Dreamer+ Sassy 009
7.0

La cosa principale che rende i sogni tali è la difficoltà nel riuscire a darne una rappresentazione che si avvicini quantomeno in parte al loro aspetto curvo. Ci avete mai fatto caso che quando sogniamo le dimensioni spesso non tornano e le linee sono il più delle volte ondulate? Con le immagini e il cinema è assodato che bastino dei contorni sfumati, un particolare tono cromatico della fotografia o al massimo un effetto fisheye. Si ottiene così una sensazione simile, ma non identica. Un qualcosa che ci fa capire che ciò che stiamo guardando è una visione onirica. Più complesso è riuscirci con le parole senza dichiararlo. Se di mezzo c’è pure la musica, il compito diventa un po’ meno arduo, ma solo perché si ha un’arma in più. Sunniva Lindgård, in arte Sassy 009, ci sfida a entrare nel suo mondo dei sogni con un esordio ambizioso come Dreamer+.

Sassy 009 Dreamer+
Sassy 009 | (c) Mikaela Kautzky

Non è proprio il disco fatto per acchiapparti al primo play. Anzi, è uno di quegli album che ha quella capacità strana di non dirti granché nel mentre lo ascolti, ma che nel post ti spinge a tornarci. Hai come quella sensazione di esserti perso qualcosa di importante e allora dopo un po’ ci riprovi. E tutto questo accade a ripetizione, come nei sogni. Stiamo parlando di un album di debutto che arriva dopo diversi anni di carriera.

Sassy 009, nome d’arte scelto riprendendo il nickname utilizzato su Soundcloud, ha pubblicato i suoi primi pezzi a cavallo tra il 2017 e il 2018, quando ancora faceva parte di un trio nato alle scuole superiori. Nel 2019 inizia il proprio viaggio come artista solista: l’EP KILL SASSY 009 è elettronica fatta nel modo giusto, come uno si aspetterebbe. Basi che spingono al movimento che trasportano chi ascolta in un club del Nord Europa - Sunniva è norvegese – e che sorreggono una voce essenziale. Dreamer+ ha un passo totalmente diverso. Frutto di un lavoro certosino e complicato durato cinque anni, è pensato come un concept album sia a livello sonoro che tematico. Lo si comprende fin dalla traccia iniziale, Butterflies, che dal suono della motocicletta che si confonde con il resto, introduce la realtà sul dancefloor.

Mano a mano che la tracklist procede è come se fossimo immersi in un flusso di elettronica corposa ed eterea allo stesso tempo. Uno dei singoli, oltre che dei pezzi più immediati, è Someone. Immaginate Charli xcx senza la sfacciataggine di brat. Un hyperpop più concettuale che dà corpo e spazio a sentimenti complessi, come la malinconia e il bisogno di un riconoscimento. In mezzo alla pista si cerca qualcuno in grado di comprenderci come la musica del DJ. Ci si muove continuamente in un mondo di specchi con pezzi che si riflettono l’uno sull’altro con rimandi, talvolta corrispondenti, altre contraddittori. Il cielo, come in un incubo notturno può cadere, essere troppo vicino alla nostra testa oppure essere qualcosa di davvero distante come in Mirrors dove la sua voce si confonde e distorce insieme a quella di yuné pinku.

Sassy 009 Dreamer+
Sassy 009 | Foto press

Dreamer+, ma forse un po’ tutta la musica di Sassy, si può interpretare anche come una ribellione alla formazione classica dei suoi genitori che, a sua detta, forse non capiranno mai il mondo EDM. Occhio però che non c’è un rinnegamento completo, anzi. A loro dedica il finale lo-fi - oltre che unico momento del disco non elettronico – Ruins of a Lost Memory. Su una melodia che i suoi avevano scritto per l’Eurovision Song Contest, Sunniva mette in mostra il proprio talento canoro che durante le tracce precedenti, rimane fin troppo in ombra a vantaggio del mood e delle produzioni.

Ciò che differenzia Sunniva da tutti i suoi possibili riferimenti è il modo in cui l’elettronica si fa “suonata”. In Edges lo smalto sul quale si interroga l’artista c’è eccome: nella batteria e nel basso. Il pezzo centrale, Dreamer, per esempio rallenta i beat e culla l’ascoltatore con una base sì sintetica, ma che ondeggia tra ambient, R&B e qualche accenno ritmico alternative jazz. Un mood che scivola senza troppe giravolte, in maniera totalmente naturale, nella successiva Sleepwalker’s Pendulum in collaborazione con l’artista anglo-olandese BEA1991. Una canzone notturna che racconta di un amore quasi extrasensoriale che fa il paio con la musica di Sassy dove i confini tra racconto reale e onirico sono quasi inesistenti.

Quando parte Tell Me siamo già in un altro territorio. Gli strumenti “acustici” sovrastano l’elettronica dando vita a qualcosa che potremmo definire post-shoegaze, arricchito dalla voce di Blood Orange. Quell’accenno melodico si ripercuote nella successiva My Candle dove non c’è più traccia di hyperpop. La batteria instancabile, la linea melodica più marcata e una strumentale che, con strutture più classiche, pescando dagli anni ’90, gioca con i crescendo e le distorsioni come lo farebbe una band, spostano ancora di più i confini di genere. 

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In Enemy l’elemento acustico invece scompare del tutto e persino le percussioni lasciano spazio alla drum machine. La voce di Savanna, al contrario, sembra lottare contro gli effetti emergendo a tratti più pulita rispetto alle canzoni precedenti. Uno dei pezzi meglio concepiti del disco, sia per il ritornello che per il concept che qui si esaurisce portando l’ascoltatore dritto al finale.

Un risveglio o al contrario un sogno ancora meno nitido come il canto ovattato che sembra provenire da un’altra stanza. La già citata ballata pianistica, cantata a voce piena, trasforma Sassy 009 in un’artista pop. Poi quando la musica si ferma, il riscatto dell’io narrante femminile, giunto al massimo della disperazione, si realizza con un’azione estrema. «Her overwhelming despair is her power. So she kills Jakov with nothing more than the thought» sono le parole che chiudono il disco e il sogno. Pronunciate a secco, senza alcuna colonna sonora ad addolcirle.

A dispetto della copertina che la mostra distante e di spalle, Dreamer+ è un esordio che racconta molto dell’interiorità di Sassy 009 pur dando l’impressione di voler ergere una barriera. Tra le pieghe sonore di un hyperpop onirico, della nebbia shoegaze che si alza a intermittenza e della batteria che spesso prende il posto della drum machine e restituisce materialità e corpo alle sensazioni, c’è Sunniva. È una messa a fuoco lenta, volutamente sballata, e questo può rendere ostica l’immedesimazione iniziale. Male che va però si può sempre ballare nell’attesa dell’illuminazione.