. Comprende undici brani, tutti corredati di un video (alcuni sono già disponibili su YouTube), la versione Deluxe ne prevede sedici, mentre la collezione Super Deluxe ventuno. In queste ultime due edizioni vengono inseriti alcuni pezzi live, alcune versioni acustiche e altre gospel.

L’album si presenta a noi con un artwork insolito: non era mai successo, infatti, che i Muse mostrassero i loro bei musi in copertina. L’artista artefice è Kyle Lambert, noto per aver realizzato le grafiche di Stranger Things (di cui Dominic, il batterista, è un grande fan), Jurassic Park, Jumanji, Super8 ed i processi di realizzazione di quest’opera grafica sono stati pubblicati sui canali social della band. Per quanto riguarda la versione Super Deluxe dell’album, invece, i Muse si sono affidati alle capaci mani di Paul Shipper (Avengers e Star Wars), che gliene ha disegnato una più “cinematografica” con l’obiettivo di ottenere un artwork simile ai vecchi poster dei film anni ’80. Ma perché proprio gli anni ’80? Chris, il bassista, ha confermato che l’album “è una sorta di viaggio lungo i binari della nostra memoria”, il racconto di come i Muse si siano voluti approcciare al mondo della musica all’epoca e di come quel periodo abbia plasmato il suono e l’immaginario del percorso del trio inglese.

Chi conosce un minimo la testa geniale del frontman, Matthew Bellamy, sa che in ogni suo progetto inserisce una tematica centrale che possa riflettere il mondo odierno. In Origin Of Symmetry si parlava di religione, in Black Holes And Revelation di politica ed in Drones di guerra. E nell’ultimo progetto invece che cosa ci viene proposto? In Simulation Theory Matt vuole trattare i temi della realtà virtuale e della realtà simulata, perché secondo lui le simulazioni stanno diventando qualcosa che fa parte della nostra vita quotidiana, sottolineando l’inevitabilità dell’avanzamento tecnologico. Quindi, mentre in Drones si criticava la tecnologia, in Simulation Theory la si cerca di accettare. Questa teoria si riflette anche nel sound dell’album, dove si utilizzano molti sintetizzatori e suoni elettronici. Le ispirazioni più “acustiche” non sono mancate alla band durante la produzione del disco e per questo motivo hanno voluto inserire nelle edizioni Deluxe alcuni versioni più classiche, come quelle gospel, per esempio.

Le undici tracce posseggono caratteristiche completamente diverse l’una dalle altre e, mentre le si ascoltano, non si può fare a meno di notare quanto alcune di esse siano molto scorrevoli, mentre altre del tutto sconnesse. Credo che questa problematica sia legata principalmente al fatto che per la prima volta i Muse hanno voluto adottare una strategia commerciale del tutto estranea: la pubblicazione di numerosi singoli a larga distanza, ognuno separato dagli altri. Il tutto è cominciato più di un anno fa con “Dig Down” e da quel momento ne sono stati rilasciati altri quattro. Strategia di marketing che inizialmente ha spaventato i fan, terrorizzati dal fatto che per la prima volta i Muse potessero dare meno importanza alle tematiche trattate all’interno dell’album e più ai singoli brani.

Per fortuna questo non è successo ed ora posso raccontarvi, traccia per traccia, Simulation Theory.

La prima non poteva che essere “Algorithm“, a parer mio la migliore tra tutte le undici (se la gioca con “Propaganda“). All’inizio ho pensato che fosse una traccia interamente strumentale, ma in realtà la calda voce di Bellamy entra solamente dal minuto e quaranta: un peccato ed un piacere allo stesso tempo, perché grazie a questa scelta stilistica riusciamo a goderci a pieno la parte musicale che alterna un mood apocalittico-claustrofobico al sound elettronico che caratterizza l’intero album.
A livello acustico, invece, si riconosce la presenza del pianoforte e della gran cassa della batteria, anche se i suoni di questi strumenti vengono coperti, per la maggior parte del pezzo, dalle nuove tecnologie adottate nella fase di produzione. Inoltre, ascoltando la versione alternativa del brano, presente all’interno dell’edizione Deluxe, mi sono chiesta se fosse migliore l’originale o quest’ultima, perché sono entrambe spettacolari e imparagonabili.

The Dark Side” è un brano fresco fresco, pubblicato il 30 agosto 2018 come secondo singolo ufficiale estratto dall’album. Il brano era atteso dai fan con parecchia trepidazione, perché i singoli pubblicati precedentemente non li avevano accontentati fino in fondo a causa dell’estrema sperimentazione di nuovi generi da parte della band. “The Dark Side” non delude, anche se, devo ammettere, il brano non mi convince al 100%. Il singolo mantiene i toni futuristici che caratterizzano il sound generale dell’album. Il video, a differenza degli altri, non possiede una trama elaborata, ma c’è Matthew che guida un’auto (che ricorda un po’ la De Lorean guidata da Micheal J. Fox in Ritorno al Futuro) inseguito da teschi giganti in una realtà virtuale. Alcuni frammenti del brano ci rimandano al sound di Absolution e in pochi passaggi anche all’intoccabile Origin Of Symmetry, anche se non vorrei osare troppo nel citarvelo. In ogni caso rimane una delle tracce migliori sia a livello strumentale che vocale dell’intero album. Vi consiglio inoltre la versione alternativa in cui emergono sonorità particolari ed uniche.

Ora tocca a Pressure”, rilasciato lo scorso 27 settembre e ultimo singolo estratto dall’album, reduce però di numerose anteprime pubblicate dai membri della band sui loro profili social. Matthew e compagnia, infatti, fecero felici i fan mostrando loro alcune foto del videoclip del singolo, in cui si evinceva un’atmosfera in completo stile Ritorno Al Futuro. Il trio non delude le aspettative e pubblica, a parer mio, uno dei video migliori sia di questo album, che della loro carriera (vi ricordo che il video di Panic Station era tanto trash quanto incantevole). La storia è ambientata in un classico stereotipo americano: il ballo scolastico del liceo. I presenti, inizialmente annoiati, cominciano a ballare e a divertirsi sulle note di “Pressure”, suonata sul palco dagli stessi Muse. Matt Bellamy si presenta agghindato proprio come Martin in Ritorno al Futuro. Questo riferimento cinematografico anni ’80 non è l’unico presente nel, infatti, la festa inizia a prendere una brutta piega quando dei criceti cavie si trasformano in mostricciatoli, seminando il panico tra i ragazzi (non vi ricorda un po’ l’immaginario de I Gremlins o la trama del film di fantascienza Critters?). Il video, diretto sempre da Lance Drake, vede come special guest star l’attore e sportivo Terry Crews (presente anche nella clip video di “Algorithm”), nei panni del preside del liceo che, oltre a presentare la band agli studenti come i Rocket Baby Dolls (il primo nome scelto dai Muse quando si formarono all’inizio degli anni ’90), risolve la situazione assieme ai Muse con una specie di fucile laser.

Con un titolo del genere, il brano non poteva che avere un testo “ansiogeno”, dove è proprio questo sentimento a dominare le note. Il soggetto protagonista delle strofe è sfinito, non vede vie di fuga o d’uscita e la pressione in lui continua ad aumentare fino al momento in cui ammette di non desiderare altro che essere lasciato inerme a terra.

Con l’uscita di Pressure, inoltre, i Muse hanno reso ufficiale il loro ritorno in Italia, parte di un immenso tour che toccherà numerose città europee: le tappe italiane scelte come mirino dalla band del Devon sono Milano e Roma, San Siro e Olimpico rispettivamente, sperando che lo show non deluda le aspettative (anche se sarà difficile superare il The 2nd Law Tour del 2013 e la sua mongolfiera a forma di lampadina sulle note di “Blackout”).

 

Con “Propaganda” i Muse, secondo il mio modesto parere, si sono messi come obiettivo quello di distruggere ogni loro ipotetica identità musicale creata nel corso della carriera, ma, in questo caso, a differenza di altri loro tentativi falliti da oltre vent’anni a questa parte, ci riescono alla grande, producendo il brano più interessante a livello strumentale. Ci propongono una quarta traccia che sembra un omaggio a Prince per certi aspetti: possiede una melodia quasi orientaleggiante, è calda, fredda, ansiogena e potente. In “Propaganda” c’è (quasi) tutto: c’è l’essenza Muse e nello stesso momento i Muse non esistono più. Il mio consiglio spassionato è di ascoltarvi la versione acustica di questo brano, capolavoro.

Il testo del brano sfiora il ridicolo, ma, a parer mio, l’originalità del sound che accompagna il “ritornello” in cui viene pronunciata più volte la parola Propaganda riesce a deviare la nostra attenzione dai lyrics e ci fa concentrare su questa melodia tanto particolare quanto inaspettata. Alcuni versi non sono del tutto da buttare nella spazzatura, come per esempio “I’m the ocean, you’re an oil slick now” che a me ricorda tanto la metafora contenuta in “Psycho” (Drones, 2015): “Your mind is just a program, and I’m the virus“.

Due giorni prima che uscisse l’album in maniera ufficiale, il leak del disco era già stato divulgato su molti canali social e quindi le tracce interamente spoilerate. Tralasciando i discorsi legati al rispetto verso gli artisti e pensieri riguardanti la legalità della musica ed alla protezione dei suoi copyright, è stato divertente leggere i commenti dei fan riguardo l’album e sfogliare i meme creati sulle canzoni. Ve ne riporto qui sotto uno che, a parer mio, rappresenta in maniera ottima il brano in questione:

 

Potevamo fare tranquillamente a meno della presenza nell’album di Break It To Me”, anche se non è la peggiore. Definirla non è facile, ma la parola che mi viene in mente è solo monotona. Il video, pubblicato insieme a quello di “Argorithm” pochi giorni fa, sembra la continuazione  della storia di “Pressure”, ambientata all’interno di un liceo americano. Il video di “Break It To Me” non merita di essere raccontato perché non presenta caratteristiche originali, oltre al mostro protagonista che balla la breakdance, ma, nel caso foste curiosi, lo trovate qui sotto.

“Something Human” è uscita il 19 luglio scorso e io mi ricordo quel giorno come se fosse ieri, purtroppo in negativo: era un rovente pomeriggio di luglio, pochi giorni prima si era chiusa la bella parentesi “Drones” con l’uscita nelle sale del film-concerto, ed io, ancora in trepidazione per lo spettacolo a cui avevo assistito, ascolto “Something Human”: schiaccio play e dopo solo un minuto la blocco, senza finirla, quasi disgustata (probabilmente mi ero fatta troppe aspettative a causa della splendida cover in acustico pubblicata dal frontman pochi giorni prima). Non mi era mai capitato con il mio amato trio del Devon di reagire in questa maniera, ma quel brano non sono proprio riuscita a reggerlo. Sentire il singolo all’interno del contesto generale dell’album ha cambiato il mio parere, anche se, nonostante tutto, lo considero tuttora il secondo brano più debole di Simulation Theory.

Nel video musicale, nel quale Bellamy compie un viaggio per consegnare una videocassetta ad un Blockbuster, quello che salta all’occhio è sempre lei, la componente dei riferimenti agli anni ’80, in questo caso Teen Wolf. La cosa che più apprezzo (e forse l’unica) del brano è il significato dato alla sua nascita dallo stesso Matt:

 

Il brano viene da quando sei un po’ stressato dall’essere in viaggio troppo a lungo. Appena si è concluso il tour (Drones World Tour) è nato Something Human, che è un brano più tenero, con i piedi per terra e semplice, un brano su come ci si sente ad essere stressati e desiderosi di tornare a casa per una vita più normale dopo essere stati in viaggio per un paio d’anni.

 

I Muse continuano sull’onda di mostri strani e licantropi e lo fanno con “Thought Contagion”. La canzone è stata presentata in anteprima su BBC Radio 1 e durante l’intervista la band ha dichiarato che è stata ispirata da Richard Dawkins, noto divulgatore scientifico, e dal concetto del meme (ditemi voi quali meme perché io rimango parecchio confusa a riguardo). Inoltre, secondo un’intervista rilasciata a Rolling Stones, il brano e il resto delle canzoni, sono nate guardando le news sui canali di informazione americani: “Thought Contagion” nello specifico, riguarda quindi le notizie nell’era di Trump.

Nel video le coreografie sono curate da Andrew Winghart. Coreografie? Essì, il video di “Thought Contagion” pullula di passi di ballo effettuati da una miriade di lupi mannari. Sembrava che il peggio fosse passato, invece no, perché i Muse toccano l’apice del trash con questa clip video che probabilmente vuole ispirarsi sia agli anni ’80 che a Thriller, ma di Michael Jackson, mi spiace dirlo, ha ben poco. Il trio del Devon ci propone una sorta di realtà che si confonde con un videogame (che si chiama appunto “Dig Down”) che trasforma gli esseri umani in vampiri o licantropi (perché averne solo uno quando li puoi avere entrambi?), che oltre a ballare in maniera imbarazzante, seminano il panico in questa strada tenebrosa.

“Thought Contagion” è un pezzo debole, con un ritornello poco orecchiabile e una struttura musicale incerta. Forte invece è la batteria di Dominic, strumento dominante nel singolo che scandisce il tempo alla perfezione.

Adesso però arrivano i dolori, perché detto francamente, vorrei far firmare al mondo una petizione sul fatto che “Get Up and Fight” sia ad oggi la canzone peggiore mai scritta e composta dai Muse. Sound esageratamente pop in stile One Direction o Thirty Seconds To Mars, struttura del brano banale, testo superficiale e soprattutto risulta improbabile posizionata in mezzo a due bei lavori come “Thought Contagion” e “Blockades”. Non credevo che i Muse fossero in grado di produrre un brano peggiore di “Something Human”, ma sono riusciti a stupirmi anche questa volta. Giudizio finale: BOCCIATA.

Ci riprendiamo dall’inascoltabile “Get Up and Fight” con “Blockades“. Brano che non può fare a meno di ricordarci Bliss, questa volta rivista in una chiave musicale più moderna. “Blockades” possiede due principali punti di forza. Il primo è legato alla qualità strumentale e melodica inaudita presente tra le strofe. Finalmente la chitarra elettrica di Bellamy riesce a dominare le note e riesce, grazie al cielo, a conferire all’intero album lo stile rock che ai Muse mancava da tempo (grazie, in particolare, all’ultimo assolo di chitarra del frontman). Il secondo punto di forza è il testo, semplice, significativo e profondo: un’esaltazione di ciò che il singolo individuo può ottenere se solo è capace di mettersi alla prova.

Ci avviamo verso la fine dell’album con Dig Down“, pubblicato nel maggio 2017, co-prodotto da Mike Elizondo e mixato da Spike Stent. Stando alle parole di Matt durante alcune interviste, è stato composto solamente per poter arricchire ulteriormente le setlist dei loro concerti. Dopo oltre un anno si scoprirà che il singolo farà parte della tracklist di Simulation Theory.

“Dig Down” ricorda senza dubbio le sonorità di “Madness”, il singolo più fortunato ed ascoltato di The 2nd Law (2012), sia nella voce quasi erotica di Matt nella prima strofa, sia nello stile synth pop che accompagna tutto il brano e sia nella struttura generale (strofa/ritornello ripetuta e poi allungata nel finale). Le atmosfere apocalittiche tipiche della band si sentono parecchio, anche grazie all’accenno dello stile gospel, oltre alle toste schitarrate distorte che forniscono al brano il bollo di qualità Muse.

A proposito del testo, invece, il frontman ha dichiarato che il messaggio che voleva trasmettere era quello di positività, ispirazione, ottimismo e speranza, in modo da permettere alle persone di credere in loro stesse e combattere per le proprie cause. Il video, ispirato in parte da Resident Evil, accompagna questo testo tutt’altro che superficiale, e vede come protagonista Lauren Wasser, modella che perse una gamba in seguito ad uno shock tossico causato da un assorbente interno contaminato da staffilococco. Il regista del video, colpito dalla vicenda di Lauren, scrisse la sceneggiatura della clip basandosi sulla sua storia e di come sia riuscita a superare le avversità. Ad accompagnare questo video se ne affianca un altro alternativo, creato con l’intelligenza artificiale e con agenzia di sviluppo tecnologico Branger Briz, con un software in grado di ricercare e trovare in internet filmati di quelle celebrità che citano le parole del testo del brano. Presenti all’appello Barack Obama, Mark Zuckerberg e Matthew McConaughey.

 

L’album si conclude con “The Void” che col suo sound ricercato ci rimanda senza ombra di dubbio alla sigla della serie televisiva Stranger Things. Credo che il brano funzioni bene come finale, perché non possiede un ritmo ed una potenza esagerata, ma si avvicina invece alla linea tradizionale classica dei Muse sui brani di chiusura degli album precedenti (pensate alle “Exogenesis Symphony” di Resistance o a “Isolated System” di The 2nd Law). In ogni caso, “The Void” oltre a terminare l’album, si collega nuovamente all’incipit di “Algorithm” (tramite il pianoforte), e a quell’atmosfera apocalittica che si palesava nella prima traccia.

Riassumendo il tutto: Simulation Theory è un album che sperimenta e stravolge tutto quello che avevamo in mente della musica dei Muse, allontanandosi totalmente dall’identità musicale e stilistica della band, per poi tornarci in situazioni improbabili ed inaspettate con una qualità musicale inaudita. Credo inoltre che quest’album sia un’ottima risposta da parte della band a chi negli ultimi mesi ha sempre sostenuto che i Muse fossero ormai finiti. La parola che ho scelto per definire il disco è “evoluzione“, perché sì, quel trio inglese ha voluto sperimentare in ogni loro progetto, ma solo questa volta sono davvero riusciti a mutare in maniera radicale.

In ogni caso, che l’album vi sia piaciuto o meno, che siate d’accordo con la mia recensione oppure no, l’Italia non vede l’ora di ospitarli di nuovo nei nostri grandi stadi. Vi aspettiamo qui a braccia aperte, cari Muse.

 

Per non perdervi neanche una schitarrata dal vivo:

12 luglio Milano, Stadio San Siro
20 luglio Roma, Stadio Olimpico 

I biglietti saranno in vendita dal 16 novembre su TicketOne.

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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