Passenger | Young as the morning, old as the sea

by Federica Di Gaetano

Voto:

B-
Itinerante


Young as the morning old as the sea

Passenger
Young As the Morning Old As the Sea

Uscita: 23 settembre 2016

Questa recensione si aprirà con una grande e inevitabile premessa: molto probabilmente non sarò totalmente obiettiva. Perchè? La risposta è semplice. Passenger è ciò che ritengo più vicino al mio ideale di perfezione musicale; non perchè penso che sia un artista straordinariamente innovativo o tecnicamente impeccabile, sono ben conscia del fatto che non sia questo il caso. Quindi, se siete alla ricerca di una recensione totalmente oggettiva e svincolata da qualsiasi margine di coinvolgimento emotivo, probabilmente questo articolo non è ciò che state cercando.
Ma, detto questo, facciamo un passo indietro. Chi si nasconde dietro questo pseudonimo? Innanzitutto, ci tengo a precisare che non si tratta di una band, come spesso gli ascoltatori (e, talvolta, anche la stampa) riportano, ma di un solista. Michael David Rosenberg è un cantautore e musicista inglese, la cui carriera solista è iniziata nel 2009; precedentemente, infatti, era il leader di un’omonima band, fondata nel 2003 insieme ad Andrew Phillips. Ciò è ancora fonte di confusione, tanto che spesso, durante i suoi concerti Mike si è ritrovato ad affermare scherzosamente: “Forse c’è qualcuno di voi che si aspettava una band dietro di me ma devo deludervi… ci siamo solo io e la mia chitarra”. Quest’anno le cose saranno un po’ diverse, ma di questo parleremo più avanti.
Il successo mondiale, però, esplode nel 2012, quando in tutto il mondo iniziano a risuonare le note del suo singolo di maggior successo, “Let her go”. Il pezzo diventa in brevissimo tempo una hit, non c’è radio che non la trasmetta a tutte le ore del giorno e della notte. Sono certa che chiunque, dalla più piccola delle directioner al peggiore dei metallari, almeno una volta negli ultimi anni si è ritrovato a canticchiare questa ballad un po’ strappalacrime. Io stessa vorrei direi di seguire Passenger da tempi immemori, di averlo visto fare busking (perchè si, Mike è prima di tutto, come lui stesso tiene a ricordare, un artista di strada e continua a svolgere questa attività ogni qualvolta gli è possibile) nella piazza di qualche paesino inglese, ma purtroppo la storia è molto più banale: probabilmente, sono finita a cercare su youtube la canzone che tanto mi aveva martellato il cervello, magari dopo averla sentita in sottofondo mentre ero in coda al supermercato. Come già accennato, tuttavia, la carriera di Passenger ha avuto inizio molto prima anche se, purtroppo, troppo spesso si tende a far risalire il suo debutto a All the little lights (2012), per il semplice fatto che al suo interno è contenuto il tanto acclamato singolo. E già questo mi fa parecchio alterare, dato che quello in questione è un disco bellissimo, ma viene ricordato esclusivamente per un pezzo, forse uno dei più insignificanti presenti al suo interno (no, non sto dicendo che Let her go sia una cagata, ma sicuramente non è il brano migliore della sua carriera, questo è certo). Sta di fatto che il buon Mike di album all’attivo ne ha ben sette, anche se ai suoi concerti la maggior parte del pubblico conosce solo una manciata di brani (quando va bene).

Ok, probabilmente mi sono dilungata fin troppo, ma penso che una premessa fosse necessaria per comprendere chi si cela dietro “Young as the Morning, old as the Sea”, l’ottavo album in studio di Passenger, che egli stesso ha scelto di descrivere con queste parole:

“I’ve done pretty much an album a year for the last decade, and the worry is that you don’t live with things for long enough. I know the most recent record is probably always my favourite, but I honestly feel this is the first time I can play the new record to people and not feel obliged to make excuses. I’m so proud of it.”

Il disco, che è stato registrato a Sidney e verrà rilasciato in tutto il mondo il 23 settembre per Black Crow Records, è stato co prodotto dallo stesso artista, con l’aiuto di Chris Vallejo (INXS, Empire of the Sun), con cui aveva già collaborato in passato.
Quando è stata annunciata la notizia di questo nuovo lavoro, ammetto che, all’entusiasmo iniziale, è seguita anche una certa dose di preoccupazione; questo perchè, mi duole moltissimo confessarlo, a me Whisper II (2015) non era piaciuto un granchè. E voi mi direte: ma come, Federica, dici di essere una fan scatenata e poi non apprezzi quello che il tuo artista del cuore definisce il suo album preferito? Lo so, all’apparenza potrebbe sembrare alquanto contraddittorio. Eppure, dopo l’entusiasmo che mi avevano suscitato le atmosfere folk degli album precedenti, questo disco (che ha pur sempre dei testi splendidi) a livello musicale mi aveva lasciato un senso di noia, tanto che, escluse 3 o 4 tracce, tendo a riascoltarlo assai raramente.
I miei timori, però si sono alleviati non appena è stato rilasciato il primo singolo estratto dal nuovo album, ovvero Somebody’s love, che stato accompagnato da un bellissimo video diretto da James Lees e girato in un magnifico paesaggio islandese. Questa ballad, che richiama all’orecchio le sonorità e la malinconia di Let Her Go mi ha decisamente convinta.
Inizio col precisare che “Young as the morning, old the sea” può essere considerato un disco di inediti fino a un certo punto; come i fan più affezionati sapranno, la maggior parte delle dieci tracce contenute in questo lavoro erano già state pubblicate sul canale Youtube dell’artista nel corso degli ultimi due anni. Una menzione d’onore, a questo proposito, va a Jarred Sang, giovane fotografo australiano che ormai da anni collabora con Mike (seguendolo spesso anche in tour) e che ha diretto per lui dei videoclip che, perdonate il mio parere da completa ignorante in materia, sono dei gioielli.

passengerface

Ma, iniziamo con la recensione vera e propria. Prima di mettermi davanti al pc e iniziare a scrivere, questo album l’ho ascoltato almeno una decina di volte di fila, seduta sul mio letto davanti a una tazza di tè bollente. Dopo aver superato l’emozione del primo ascolto e i relativi, inevitabili occhi lucidi (ma non fateci troppo caso, io piango fin troppo spesso) ho iniziato ad analizzare ogni traccia, soffermandomi sui testi e cercando di capire cosa Mike, che da sempre veste un po’ i panni di un moderno cantastorie, volesse raccontare. Innanzitutto, “Young as the morning, old as the sea” non è un album che parla d’amore. Non fraintendetemi, i riferimenti non mancano, ma questo non è il tema dominante, tutt’altro. E’ piuttosto un disco che parla del sentirsi persi e del non sapere più come uscire dalla propria condizione, come si può notare in “Somebody’s love” (“Go and get yourself lost, like you always do. Sail into the blue, with nobody next to you”) e “Everything” (“When you got nothing you’ve got something to prove. When you got something you’ve got something to lose”)
C’è un grandissimo senso di solitudine che attanaglia chi ascolta e che emerge in particolare in “The long road”.

A treasured book of photographs
In every single one you stand alone.

You’ve seen Vienna and the Berlin wall,
As you watched the decades fall
The letters that you wrote never made it home.
Your birthdays flew past like June,
With Christmas days in hotel rooms
And new years eve with people you don’t know.

You built friendships but they, sailed without you.
You never meant it and that’s why, they doubt you.
They don’t ever talk about you.

Si percepisce poi molta nostalgia, nostalgia per la propria giovinezza che sta ormai svanendo, come in “When we were young” (“And we were boys on the beach, everything was in reach. I know it’s hard to remember and all had the years they vanish”) e in “Fool’s gold” (“Can’t you make me feel like I haven’t felt for years, when we laughed like we did when I was a kid until I burst into tears”). La nostalgia appare fortissima anche in “Beautiful Bird”.

You said you loved all the songs that I’d sing, but nothing like you’d ever heard,
And I said I loved you with all of my heart when we were two beautiful birds.

But one day you asked for a different song,
One that I just couldn’t sing,
I got the melody sharp, and the words all wrong,
Those were the last days of spring.

A mio parere questo è uno dei pezzi migliori dell’intero album; nonostante avessimo avuto modo di ascoltarla mesi fa cantata soltanto da Mike, l’artista ha deciso di regalarne una nuova versione, questa volta in compagnia della giovanissima cantautrice britannica Birdy. Le voci dei due musicisti si miscelano perfettamente, regalando a chi ascolta un brano intensissimo.
A fare da padrone sono certamente le melodie dolci e malinconiche, anche se non mancano le eccezioni:anche se vi sono delle eccezioni, rappresentate da “If you go” (“While our love is green forget the troubles we’ve seen, forget the people we’ve been before all of the mistakes and heart breaks”) e “Anywhere” (scelta come secondo singolo). Quest’ultima, in particolare, colpisce immediatamente per il sound ritmato e il testo solare e spensierato, che ricordano specialmente le atmosfere di All the little lights e Whisper I.

“If you get up in a jet plane
Or down in a submarine
If you get onto the next train
Just go somewhere you never been
If you wanna ride in a fast car
And feel the wind in your hair
Darling just look beside you
Oh, I’ll go with you anywhere”

Last but not least c’è il tema del viaggio, ricorrente nella discografia di Passenger, espresso attraverso un susseguirsi di colori, paesaggi ed emozioni che essi suscitano. Il viaggio è una presenza fortissima, tanto che il brano che da il titolo all’album, “Young as the morning, old as the sea”, l’artista elenca una serie di luoghi che vorrebbe visitare e alcune delle loro caratteristiche peculiari.

“I wanna lose myself in the Scottish highlands
The west coast of Ireland
The Cornish breeze

I wanna rest my bones in the Spanish sunshine
The Italian coastline is calling me
To be free as the birds that fly past me
Light as the fish in the sea
To be wise as the mountains
And tall as the trees

I wanna be sunny and bright as a sunrise
Happy and full as the moon
I’m fleeting like fireworks fading too soon”

Questo viaggio, nella mi testa, Mike lo percorre da solo, è un viaggio all’insegna della riscoperta di se stessi, che partendo da una condizione di perdita e di profonda solitudine, mira alla ricerca di stabilità e di un nuovo equilibrio, che sembra venire raggiunto con “Home”, il brano di chiusura, che è, forse, il mio preferito dell’intero disco.

“They say fear is for the brave
For cowards never stare it in the eye
So am I fearless to be fearful
Does it take courage to learn how to cry

When I start feeling sick of it all
It helps to remember I’m a brick in a wall
who runs down from the hillside to the sea
when I start feeling that it’s gone too far
I lie on my back and stare up at the stars
I wonder if they’re staring back at me”

Ma quindi, Young as the morning, old as the sea risuonerà nelle radio? Probabilmente, no. Sarà un album che entrerà nella storia della musica? Sicuramente, no. E allora, vi chiederete voi, per quale assurdo motivo ho sprecato così tante righe per decantarlo? Che cosa avrà mai di tanto speciale? La verità è che si tratta di un disco semplice, come l’artista che lo ha composto. Mentre le dieci tracce che lo costituiscono scorrevano, la sensazione che ho avuto è stata quella di star percorrendo un lungo viaggio, con le cuffie nelle orecchie e lo zaino sulle spalle. Questo perchè, con le sue canzoni, Passenger ha la capacità di scatenare nella mente di chi lo sta ascoltando una serie di immagini e di sensazioni, che fanno stare bene per tutta la durata del disco e continuano a far pensare quando la riproduzione è finita. E se un cd, per quanto semplice possa essere, riesce in un’impresa del genere, allora per me, è un gran disco.

passengerguitar
Il tour di Passenger prenderà il via dal Fabrique di Milano il 28 settembre (location che aveva già ospitato la sua ultima performance milanese) e toccherà Europa, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Il ruolo di opening act è stato affidato a Gregory Alan Isakov, cantautore di origini sud africane, la cui musica è costellata da riferimenti al tema del viaggio e che appare, dunque, perfetto come supporto per un artista del genere e che non vedo l’ora di ascoltare live. Ma la vera sorpresa, per questo tour, sarà un’altra: Passenger, ha spiazzato tutti i suoi fan scegliendo di farsi accompagnare per la prima volta da una band, composta da Pete Marin (batteria), Ben Edgar (chitarra elettrica), Rob Calder (basso) e John Solo (tastiere). Ammetto che appena ho letto la notizia sono rimasta un po’ delusa. Nella mia testa, infatti, Mike Rosenberg è il one boy band, che pur essendo sul palco in sola compagnia della sua chitarra riesce a scaldare il cuore del pubblico e a regalare uno spettacolo intimo e, allo stesso tempo, coinvolgente. Proprio per questo, la paura di non provare le stesse emozioni sentendo i brani che tanto amo eseguite da una band al completo c’è. Allo stesso tempo, però, sono consapevole che un artista, nel corso della propria carriera, senta il bisogno di rinnovarsi, magari addirittura cambiando la formula che l’ha reso celebre (Mumford & Sons docet). Io non vedo l’ora di vedere cosa Passenger ci riserverà con questo nuovo tour e consiglio anche a voi di non lasciarvelo scappare.
Ci si vede il 28 settembre al Fabrique (mi riconoscerete, sarò quella in lacrime sotto al palco).

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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