Pond | Tasmania

by Riccardo Martinelli

Voto:

C
Selvaggio

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Siamo nei primi mesi di questo 2019 e da quella che era la “prigione” dell’impero britannico, continuano a spirare venti nuovi.
A circa due anni dall’ultima pubblicazione sono tornati i Pond con il loro ottavo album in studio, “Tasmania”. La mente laboriosa di questo collettivo che nasce da una costola dei Tame Impala, di cui proprio Kevin Parker si è ripresentato come loro produttore, è riuscita a sfornare ben otto album, in dieci anni di attività. Attualmente con Pond si intendono Jay Watson, Joe Ryan, Jamie Terry, Matt Handley e quella testa matta di Nick Allbrook.

Nonostante la direzione presa con il precedente “The Weather” sembrasse quella commerciale, con brani dai ritornelli virali come Sweep Me Off My Feet, il nuovo prodotto svolta in termini di sonorità e identità. Girando il disco nella parte retro, e by-passando la scala cromatica in copertina, possiamo notare subito la quantità e durata dei brani; 10 brani per un totale di 50 minuti, con canzoni da 6/8 minuti registrate nello studio di Parker (ormai seconda casa di questi ragazzi) a Perth. La genesi di quest’album ha origini proprio da un viaggio di Allbrook nell’isola a sud delle coste australiane, la Tasmania, circa un anno fa, durante il quale si è imbattuto in un tizio che lavora per un centro di ricerca ambientale (CSIRO), che gli ha mostrato la proiezione climatiche per l’Australia nei prossimi cento anni.

Lo svilupparsi di queste macchie rosse e viola, sanciscono la probabilità che proprio quell’isola diventerà inabitabile per le condizioni climatiche. I giorni più caldi di sempre con 47º ad Adelaide, gli incendi, le piogge torrenziali, sono già attuali.
Non si parla di fantasie o utopie, ma realtà. Ebbene, questa condizione è ciò che ha stimolato la produzione, che (sempre a parole di Allbrook) ha portato a un album di protesta, per l’incuranza del pianeta in cui viviamo e la leggerezza con cui si affrontano le tematiche sul futuro cambiamento climatico, nonché processo alla società.

La stagione che più rappresenta la vita, forse, è la primavera, nella quale tutto nasce e rinasce, seguendo il moto perpetuo (ancora per quanto?) intrinseco nella natura. Ed in questa stagione si colloca la prima traccia Daisy, con le sue sonorità bitter-sweet create dagli archi iniziali ed il testo dalle mille sfumature, del resto, in perfetto stile Pond. Il secondo singolo uscito e seconda traccia dell’album è Sixteen Days, groovy e forse l’unica in cui trapela una certa “ironia” che recita: “While the whole world melts, am I meant to just watch?”.

In dieci minuti giunge la title track, Tasmania, la più disperata e soprattutto diretta protesta, in cui Allbrook desidera respirare di nuovo dell’aria vera e pulita, tornando indietro e riscrivendo le leggi sulla tutela di ciò che sta sotto i nostri piedi e sopra i nostri occhi, di fatti:“I might go shack up in Tasmania, before the ozone goes, and paradise burns in Australia, who knows?”. Dall’esperienza empatica con l’ambiente, si passa a The Boys Are Killing Me. Attraverso visioni di eventi della sua adolescenza e situazioni attuali, l’uomo più glitterato d’Australia si chiede se è possibile, in generale, che le persone siano cosi crudeli e come possano compiere certe azioni. Già nel precedente album viene affrontata la questione, in termini di appartenenza a gruppi sociali e discriminazione. Fino ad arrivare al punto di:But I don’t know if I can trust my country anymore”, prima di far svanire il tutto all’interno di una apoteosi di synth.

Gli arpeggiatori e testi di Hand Mouth Dance e Goodnight P.C.C. credo siano proprio stati concepiti di sera, osservando il cielo australiano da una grande vetrata dello studio di Parker. I suoni offuscati della seconda traccia in questione fungono da introduzione alla canzone più introspettiva dell’album. Poco più di 8 minuti è la durata di Burnt Out Star, che può essere divisa in due parti. La prima si muove tra la voce tesa e pungente del cantante (marchio di fabbrica) e i cori onirici che inneggiano a questa Burnt Out Star, riferendosi a chiunque si possa ritrovare un po’ in questo termine. La seconda è uno spazio strumentale che la band si prende, scandito da un loop elettronico che sorregge i vari tasti bianchi e neri dei più disparati synth. Non saprei quantificarli.

Il sound tipico della formazione australiana e in particolare delle band di Perth continua ad esprimersi prima in Selené,ed in Shame. Per l’appunto, in quest’ultima il tema principale è la vergogna che nasce all’interno di Allbrook che non si fa politico o eroe, ma solo una persona che ha aperto gli occhi e si è scontrato con la realtà dei fatti in cui si trova il nostro pianeta. È forte e diretta, apparentemente scritta da una persona che si fa carico delle battaglie e pensieri di tante persone.

I’m sorry for everything we’ve done, I’m sorry for the glory of the Queen, the glory of the gun, I’m sorry, I don’t know what else to say.
So what do I do? To whom do I pray?

Questo lungo ascolto si conclude sulla progressione minore di  Doctor’s In, la quale si colloca a metà tra lasciare uno spiraglio di positività per il futuro ed il prepararci ad un vento freddo come il ghiaccio  che sta arrivando.

Inutile negare la veridicità del pensiero e la testimonianza che Nick Allbrook e compagnia hanno voluto inserire nel loro ottavo album discografico. Un lavoro ben fatto senz’altro, ed inaspettato a mio avviso. Sia per la sua ricercatezza e diversa direzione rispetto a “The Weather”, nonostante il cantante lo definisca come una sorella del precedente. Se ci si era affezionati alla loro orecchiabilità può far storcere il naso, ma nel complesso e inserito nello spazio che si merita è un bel lavoro. Giunti al primo decennio di carriera, credo che agli stessi Pond piaccia proprio lo spazio e il volume di ascolti che hanno, il quale gli permette di nuotare all’interno di innumerevoli mari sonori e mantenere la natura selvaggia che li contraddistingue. Cosa che, probabilmente, è la più grande differenza tra loro e la formazione capitanata da Parker.

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Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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