Bon Iver | 22, A Million

by Federica Di Gaetano

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Il 30 settembre è una data che in tantissimi aspettavamo con ansia e trepidazione, da ormai molto tempo. E’, infatti, il giorno che è stato scelto per rilasciare “22, A Million”, il nuovo, attesissimo album firmato Bon Iver, progetto musicale nato nel 2007 da un’idea del cantautore e musicista Justin Vernon.

Il terzo album di inediti arriva a ben cinque anni di distanza da “Bon Iver, Bon Iver” (2011) e a ben 9 dall’album di esordio, “For Emma, forever ago”, due dischi meravigliosi che, oltre a essere stati acclamati dalla critica, hanno segnato la mente e il cuore di ascoltatori da tutto il mondo.

Questa mattina mi è bastato dare una breve occhiata ai social network per essere letteralmente sommersa da condivisioni dell’album: da Facebook a Twitter, passando da Instagram, fino ad arrivare alle più importanti testate giornalistiche musicali, tutti parlavano solo ed esclusivamente di Bon Iver. A quel punto non stavo più nella pelle e, così, ho premuto anch’io il tasto play. Parto col dire che si tratta di uno dei miei più grandi riferimenti a livello musicale e che le mie aspettative fossero davvero altissime. Quando si tratta di Bon Iver non ci può accontentare di tenerlo in sottofondo mentre si sta facendo altro e prestare soltanto un ascolto distratto; le canzoni di Justin Vernon hanno bisogno di essere assimilate nella più totale tranquillità. Io, per esempio, riesco a godermelo pienamente soltanto quando sono particolarmente triste o malinconica, non so nemmeno perché, ma è così da quanto l’ho ascoltato per la prima volta. Ho quindi aspettato di essere nella mia stanza, in totale tranquillità, prima di immergermi totalmente.

Prima dell’uscita del disco, avevo ascoltato esclusivamente il singolo “33 God”, che ho amato visceralmente e che mi ha accompagnato quotidianamente nell’ultimo periodo; in particolare, nella mia testa è rimasta impressa la frase “I’d be happy as hell if you stayed for tea” , che trovo di una semplicità e di una dolcezza disarmanti (probabilmente anche perché evoca tanti ricordi). Dopo un singolo di tal bellezza, le mie aspettative per l’album erano quindi alle stelle.
La prima particolarità di quest’album è sicuramente l’aspetto visivo che, a partire dalla copertina fino alla tracklist, suscita un sentimento di confusione.

Tale sensazione si ritrova all’ascolto dei brani: durante le prime tre tracce ho intrapreso una disperata ricerca delle atmosfere tranquille e dei suoni puliti a cui i dischi precedenti mi avevano abituata, trovando al loro posto sonorità sporche e quasi disturbanti.  Nonostante tutto, però, tutto questo disordine sembra essere logico, razionale; lo si può intendere, per esempio, dal fatto che ognuna delle dieci tracce che compongono “22, A Million” presentano nei titoli una serie di numeri (giuro, pagherei oro, per sapere il significato di tutto questo). Inoltre, che questo disco sarebbe stato caratterizzato da sonorità simili un po’ dovevamo aspettarcelo, dato che negli ultimi tempi Justin ha passato un bel po’ di tempo con artisti come James Blake, Francis The Lights, Frank Ocean e Kanye West (che lo ha definito il suo artista preferito vivente). 

Nonostante la confusione sonora, i testi suggeriscono immagini forti, intense anche quando riferite a esperienze semplici, come “I’m Standing in the street now, and I carry his guitar” in “8 (circle)”.
L’impiego di tecniche diversificate, in fondo, non finisce per appiattire e mascherare le emozioni, bensì permette di far evolvere una formula che altrimenti sarebbe potuta diventare ripetitiva. Anche i temi affrontati sono tutt’altro che impersonali: nel singolo “33 god” si parla di una fede perduta, in riferimento a Dio, ma anche all’amore in generale. Troviamo anche possibili riferimenti alla depressione e all’attacco di panico che Justin stesso ha raccontato di aver avuto durante una vacanza in Grecia. In “22 (OVER S∞∞N)” canta ripetutamente: “It might be over soon”, quasi una litania per confortarsi. D’altronde “within a rise there lies a scission”, il successo non è tutto e talvolta capita di sentirsi sul punto di mollare. Fortunatamente, così non è stato, altrimenti non avremmo avuto il piacere di ascoltare “22, A Million”.

Senza ombra di dubbio si tratta di un disco difficile, in qualche maniera lontano da quello a cui Bon Iver ci aveva abituato negli anni precedenti, che per essere apprezzato in toto ha certamente bisogno di diversi ascolti attenti. Le sonorità folk che lo hanno sempre contraddistinto non sono scomparse, tuttalpiù sono state abilmente mascherate all’interno di arrangiamenti nuovi e sperimentali. Probabilmente, sarebbe stato semplice sfruttare la formula che lo aveva fatto amare da tutti senza rinnovarsi, cavalcando semplicemente la via più semplice. Justin Vernon ha invece deciso di osare, di mettersi in gioco e di regalare al suo pubblico qualcosa di nuovo, per quanto forse difficile da digerire.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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