Nick Cave & The Bad Seeds | Ghosteen

by Maria Vittoria Perin

Voto:

A
Introspettivo

E Dio disse «Sia la luce!». E la luce fu. E da quella luce si intravede una figura magra, elegante, in completo nero, camicia bianca aperta fino al petto, capello corvino; si incammina verso la folla adorante, a cui porge tutto sé stesso: mani, voce e anima, appare come una sorta di figura messianica pronta a indirizzare con il suo canto la folla. L’effetto che mi fa l’ascolto di Nick Cave è quello di dovermi mettere immediatamente in ginocchio, in un silenzioso pieno di rispetto perché si sta assistendo a qualcosa di superiore qualitativamente, sonoramente, liricamente, sentimentalmente e spiritualmente. Quando si scopre Nick Cave per la prima volta la sensazione è quella di essere folgorati, come quel San Paolo ritratto da Caravaggio (scelta cromatica assolutamente non causale), come se un lampo si insinuasse all’interno del timpano e parlasse direttamente al tuo subconscio.

Nick Cave tocca corde dell’animo che in pochi riescono a sfiorare, sussurrandoti all’orecchio parole e evocando atmosfere talmente intime da sentirti nudo e lasciarti emotivamente distrutto alla fine di un suo intero disco. Per lo meno questo è successo a me con Push The Sky Away, con il quale ho scoperto una nuova fede. L’album del 2013 è il primo capitolo di una trilogia che si chiude con il recentissimo Ghosteen. Si lasciano da parte le chitarre elettriche e i le melodie grintose, per abbracciare un suono più ascetico e mistico, fatto di sintetizzatori, archi, note più lente, riflessive, che sembrano trascinarsi senza sosta nel chiaroscuro della notte.

Tutti questi elementi concorrono a rendere, ai miei occhi, le canzoni di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds fortemente cinematografiche. Schiacciando il tasto play sul nuovo disco e ascoltando i primi cupi echi di sintetizzatore ripetersi lentamente in Spinning Song, mi sento teletrasportare in un vecchio teatro con le poltrone di velluto rosso. Buio, freddo, a tratti inquietante. Finché non compare una singola luce che illumina il protagonista, solo al centro del palco che con voce piena e solenne recita un monologo sul «king of rock ‘n’ roll»; ma come tutti i bravi attori mette tutto sul palco, mente e corpo, fino ad arrivare a quel finale stanco, implorante e sussurrato nel quale si spiega che «Peace will come, a peace will come, a peace will come in time». Frase che può ricordare la prematura e tragica scomparsa del figlio Arthur, un legame quello tra padre e figli che permea tutto il disco, tanto che il cantante ha dichiarato che la prima parte dell’album rappresenta proprio i figli e le ultime due lunghe canzoni invece sono i genitori.

Ed è proprio questo primordiale sentimento che infonde in Ghosteen la luce, il mondo in cui gravita la nuova produzione di Nick Cave non è mai totalmente funereo e Bright Horses è proprio il faro che illumina l’oscurità, con il suo piano incantato e i suoi cori angelici dipinge il ritratto commovente di quello che mi piace pensare essere un padre in attesa del/la proprio/a figlio/a dopo una lunga separazione. Un lungo abbraccio musicale dolcissimo che continua anche con Waiting For You, terzo pezzo introdotto da una manciata di suoni industriali, che possono ricordare proprio quel treno che fermatosi riparte verso la prossima meta, e dà vita ad una balland piano – voce romantica («Just want to stay in the business of making you happy» è in grado di trafiggere il cuore) nello stile dell’ormai cult Into My Arms. Finché non si arriva al «Waiting For you / To return» non è immediatamente palese a chi il cantante si stia riferendo: il figlio? La moglie? E per la sottoscritta questo è uno degli elementi che rende speciale l’album, qui si parla di un amore universale, incondizionato, multidirezionale, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» di dantesca memoria.

Si torna alla penombra e al blu elettronico della fine del tramonto con Night Raid, la battuta di note di quello che sembra essere uno xilofono distorto e ovattato e l’incipit «There’s a picture of Jesus lying in His mother’s arms» (diversi sono i richiami religiosi all’interno del disco) concorrono a costruire un alternativo canto funebre, che però non è mai rassegnato o disperato, bensì vuole essere un ricordo di ciò che è stato, un ultimo viaggio insieme. Il buio si riprende il suo spazio con un tappeto di sintetizzatori e le parole non più cantate ma recitate di Nick Cave nell’ossimorica Sun Forest. Un ultimo saluto poetico a cui fa eco un cambio di ritmo nel finale, ora più luminoso, che fa intravedere al protagonista una speranza nel lutto: «I am here beside you / Look for me in the sun / I am beside you, I am within / In the sunshine, in the sun» viene pronunciato da una piccola voce flebile, forse frutto dell’immaginazione, un’immagine indefinita, lattiginosa ma tremendamente rassicurante.

La sensazione è piacevole, invade ogni singolo centimetro del corpo, lasciando una serenità nuova, un nuovo percorso da intraprendere dopo uno stop brusco, a bordo di un immaginario galeone (Galleon Ship), in cui sintetizzatori eterei si fondono finalmente con le fragili note di piano che fanno venire i brividi anche grazie ai testi traboccanti di tenerezza di Cave «My galleon ship will fly and fall / Fall and fly and fly and fall deep into your loveliness». Ghosteen Speaks e Leviathan sono la doppietta che accompagna verso la prima parte del disco ed entrambe sono caratterizzate da un paio di strofe incessanti. Nella prima sembra che le parole provengano direttamente dalla bocca del figlio di Cave: «I am beside you / Look for me», a cui risponde il padre, che sembra finalmente essere riuscito a trovare un nuovo equilibrio, una risposta, una nuova forza, semplice quanto disarmante, che viene ripetuto, e ripetuto, e ripetuto: «I love my baby and my baby loves me».

Quella che Nick Cave ha definito la seconda parte del disco si compone di sole 3 canzoni, due delle quali molto più lunghe e musicalmente più complesse delle precedenti. I protagonisti sono sempre loro, i sintetizzatori, placidi, prima tetri, poi luminosi, tasti di pianoforte appena sfiorati, linee di basso che riecheggiano sullo sfondo, melodie che per la sottoscritta potrebbero essere perfetti riempitivi per film distopici e un po’ tetri quali Blade Runner e Donnie Darko. Il tutto serve ad accompagnare una narrazione che ha più la struttura del monologo interiore che di una canzone. Infatti ci si trova davanti ad una riflessione profonda, ad una vera e propria rielaborazione di un lutto, ad una presa di coscienza e una conseguente espiazione del dolore.

A fare da bridge tra Ghosteen, la titletrack, e Hollywood, la definitiva chiusura dell’album e la quadratura perfetta del cerchio (le ultimissime parole che si sentono sono «And I’m just waiting now, for peace to come / for peace to come» che la ricollegano alla prima Spinning Song), viene interposta Fireflies, un flusso di coscienza in 3 versi dettato dalla sola voce profonda e ipnotica di Cave, che riflette su uno dei temi che attanaglia le membra umane da molto, molto tempo: la vita e la morte, il pilastro portante di tutto l’album. Curiosa la scelta del titolo che il cantante ha spiegato nei suoi The Red Hand Files: «Lyric ideas are as illusive as fireflies. They are spirits flitting between the trees. The moment you give them your attention, they are gone».

La prima volta che mi sono messa ad ascoltare questo disco la prima frase che mi è venuta in mente è “L’ombra della luce”, il titolo di una canzone di Franco Battiato. Il nuovo disco di Nick Cave & The Bad Seeds non è solo un lungo viaggio nelle tenebre del cuore, è una riflessione su di esse per riuscire a ritrovare quel puntino luminescente alla fine del tunnel, quella crepa bianca nell’oscurità che appare così lontana e sottile in certi momenti. Ghosteen è un viaggio introspettivo nella parte più fragile e vulnerabile dell’animo di Nick Cave. Ghosteen è musica emozionale, questa è musica fatta per emozionare, per andare nella parte più recondita di noi stessi e dar spazio alle sensazioni, questo è Nick Cave. Un lavoro lodevole, di una delicatezza spiazzante, che accarezza l’ascoltatore e lo lascia in estasi di fronte alla capacità del cantautore australiano di condensare e catalizzare temi complessi in poche righe, di creare frasi di un romanticismo perfetto, di parlare di sentimenti così personali in maniera così naturale. Nick Cave non scava solo nell’animo umano, ci si immerge in profondità, e anche questa volta ho la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di ultraterreno, nettamente superiore.

Nick Cave sarà live in Italia la prossima estate:

09/06/20 Mediolanum Forum, Milano

11/06/20 Auditorium Parco Della Musica, Roma

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Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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