Le luci della centrale elettrica | Terra

by Federica Di Gaetano

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Il 3 marzo è stato pubblicato Terra, il quarto lavoro in studio de Le luci della centrale elettrica, progetto musicale nato da penna e chitarra del cantautore ferrarese Vasco Brondi. La prima tiratura del disco è accompagnata da un piccolo “diario di viaggio e di divagazioni dell’anno e mezzo di scrittura e degli ultimi tre mesi di registrazioni in studio”. Si chiama “La gloriosa autostrada dei ripensamenti” e al suo interno l’artista ha appuntato tutte le riflessioni, i dubbi e le gioie che hanno accompagnato la stesura di “Terra”. Sulla copertina, invece, a richiamare la sensazione di viaggio che accompagna tutte le canzoni troviamo uno scatto del fotografo Gianfranco Gorgoni, che rappresenta le Seven Magic Mountains, opera che sorge nel deserto del Nevada ed è stata progettata dall’artista svizzero Ugo Rondinone.

 

 

Parlarne non è semplice poiché si tratta di uno degli artisti italiani più discussi degli ultimi anni, che da un lato ha centinaia di ragazzi che lo considerano il cantore della loro generazione, ma dall’altro schiere di detrattori che lo bistrattano fin dal suo esordio discografico (avvenuto nel 2008). Personalmente, non posso non schierarmi dalla parte degli ammiratori. Ho scoperto la sua musica agli inizi del liceo e mi ha accompagnata per tutta l’adolescenza. Quando nasci in una famiglia in cui la musica viene vista come qualcosa di perfettamente trascurabile e il massimo della qualità è considerato Claudio Baglioni, i tuoi gusti devi cercare di costruirteli da sola e se a quindici anni, girovagando su Youtube, non mi fossi imbattuta casualmente in Canzoni da spiaggia deturpata (2008) oggi sarei una persona diversa. Probabilmente ascolterei qualcosa di completamente differente, non starei scrivendo su questo sito, non avrei scoperto che la musica italiana non è solo quella che passa alla radio, non avrei letto Pier Vittorio Tondelli e molto altro ancora. Quando ho iniziato ad ascoltare Le luci della centrale elettrica si trattava di un progetto semi sconosciuto, tanto che quando citavo questo strambo nome ricevevo occhiate per lo più confuse e mia madre pensava che ascoltassi “musica da drogati”. Oggi le cose sono cambiate: l’indie italiano è stato sdoganato, Lo Stato Sociale suona ad Assago, Brunori Sas va a parlare nelle università, i Tre Allegri Ragazzi Morti vengono ospitati a Che tempo che fa e girovagando per il web si possono scovare centinaia di citazioni disseminate anche sui profili Facebook di persone che Vasco Brondi non lo hanno mai ascoltato e, probabilmente, mai lo faranno. 

Lo stesso Vasco, dalla pubblicazione del precedente lavoro, Costellazioni (2014), ne ha fatte di cose; ha collaborato con Jovanotti alla stesura di un brano che si chiama “L’estate addosso”, che è stato un vero e proprio tormentone estivo (ci avreste mai pensato, solo un paio d’anni fa che un brano del suddetto avrebbe potuto risuonare in tutte le radio?), ha pubblicato Anime galleggianti, un diario di viaggio scritto a quattro mani con Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI) , ha viaggiato tanto e, come è naturale che accada, è cambiato. Questo cambiamento lo si può avvertire forte e chiaro  nelle scelte stilistiche compiute in Terra, che aveva presentato qualche mese fa con queste parole:

“Terra è un disco etnico, ma di un’etnia immaginaria, o per meglio dire ‘nuova’, che è quella italiana di adesso. Dove stanno assieme la musica balcanica e i tamburi africani, le melodie arabe e quelle popolari italiane, le distorsioni e i canti religiosi, storie di fughe e di ritorni”

 

 

Ammetto che appena letta queste righe ero rimasta quanto meno perplessa. Un disco etnico? Come avrebbe mai potuto conciliarsi con l’immaginario cupo, le parole urlate e le chitarre distorte che fin dagli esordi erano state il manifesto della sua musica, il tratto distintivo che in tanti avevano amato e che moltissimi avevano disprezzato? Mi sono quindi approcciata a questo nuovo lavoro con tanta curiosità e anche con una relativa dose di dubbio, ma non sono rimasta delusa. Vasco Brondi è cambiato, questo è un dato di fatto. Lo si può constatare nell’uso della voce, che ora è molto più consapevole, dal fatto che le parti strumentali, che nei precedenti dischi sono sempre state scarne, quasi a voler sottolineare la predominanza delle parole sulla musica, ora sono invece fondamentali per capire il senso di tutto il lavoro e in esse si ritrovano le suggestioni di paesi lontani, partendo dall’Africa fino ad arrivare ai Balcani.

In questo disco non ci sono pezzi da urlare a squarciagola durante i concerti, quindi chi si aspettava una nuova “Piromani” potrebbe rimanere spiazzato. Le metafore, che da sempre sono uno dei segni distintivi dei testi di Vasco sono sempre presenti, ma in modo differente rispetto al passato; non ci sono più le immagini astruse e apparentemente incomprensibili dei primi dischi (ricordate le “madonne bulimiche” o il “lavarsi i denti con le antenne della televisione durante la pubblicità”?), ma al loro posto ci sono immagini più facilmente comprensibili. In questo disco c’è la nostra contemporaneità, in tutte le sue sfaccettature e con tutti i suoi disagi. La provincia, da sempre il fulcro da cui partono tutti i racconti di Vasco, è ancora fortemente presente, sopratutto in “Nel profondo Veneto” (che per certi tratti sembra il naturale proseguimento di “40 KM”, contenuta nell’album precedente), dove viene raccontata una storia che potrebbe essere quella di centinaia di giovani studenti e lavoratori che si sono spostati dalle loro cittadine più o meno sperdute per trovare fortuna o forse solo una via di fuga: una giovane donna che dopo un periodo trascorso in una grande città, raccontando bugie persino a se stessa pur di non ammettere di trovarsi in difficoltà (“ti leggeranno in faccia che dicevi di stare bene, invece qui a Milano facevi la fame”), sceglie di tornare “sconfitta e contenta” a casa dei suoi genitori, in un paesino sperduto del Veneto, dove ci sono “due bar, una chiesa, una farmacia, un negozio di alimentari”. A questa canzone va una menzione speciale, perché oltre ad essere la mia preferita di questo disco è impreziosita dal coro femminile, realizzato dalla bravissima Giorgia D’Eraclea, voce dei Giorgieness.  Ora, però,  il baricentro si è spostato su un mondo cosmopolita, su “una bella e malandata Europa”( “Coprifuoco”) dove le mura delle città sono ricoperte da “minacce preghiere scritte in arabo in italiano in cirillico con ideogrammi cinesi” (“Stelle marine”). nonostante spesso essi siano molto più vicini di quanto possa sembrare, come spiega la protagonista di “Coprifuoco”, che solo dopo essere andata via si rende conto del fatto che “Toronto è una Varese più grande”. In “Iperconnessi” c’è il ritratto decadente di una generazione, quella “in disaccordo con tutti”, cresciuta a pane e internet.

“Cantami o diva dello sciame digitale
L’ironia sta diventando una piaga sociale
Cantami dell’immagine ideale
Da qualche parte c’è ancora sporchissimo il reale

Cantami della proprietà privata inferiore
Del rumore di fondo della società dell’opinione
Cantami del diritto alla segretezza, alla distanza, alla timidezza
Cantami dei posti dove il wi-fi non arriverà mai”

 

Si ritrova la realtà che ognuno di noi percepisce guardando i telegiornali, quella fatta di attentati, di vite con “guerre in sottofondo”(“Moscerini”), di “coperte termiche dorate” (“Waltz degli scafisti”), di “supermercati più grandi delle grandi moschee” , “delle notizie da casa o dai fronti siriani” (“Qui”), di migliaia di persone “che superano i deserti , i mostri marini i loro destini e hanno i segni sui polsi dei sogni enormi e i documenti falsi” (“Stelle marine”). Ma c’è anche una nuova dolcezza, che risuona fra i versi di “A forma di fulmine”  (“possiamo illuderci, ballare stando fermi e farci casa a quando siamo felici”) e in “Chakra”, che è probabilmente ciò che, in questo disco,  più si avvicina a una canzone d’amore (“Ti sogno spesso e nel sogno la città si sta per allagare. Ti do l’ultimo bacio sul portone e mi liberi dal male. E ti libero dal male”). Per finire, troviamo “Moscerini”, brano emblematico, dove ad un elenco di possibilità di vita e di morte per i giovani (“vivere tracciabili, nei desideri, nei movimenti. Morire come rondini, moscerini, tossicodipendenti”) si accosta un’immagine fortissima di illusione e speranza (“la finestra del palazzo di fronte ha tre metri ma tu vedi orizzonti infiniti”). “Viaggi disperati” è la conclusione perfetta per un viaggio a metà fra l’intimità e il globale, un mantra in cui tutti possiamo ritrovarci.

“Queste sono notti senza pericoli
Di nazioni con i debiti, internet senza limiti
Di cieli superati, con viaggi disorganizzati
E tu che ti dimentichi che è una corsa a ostacoli
Allegri e disperati, nei secoli dei secoli”

Insomma, Vasco Brondi è tornato e lo ha fatto nel migliore dei modi possibili. Forse non accontenterà tutti, forse i fan della prima ora rimarranno sconcertati davanti alle novità, ma bisogna ammettere che, a distanza di dieci anni, il suo rimane uno dei progetti più interessanti del panorama musicale contemporaneo. Inoltre, è innegabile che abbia spianato una strada e che moltissimi degli artisti che oggi spopolano nel mondo dell’indie italiano probabilmente non esisterebbero se non fosse esistito Le luci della centrale elettrica e il suo modo non convenzionale di fare musica.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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