Lost Weekend Phoebe Bridgers
8.7

Sei anni. È il tempo che Phoebe Bridgers ci ha fatto aspettare per Lost Weekend, il suo terzo disco solista, uscito il 14 agosto per Dead Oceans. Sei anni in cui, diciamocelo, non è che se ne sia stata con le mani in mano: nel mezzo ci sono stati tre Grammy vinti con le boygenius, il supergruppo formato con Lucy Dacus e Julien Baker che nel 2023 ha trasformato tre carriere soliste già solidissime in un fenomeno collettivo. C'è stato The Record, c'è stato l'EP a sorpresa The Rest e poi il logico, quasi inevitabile "logging off" dopo l'apice. Le boygenius, insomma, non sono state una parentesi: sono state il posto in cui Phoebe si è nascosta per un po', prima di tornare a fare i conti da sola con se stessa.

E i conti, a quanto pare, erano parecchi: la morte del padre nel 2023, un fidanzamento saltato, l'ansia da fama post-Punisher. Materiale, per usare un eufemismo, ce n'era.

Phoebe Bridgers
Phoebe Bridgers | Foto press

Il bello è che Lost Weekend non suona come un disco scritto per necessità commerciale o per rispettare una scadenza. Suona come un disco che è arrivato quando doveva arrivare. E si sente, soprattutto nella produzione: al timone ci sono ancora i fedelissimi Tony Berg ed Ethan Gruska, la stessa coppia dietro Stranger in the Alps e Punisher (qui la nostra recensione), ma stavolta il perimetro sonoro si allarga parecchio.

Jack Antonoff mette lo zampino dove serve una scintilla pop più nitida, mentre Alex G — che tra l'altro aprirà parte del prossimo tour di Phoebe — porta dentro il suo gusto per i paesaggi sonori stratificati e per un'americana più ruvida e sghemba. E poi c'è Bo Burnham, che non è solo il presunto compagno di Phoebe nella vita ma anche co-autore di sette brani: un dettaglio che, ascoltando il disco, si percepisce eccome, soprattutto nella capacità di alternare la battuta tagliente al pugno nello stomaco nel giro di due righe.

L'album si apre con The Outside: voce filtrata dal vocoder, crepitii ambient, e un tono che scherza sul dolore proprio mentre lo descrive — la classica mossa alla Bridgers, quella di ridere per non piangere o forse di piangere ridendo. È un pezzo che racconta la dissociazione, quella sensazione di guardarsi da fuori mentre la vita ti succede addosso, in scena mentre tutto crolla altrove e funziona da perfetto trait d'union verso Lost Boys, il primo singolo: chitarra fingerpicked, trombe che strizzano l'occhio a Kyoto e probabilmente il ritornello più orecchiabile mai scritto da Phoebe. Sotto la superficie brillante, però, si nasconde un ritratto tagliente degli uomini con la sindrome di Peter Pan, di chi si rifiuta di crescere e si porta dietro tutti.

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Il cuore pulsante del disco, però, è la piccola costellazione di brani dedicata a Bobby — nome che i fan hanno subito ricollegato a Burnham. Kill Me apre questo capitolo con un'intimità quasi imbarazzante, una ballata sussurrata che nella tradizione delle canzoni più strazianti di Phoebe. Bobby, che segue, è tutta un'altra cosa: cornamuse che rotolano, indie rock diretto, e un senso di sollievo quasi fisico — l'idea che l'amore, questa volta, non debba per forza fare male. Sentire Phoebe cantare di un rapporto che funziona, dopo anni passati a raccontare relazioni irrisolte, è quasi disorientante.

E la stessa costellazione si richiude, più avanti nel disco, con Liberty Tree — il titolo omaggia un centro commerciale vicino al paese natale di Burnham — dove la gratitudine per aver trovato qualcuno che resta si mescola alla paura, non troppo velata, di perderlo: un desiderio quasi superstizioso che l'altro non se ne vada mai, proprio mentre il resto del disco racconta cosa succede quando qualcuno se ne va per sempre.

Non mancano i coltelli, però: The Governor's Waltz è il pezzo in cui i toni si fanno più taglienti, con frecciate che i fan più attenti hanno già collegato a un ex fidanzato piuttosto noto, in un valzer solo di nome — nella sostanza è un regolamento di conti elegante ma spietato. E la title track Lost Weekend fa da cerniera emotiva a tutto l'album: un fidanzamento saltato raccontato non con rabbia ma con la lucidità un po' dolente di chi guarda indietro senza più bisogno di giudicare, la sensazione di un weekend che si allunga a dismisura finché non diventa una vita intera passata a elaborare qualcosa.

Phoebe Bridgers "Lost Boys" video
Phoebe Bridgers nel video "Lost Boys" | Foto press

Ma Lost Weekend non è solo un disco che parla d'amore: il lutto per il padre è la spina dorsale silenziosa di tutto il progetto, e riemerge con forza in Still Standing, forse il pezzo più commovente del lotto, dove ricordi frammentati vengono raccontati con un distacco che fa più male di qualsiasi lacrima plateale — un pugno tirato a un muro, il muro che vince e la vita che va avanti comunque.

I temi, alla fine, sono quelli di sempre riletti con uno sguardo più maturo: il lutto, l'amore che finalmente non fa male (ma che proprio per questo fa paura), la disillusione verso la macchina della fama, la doppia vita tra il palco e la vita privata, la nostalgia per un'infanzia — propria e altrui — che non torna più. Il tutto scritto e raccontato da un'artista che si conferma una delle migliori cantautrici in circolazione, punto. Non tanto per la voce, che pure resta quel filo sottile e riconoscibile capace di reggere tanto il sussurro quanto l'esplosione, quanto per il songwriting, che qui tocca vette altissime nella capacità di far convivere l'umorismo nero con la devastazione più cruda.

Il giudizio finale arriva quasi naturalmente. I pochi momenti più sperimentali, quelli che a un ascolto distratto potrebbero sembrare deviazioni o piccoli inciampi, rivelano invece la loro funzione a ogni riascolto: sono proprio loro a tenere insieme l’architettura emotiva del disco, ad allargarne le prospettive senza mai spezzarne l’equilibrio.

Lost Weekend non è un disco che dovevamo aspettare sei anni per avere. Ma ora che c'è, è quasi impossibile immaginare che potesse arrivare prima, o venire meglio di così.