The 1975 | A Brief Inquiry Into Online Relationships

by Renato Anelli

Voto:

A-
Caleidoscopico

A“You learn a couple of things when you get to my age,” sono state effettivamente le prime parole che ho sentito cantare da Matt Healy in occasione del primo singolo che anticipava l’uscita di questo terzo album. E nonostante il cantante abbia sembra detto come i primi tre album della band sarebbero stati lo specchio delle sua vita e delle sue esperienze, il nuovo album non si limita solamente a raccontare la maturazione personale di Healy (che nel frattempo ha superato i propri problemi di dipendenza da stupefacenti), ma tocca diverse altre tematiche, quali il ruolo di internet nelle nostre vite, il rapporto con la tecnologia e il modo in cui avvengono oggigiorno le relazioni personali, catturando in tal senso l’alienazione e la confusione delle nuove generazioni nella realtà contemporanea.

Proprio da questo nucleo tematico nasce quindi il pesante paragone con “OK Computer” dei Radiohead che tanto ha fatto discutere nei giorni precedenti l’uscita dell’album. Solo il tempo ci dirà se quella di NME sia stata una semplice esagerazione spinta dall’euforia del primo ascolto e volta unicamente a fare dibattere i propri lettori, ma è innegabile che, senza necessariamente scomodare i mostri sacri della musica, ci troviamo di fronte ad un album davvero molto interessante.

La prima impressione è che con “A Brief Inquiry Into Online Relationships” i The 1975 si siano presi diversi rischi, condensando in una dozzina di brani una quantità incredibile di influenze, di spunti e di svolte melodiche e ottenendo così un disco inaspettatamente ricco e variegato. Fin dai primi ascolti infatti appare evidente che alla base di tutto ci sia stata una ricerca sonora degna di nota, nella composizione e negli arrangiamenti dei brani, che apre questo lavoro verso una moltitudine di generi fusi egregiamente tra di loro e che rende, secondo me, quest’album perlomeno una delle pubblicazioni più interessanti e intriganti tra quelle dell’ultimo anno.

Difatti, fin dall’inizio dell’album veniamo trascinati da un frizzante riff di chitarra che si ispira prepotentemente a “Disorder” dei Joy Division e che ci apre a  Give Yourself a Try, il primo vero singolo dell’album. Qui, con la stessa forza della chitarra di Adam Hann, si palesa già a noi il cardine concettuale dell’album, a partire dai versi “And I was 25 and afraid to go outside / A millenial that baby-boomers like” che ci descrivono il disagio e le difficoltà relazionali proprie della nostra generazione. C’è poi spazio per il synthpop effervescente di TOOTIMETOOTIMETOOTIME, che tratta il tema dell’infedeltà tra due amanti nell’era digitale, e il cui video pieno di colori ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che sono forse passati i tempi dell’estetica in bianco e nero che tanto aveva caratterizzato e fatto apprezzare gli esordi della band. Tra echi di trombe e fiati tipicamente jazz e cori che trasudano invece sonorità quasi soul la bellissima Sincerity Is Scary abbraccia l’abilità di accettare le proprie insicurezze e ansie per quello che sono: qualità umane ineludibili.

Questo caleidoscopio di generi e colori tocca quindi vene soul tipiche del miglior Phil Collins in I Couldn’t Be More in Love, passando per accenni quasi trap di I Like America and America Likes Me e sfumature jazz di Mine, e arrivando alla curiosa fusione tra ambient e il Thom Yorke solista di How To Draw / Pelichor e all’alternative rock di I Always Wanna Die (Sometimes), ma senza dimenticare il fascino intramontabile delle ballad acustiche di Be My Mistake e Surrounded By Heads And Bodies.

L’abilità di Matt Healy di trattare argomenti cupi in modo velato si manifesta poi in uno dei singoli principali dell’album, It’s Not Living (If It’s Not With You), una chiara apertura, in salsa pop anni ’80, alla dipendenza da eroina del cantante che lo ha costretto in riabilitazione in una clinica delle Barbados a fine 2017, avvenimento dal quale Healy non si sottrae e che tornerà a più riprese nel corso dell’album. Tuttavia, il tema principe di quest’album trova forse il suo apice espressivo nel bizzarro The Man Who Married a Robot, una allegoria di solitudine e dipendenza da Internet recitata da Siri in cui ci viene narrata la storia, come nel più classico degli episodi di Black Mirror, di un uomo (identificato dal proprio username) che sposa Internet, in quanto l’unica entità a poterlo appagare e rendere felice. Healy infatti non perde mai occasione per sottolineare l’importanza di essere consapevoli dell’umanità: “La modernità ci ha deluso”, recita un verso di Love It If We Made It, denunciando con disincanto la contemporaneità nella quale gli uomini si ritrovano alienati ed incapaci di relazionarsi gli uni con gli altri.

Quindi, quest’album può essere considerato il nuovo “OK Computer”? Non penso, ma sono convinto che il tentativo di forzare un paragone così scomodo e pesante sia abbastanza riduttivo e non renda giustizia all’egregio lavoro di Matt Healy e soci, capaci di compiere con il terzo album un salto notevole, forzando i confini di quello che chiamiamo indie pop, aprendosi ad una moltitudine di generi e stili e realizzando un vero e proprio spaccato della realtà contemporanea. Ricordo che un famoso filosofo contemporaneo disse: “l’amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile”. Ed è certo che noi, quest’album come quello di Thom Yorke e soci del 1997, lo amiamo.

Renato Anelli

Suono in conservatorio. Ma non mi aprono mai.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: