I Muse sono sempre stati un caso abbastanza unico. Per anni hanno reso credibile l’eccesso: la paranoia, il complotto, l’opera rock lanciata nello spazio con una serietà talmente assoluta da diventare quasi commovente. Il problema è che, a un certo punto, anche il massimalismo può diventare arredamento.
The Wow! Signal parte da un’idea perfettamente museiana: un segnale radio arrivato dallo spazio, la possibilità di una vita intelligente oltre la Terra, il bisogno umano di cercare una forza superiore quando le cose smettono di avere un senso. È il terreno ideale per Matt Bellamy, ma il punto è che il disco funziona molto meglio come concept che come album. La coesione, infatti, è quasi tutta tematica. A livello sonoro, invece, The Wow! Signal sembra spesso una mappa di territori già esplorati e rimessi in ordine con mestiere, ma senza una vera necessità. È il disco più lungo dei Muse da un po’ di tempo: torna a superare la durata degli ultimi due lavori, eppure questa maggiore ampiezza raramente coincide con più respiro. Le canzoni si allungano perché devono contenere più idee e più chitarre, molte chitarre. Non sempre, però, più canzone.

L’apertura con The Dark Forest chiarisce subito questa frattura. Il riferimento alla teoria della foresta oscura, secondo cui le civiltà intelligenti si nasconderebbero per paura di essere annientate da forme di vita più avanzate, è coerente con l’immaginario del disco. Il brano prova a trasformare l’universo in una cattedrale ostile: cori liturgici e presenze aliene scambiate per divinità.
Quel Kyrie eleison sembra una preghiera lanciata nel vuoto più che una richiesta di salvezza. A produrlo c’è Alex von Korff, ingegnere del suono legato a un’idea molto contemporanea di rock ad alta definizione: il suo lavoro aiuta a dare al pezzo una forma cinematografica, ma sotto quella superficie affiorano subito i primi problemi. United States of Eurasia è dietro l’angolo, certe soluzioni rimandano direttamente a The Handler e il risultato è un brano normale. È qui che si capisce il limite più grande del disco. I Muse non hanno perso mestiere. Sanno ancora costruire un crescendo e trasformare una progressione armonica in una minaccia globale. Ma in The Wow! Signal sembrano più interessati a riattraversare il proprio vocabolario che a forzarlo davvero. Il citazionismo - o meglio, l'autoderivazione - diventa un modo per riempire lo spazio lasciato vuoto dall’invenzione.
La stessa impressione torna poco dopo, quando il disco prova a raffreddare l’apocalisse. Cryogen guarda verso Plug In Baby come se fossero passati vent’anni e qualcuno avesse deciso di ricongelare quella formula in una cella criogenica più adulta solo in apparenza. Bellamy ha da tempo una fascinazione per questo immaginario (non a caso una sua compilation solista del 2021 si chiama Cryosleep), qui però la metafora del freddo diventa talmente insistita da perdere efficacia. L’idea di partenza non sarebbe nemmeno debole, perché usare il lessico della criogenia per raccontare una relazione irraggiungibile poteva funzionare. Ma quando arriva l’immagine del freezing over, il brano non apre davvero uno spazio emotivo.
Il ritornello, tra l'altro, è tra i momenti più goffi del disco
Cryogen
I can never cry again
Cryogen, I'm freezing over
Yeah, this girl is nitrogen
Don't cry again (Uh)
... e la durata finisce per peggiorare la situazione.

Be With You si muove nello stesso equivoco. Parte con un organo che vorrebbe richiamare una certa solennità alla Megalomania, poi dopo poco si trasforma in una poppettata senza molto controllo, piena di urletti di corredo che riportano alla mente alcuni dei momenti meno difendibili di Simulation Theory.
Find a higher power
And reach for something new
E forse è proprio questo il centro filosofico del disco, il punto in cui la ricerca cosmica si confonde con quella religiosa e sentimentale. Il problema è che viene trattata come slogan. Non diventa mai vertigine, né una vera domanda, mentre tutt'attorno i Muse cercano di essere accessibili senza rinunciare all’epica e finiscono in una terra di mezzo poco convincente.
Il punto più radiofonico si tocca con Nightshift Superstar, prodotto insieme a Dan Lancaster, che dal tour di Will of the People è diventato il quarto uomo dal vivo della band. Bellamy ha parlato del pezzo come di una prova da disco music suonata davvero, con riferimenti a Daft Punk, Justice e ABBA. L’intenzione è interessante: provare a competere con la musica programmata senza rinunciare all’esecuzione reale della band. Il risultato molto meno. Nightshift Superstar sembra costruita con precisione chirurgica per finire in radio, o almeno per tentare di farlo. Ha il basso lucido, i cori infantili (con un cameo di sua figlia Lovella) e una patina French touch. Però appena arriva il ritornello la costruzione crolla addosso all’ascoltatore, finendo per sembrare un jingle enorme travestito da esperimento. Non è nemmeno un tradimento in sé, perché i Muse con il groove hanno flirtato spesso - citofonare a Panic Station - ma qui manca il magnetismo.
In questo paesaggio sovraccarico, Shimmering Scars prova a inserire una pausa più fragile. È forse uno dei momenti in cui il disco lascia intravedere una possibilità alternativa. Anche qui, però, resta la sensazione di un’occasione non del tutto afferrata. L’apertura è prevedibile, la progressione emotiva non sorprende davvero e il brano rischia di diventare la Ghosts (How Can I Move On) mancata di questo album: una parentesi che potrebbe avere senso come spazio di vulnerabilità, ma che conoscendo i Muse potrebbe anche restare fuori dalla vita reale dei concerti. Magari, proprio per questo, dal vivo funzionerebbe meglio del previsto.
La seconda parte del disco, invece, ha un andamento più compatto, quasi come se i Muse avessero immaginato una sequenza già pronta per la scaletta. Da Hexagons a Unravelling le sfumature diminuiscono e i brani si poggiano l’uno sull’altro con maggiore continuità. Questa compattezza, però, non risolve davvero il problema. The Wow! Signal non ha mai una vera coesione sonora perché tutto spinge a mille e vuole diventare un evento.
Hexagons è probabilmente il tentativo più interessante del lotto. Ha un’introduzione clavicembalistica, un impianto ritmico meno ordinario (il pre-ritornello utilizza un'emiola interna per spostare l’accento metrico all’interno delle battute, pur mantenendo lo stesso tempo, il sei quarti). Tutto ciò, assieme all'idea visiva dell'esagono di Saturno, potrebbe riaprire il discorso, ma si sente troppo lo sforzo. I Muse, nel loro momento migliore, riuscivano a essere epici senza sottolineare ogni volta l’epica. Qui invece il brano sembra dire continuamente quanto stia provando a spostare l’asse. Ci sono passaggi armonici che ricordano da lontano certe cadute libere di Bliss, ma lo stupore non arriva. Anche perché testualmente siamo su questi livelli:
Our resistancе is mass-produced
She will ghostwrite my obsеssions
Reach out, touch me
Quando entrano The Sickness In You & I e Unravelling, il disco si sposta nella sua zona più metallara. L’uso dell’otto corde in Unravelling porta i Muse dentro un territorio più pesante, pensato già per il palco. È forse il brano che più si capisce immaginandolo ai festival, con chitarre che devono arrivare addosso senza troppe mediazioni. Da questo punto di vista funziona meglio di altri episodi, perché almeno non finge di essere altro. Anche l’immagine
An insect trapped in amber, I'm a static hum
No longer happy dumb
dice bene quella zona di anestesia e risveglio che Bellamy frequenta da anni. Ma proprio qui emerge un altro limite: quando i Muse provano a indurire il suono, spesso finiscono per saturarlo fino a togliergli respiro. Le chitarre diventano muri e lì dentro l’emozione fatica a muoversi.

Tralasciando il bypassabile featuring con Ellie Goulding - che rappresenta, tra l'altro, il primo caso di collaborazione dei Muse all'interno di un loro album in studio - la chiusura con Space Debris dovrebbe rimettere insieme le macerie emotive del disco. Il titolo funziona, l’immagine dei detriti spaziali anche e il richiamo alla freddezza sentimentale già incontrata in Cryogen chiude il cerchio concettuale. C’è anche, in controluce, quella retorica della resistenza alla Dying Light che attraversa il disco e che i Muse conoscono fin troppo bene. Però anche qui manca una vera resa. La ballad resta acerba, trattenuta, come se non sapesse scegliere tra abbandono e grande finale. È il problema generale di The Wow! Signal: anche quando prova a mostrarsi vulnerabile, sente subito il bisogno di costruirsi attorno una corazza.
Alla fine il disco lascia addosso una sensazione strana. Ci sono idee, ed è una notizia. C’è una cornice narrativa forte, ed è una seconda notizia. Ma è un album che sembra continuamente parlare con la propria storia invece che con il presente. Ogni segnale che manda nello spazio ritorna indietro con l’eco di The Resistance, Absolution, Origin of Symmetry, Drones e persino alcuni angoli meno felici di Simulation Theory. Questo perché i Muse hanno costruito una carriera sul sublime e per lungo tempo hanno avuto ragione. In The Wow! Signal, però, nonostante esplosioni giganti e scenari cosmici, questa grandezza non arriva quasi mai. Il concept guarda alle stelle, ma la band resta troppo ancorata a guardarsi allo specchio per non sbagliare.
Houston, li abbiamo già sentiti.