Michael Scott: [screams] NO! GOD! NO, GOD, PLEASE, NO! NO! NO! NOOOOO!
(The Office US, S5E9)
Mia - e non solo mia - onesta reazione al primo ascolto di Deadbeat di Tame Impala, e, purtroppo, anche a quelli successivi.
Il nuovo disco di Kevin Parker, arrivato a ben cinque anni di distanza da The Slow Rush, prosegue sulla strada danzereccia dettata dal suo predecessore, passando dalle influenze della disco music di quest’ultimo ad atmosfere più marcatamente clubbing, in particolare house e techno. Direzione intrigante, e il primo singolo End Of Summer sembrava presagire un gran bel disco da ballare, ma allo stesso tempo elegante e riflessivo. Tuttavia un sopracciglio si alzava con Loser, secondo singolo, e lì rimaneva con Dracula, ultimo singolo pre-uscita che, va detto, al netto di alcune perplessità rimane in testa con facilità.
Il problema è arrivato dopo, quando finalmente abbiamo avuto tra le mani o nelle cuffie tutto Deadbeat, uscito venerdì 17 ottobre. Che questa data venga consegnata ai posteri come prova incontrovertibile che anche il buon Kevin, nostra Via, Verità e Vita, può fare un album bruttino.

Credo che My Old Ways sia uno dei peggiori opening mai ascoltati. L’idea di fondo è pure interessante, l’inizio lo-fi come se stessimo ascoltando un memo vocale, una di quelle note che i musicisti registrano col telefono per non dimenticarsi di un giro o di una strofa, che poi sfocia nel vero e proprio pezzo. Il punto è che poi non parte. A dirla tutta, in questo album non parte quasi niente. Ok, bella la cassa dritta, gli archi e il giro di piano bello quadrato, ma poi? Kevin Parker sembra ambire (e il resto del disco ce lo conferma) ad una certa eleganza minimalista di stampo house, ma quello che ottiene qui e nella stragrande maggioranza dell’album assomiglia più ad un insieme di linee strumentali semplicemente sovrapposte fra loro che a brani veri e propri, coesi e ben impastati. Non tira. Le parti ritmiche, batteria/beat e groove di basso in primis, sembrano accendersi e spegnersi come loop dalla durata pre-impostata: così come entrano, allo stesso modo scompaiono, senza momenti di transizione che accompagnino l’arrangiamento da una sezione all’altra. Molti brani sembrano demo, dalla struttura incerta e pigri nelle soluzioni.
È un gran peccato, perché alcune suggestioni sarebbero davvero interessanti. Oltre alla già menzionata Dracula, al limite del pedante ma innegabilmente orecchiabile, dobbiamo aspettare la fine di Deadbeat per poter provare una sensazione lontanamente paragonabile al godimento a cui il progetto Tame Impala ci ha abituati. A parte End Of Summer, che chiude la tracklist ed è forse il pezzo più completo e convincente, in caso di incendio probabilmente salverei solo Ethereal Connection, che aspetta nella seconda metà del disco e tenta come può di risollevare la situazione. Qui scorre forte ciò che è rimasto del sangue versato in The Slow Rush, e i bpm alti e i profondi colpi di cassa catturano l’attenzione e alimentano le speranze. Eppure anche in questo caso il crescendo lento non sfocia in alcun tipo di appagamento, e ancora una volta Kevin apre una strada, una linea melodica alla volta, che non porta in nessun posto particolare. Per fortuna il tocco non è stato perso del tutto (stiamo comunque parlando di un Artista con la A maiuscola), e se la direzione è confusa, nel frattempo c’è comunque un bel panorama sonoro da godersi: ho tanta fiducia in particolare nella resa live di questo pezzo, che punta ad un certo stato di trance tech-house, forte anche dei suoi impegnativi 7 minuti e 42 secondi.

Purtroppo, questo è più o meno quanto. Abbiamo già menzionato Loser, che oltre a dare il contentino agli irriducibili fan delle chitarre è buona giusto per cringiare a causa della copertina del singolo. Afterthought è invece la più stretta parente delle sonorità di The Slow Rush, pur mancando di quel qualcosa, fosse anche solo dettaglio, per renderla memorabile.
Piece Of Heaven è interessante per la sua riflessione meta-musicale sul processo stesso di creazione artistica, che nasce dalle stanze disordinate traboccanti di cavi e strumenti che abbiamo imparato a conoscere grazie ai social di Kevin, la sua personalissima porzione di paradiso:
This room is a shambles
But I think it's fine
To you, it's untidy, maybe
To me, it's divine.
Un pezzo questo che vuole trasmettere la sensazione estatica, quasi ascetica data dalla creatività e il conseguente distacco dal mondo esterno che essa comporta (“Now there is a whole world / Going on out there / Whatever I'm missing out on / In here, I don't care”), inserendosi in un discorso che invece non propone grandissime novità in termini di contenuto rispetto alla passata produzione di casa Tame Impala: riflessioni infinite su amori passati, insicurezze lasciate a macerare incessantemente, un senso di inadeguatezza sociale ed emotiva che rimane difficile da staccarsi di dosso. Spunti interessanti, ma non sono i sentimenti, le ragioni o le fatiche che stiamo prendendo in esame qui, quanto il modo in cui ha deciso di esprimerle: e questo, purtroppo, non è al livello dei Tame Impala che conosciamo.

In rete è già cominciato lo scontro tra chi difende l’album a spada tratta e chi invece trova l’album semplicemente “mid”: termine grezzo, lo so, ma forse il più adatto a descrivere Deadbeat. Che sia forse la dimensione live a rivelare tutto il potenziale inespresso del disco? Questa è la speranza. Chi si troverà sotto palco, magari a Torino o Bologna, a ballare in infradito come il buon caro Kevin lo scoprirà fra non molto.
L’ultimo pensiero va infine alla figlia, che si è ritrovata in copertina del primo flop nella storia di Tame Impala. Bambina, capita anche ai migliori. E avrai tutto il tempo per rinfacciarlo al babbo.