Temples | Volcano

by Fort

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Voto:

B
Evoluzione

I Temples occupano un posto speciale nel mio cuore.
Secondo last.fm li ho scoperti il 26 luglio del 2013, quasi quattro anni fa, eppure ricordo come fosse ieri la mia reazione dopo il primo ascolto di Colours to Life: completa euforia e la sensazione di aver scoperto qualcosa di prezioso.

Qualche mese più tardi (febbraio ‘14) usciva il loro debut Sun Structures – che ho ascoltato all’infinito – e il cerchio si completava poco dopo, quando li ho visti live per la prima volta. Dopo un’ora di glitter e melodie provenienti da un altro pianeta ne ero certo: mi ero innamorato dei Temples.

Le mie aspettative quindi non potevano che essere alte per il secondo album, a maggior ragione per l’attesa più lunga del previsto: solitamente infatti il sophomore album arriva presto, entro un paio d’anni. La band invece si è concentrata quasi solo sui live durante il biennio 2014-2016. Dico quasi perché il materiale per registrare lo avevano, ma quei quattro ragazzi vivono in una dimensione tutta loro e per produrre qualcosa di nuovo hanno bisogno di immergercisi, in quella dimensione, in quella loro capsula che viaggia al di sopra degli eventi correnti e del mondo che li circonda. Così si sono ritrovati in quel di Kettering, a casa di James Bagshaw, cantante, frontman e produttore di entrambi gli album (cosa non da poco), per ripartire da dove avevano cominciato e ritrovare loro stessi.

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Sì, perché è praticamente impossibile trovare una recensione di Sun Structures che non menzioni The Byrds, The Electric Prunes o le tante altre band appartenenti alla scena psych-rock anni ‘60 e ‘70. Non c’è dubbio che il debut e probabilmente la concezione della band stessa prendano forte ispirazione da quell’epoca, ma è proprio per questo che il cambio di marcia di Volcano sorprende in modo positivo. Dopo l’attenzione ricevuta con il primo lavoro sarebbe stato più semplice ripetere la stessa formula, invece questo album reinventa, non rivoluziona, ma aggiunge un’altra sfaccettatura e dimostra la maturazione tecnica e creativa di Bagshaw, allontanandosi da facili paragoni e risultando più autentico. Ma non è solo merito del frontman, perché anche Tom (bassista e co-fondatore) e Adam (tastierista) hanno preso in mano penna e carta per l’occasione, scrivendo un paio di pezzi a testa e mettendo mano nella maggior parte degli altri.

Track by track

I 48 minuti si aprono con Certainty, che ci avevano già rivelato ad ottobre e che è senza dubbio una delle tracce di rilievo tra le dodici: James spiega come sia nata dal tentativo di scrivere qualcosa di Disneyano ma con una piega dark, e credo ci sia riuscito benissimo.

All Join In parte con un synth spaziale e continua in un ritmo incalzante che sfocia nel dolce ritornello, per poi lasciare spazio a (I Want to be Your) Mirror, pezzo che cresce ad ogni ascolto. Un’intro pazzesca, davvero, smetti di leggere per 40 secondi per ascoltarlo:

Un flauto che ti proietta in un fanta-bosco (un saluto a Tonio Cartonio), ti lascia e poi ti riprende nel ritornello, il tutto intervallato da multipli cambi di ritmo, che sono una delle cose che adoro di più nella musica.

Segue Oh The Saviour, che ha un che di Beatlesiano, e che ha ceduto il nome all’album, non solo perché il testo menziona un vulcano: Volcano ne era proprio il titolo originale. Titolo che viene descritto da Sam (batterista) come l’unica metafora dell’album, perché tutti i testi, a differenza di Sun Structures, sono invece molto meno mistici, più diretti e senza bisogno di interpretazioni.
Perché “Volcano”, allora? La canzone è stata scritta da James durante il tour in giappone, in un hotel vicino al Monte Fuji, vetta più alta del paese e vulcano attivo: da lì l’ispirazione.

Si prosegue con Born Into the Sunset, che ti lascia indifferente nei versi ma ti conquista grazie al riff di base e l’eclettico ritornello, mentre How Would You Like to Go è tra le meno memorabili del disco: la canzone che riflette sulla morte e “i pensieri che cominci ad avere quando sei nell’autunno dei tuoi 20 anni” risulta infatti abbastanza noiosa.
Non rimane troppo impressa neanche Open Air, che sembra durare un po’ troppo, anche se è probabilmente la più ballabile grazie all’incalzante linea di basso.

In My Pocket è così stupida da essere bella, non ho particolarmente apprezzato il ritornello ma suonarla alla chitarra è sicuramente divertente, e nell’avvicinarci alla fine troviamo Celebration, quella che preferisco meno in assoluto, ma che precede un terzetto stupefacente.
Un terzetto che comincia con Mystery of Pop, che è tremendamente catchy, colpevolmente catchy. Rimanere fermi mentre l’ascolti è scientificamente impossibile, e se non l’hai sentita ti sfido ad ascoltarla meno di una volta:

Arriviamo dunque a Roman Godlike Man. Che cazzo di canzone è Roman Godlike Man? Lascia che ti spieghi che cazzo di canzone è Roman Godlike Man. Sono due settimane che cammino per la strada canticchiando “fa fa fa fa fa fa faaar” e non ho intenzione di smettere.

Se non fosse chiaramente ispirata a David Watts dei Kinks chiederei un Grammy ad honorem perché la genialità del pezzo è disarmante: ripetuti cambi di direzione, un testo interessante scritto da Tom e che secondo molti è diretto a Trump, il groove delle voci di supporto, il tutto completato da quel maledetto motivetto che è impossibile togliersi dalla testa.
Anche qui, ti sfido ad ascoltarla senza ritrovarti a canticchiare il ritornello per il resto della giornata.

L’album si chiude con Strange or Be Forgotten, secondo singolo pubblicato a gennaio e che che avevo accolto con indifferenza (probabilmente perché è meno immediato di Certainty). La canzone manda un messaggio che condivido totalmente: non dovremmo cercare di essere diversi e unici per risaltare, dovremmo celebrare chi siamo veramente. E se poi quello risulta essere diverso va benissimo, ma non dobbiamo sforzarci di essere per forza alternativi.

Per il pezzo è uscito anche un video molto carino, dove i membri del gruppo diventano fotografi e per il quale sono state scelte persone comuni tra le amicizie londinesi della band, invece di attori professionisti.

E con il reverb del synth finale di Strange or Be Forgotten si chiude il viaggio all’interno di Volcano: anche se non credo sia necessariamente migliore di Sun Structures, è comunque un gran bel disco, sicuramente uno dei migliori usciti finora nel 2017.

Se la qualità è sempre questa, che si prendano pure tutto il tempo di cui hanno bisogno per scrivere il terzo album: io comincerò ad aspettarlo molto presto, giusto in tempo di finire di cantare…

…fa fa fa fa fa fa faaar

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Fort

Ho passato metà della mia vita cercando di essere come gli altri, e l'altra metà per tornare ad essere me stesso.

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