The Black Keys | Let’s Rock

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

C+
On the road, but on the run

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Poche sono le regole dettate dall’eterno serpente che si morde la coda, ma tra queste vige anche l’imposizione prettamente yin e yang che tutto, in un modo o nell’altro, è destinato a ritornare. Correva, infatti, l’orwelliano 1984, quando per la prima volta una sedia elettrica venne scelta come protagonista per la copertina di un album; da allora dovette passare un’abbondante trentina d’anni prima che quella stessa immagine riuscisse a palesarsi nuovamente nell’ambito discrezionalmente mainstream, seppur sotto luci e contesti decisamente differenti.
Allora, a marcarsi come testa della sopracitata serpe, fu Ride the Lighting dei Metallica. Oggi, invece, a fornirle un più che mai non intenzionato prosieguo sono i Black Keys con il loro ultimo disco, intitolato Let’s Rock, secondo le testuali parole pronunciate lo scorso anno da un condannato a morte del Tennessee. Origini di cattivo e dubbio gusto? Abbastanza, a mio avviso, malgrado se non altro si delinei chiaramente la tipica strafottenza da rocker, veterani del medium musicale.

Più che altro, ciò che forse andrebbe meglio delineato è un parallelo tra la copertina dell’album in questione e lo stesso genere del rock’n’roll, ora chiamato al banco degli imputati per testimoniare della sua stessa fine. Qui, vostro onore, con un atto simbolico della sua caratterizzante ribellione esistenziale e dopo aver giurato solennemente sulla costituzione firmata dai padri fondatori della Jimi Hendrix Experience, questo probabilmente non si farebbe troppi problemi nel dichiararsi colpevole di tutte le accuse, davanti agli incuranti sguardi dei suoi (a volte ben lontani) parenti aguzzini, la cui ombra ne sovrasta da tempo l’operato. Eppure, come ci ricorderebbe Nicholson in Codice D’Onore, forse noi non possiamo reggere del tutto l’ironica verità, secondo la quale appunto tali atteggiamenti latentemente autocommiserativi da perenni secondi classificati, reduci di gallagheriane manie di protagonismo, si siano insinuati indiscutibilmente troppo nei canoni del genere con tratti nichilisticamente naïve. Perché quando si decide di mostrare al mondo tenacia e dedizione, intitolando un’opera Let’s Rock, si deve essere certi dei propri assi nella manica e relativi vantaggi, senza perdersi in ridondanti discorsi sull’assodato tramonto del rock.

Allo stesso modo i Black Keys, nuovamente sotto il segno del pericolo, promettevano di mantenere il focus su un simile obiettivo da molti perseguito, riportando in scena il sound emergente da influenze garage e blues che li aveva finalmente posti sotto i riflettori globali all’alba del loro settimo album, El Camino. Il drastico taglio con gli esperimenti psych rock del precedente Turn Blue diventa quindi subito manifesto, a partire dalla diversa costruzione delle tracce, in ogni caso avversa allo sforare il tetto dei quattro minuti e che si propone come tana dell’assoluta protagonista del disco: la chitarra di Auerbach, gonfiata nei riff dallo spontaneo modus operandi scelto per la produzione, a tratti ingenuamente grezzo e diretto come nelle migliori vocazioni lo-fi.

Per quanto di conseguenza, le premesse rispondano chiaramente al sempre valido appello di riscatto e un sentimento positivo di zelo guidi il tutto, il duo tuttavia, tra notevoli alti e incerti bassi, fatica a carburare durante l’intero viaggio verso Nashville, moderno baluardo di queste bramate sonorità. Pertanto, l’aria che si respira ascoltando queste dodici tracce rimbomba come l’eco di uno stereo nelle foreste dello Utah, a bordo di una vecchia Chevrolet per cogliere uno spensierato feeling da on the road, ma con il rapido intuito che il conducente stia allo stesso tempo mascherando con il pretesto della gita a quattro ruote una fuga da omessi e salienti particolari: con il silenzio-assenso di Carney, Auerbach ogni tanto sembra guidare l’album inseguito più che mai dalle sue riflessioni su solitudine, esperienze, ansie e desideri, in brani come Walk Across The Water e Sit Around And Miss You, perdendo però troppo di vista il fattore mordente che avrebbe potuto sancire le promesse iniziali di buon auspicio.
Non a caso, infatti, la grossa falla nel sistema di Let’s Rock è la quasi totale mancanza di grinta che si dilunga per un grosso terzo dell’album, alimentato da un palese problema di ritmo nell’alternanza tra le tracce: i riff ci sono, il garage-blues pure, è assente solo l’incisiva risolutezza nel saldarli insieme da qui a un domani.

Si ingrana subito una giusta marcia tra i corposi giri di chitarra di Shine A Little Light, procedendo spediti per l’interstatale di Eagle Birds fino a raggiungere il definitivo prototipo di nirvana per le canzoni dei Black Keys rappresentato da Lo/Hi. Quanto segue, però, ad esclusione della sola Every Little Thing, non è altrettanto incisivo e comporta il successivo rischio di incagliare l’ascoltatore per almeno quattro tracce, prima che possa finalmente riprendersi grazie ai coinvolgenti cori della nona Go. Da qui in poi, il viaggio si concluderà riassumendo nel finale trittico di tracce gli elementi visti in precedenza, a livello sia stilistico musicale sia tematico: da un lato, infatti, abbiamo le ottime basi colme di esaltate chitarre e relativi assoli, che rubano nettamente la scena ai testi presenti dall’altro, le quali invece non sembrano dar alle prime giustizia, sebbene la voce di Auerbach si impegni al massimo in questo inseguimento (non che i testi del duo siano mai stati il loro elemento di punta).

Non c’è alcun motivo per negarlo o per girarci ulteriormente intorno: le aspettative, così come la posta in gioco, erano decisamente alte e a maggior ragione, date le premesse, forse ci aspettava qualcosa di più dal ritorno dei Black Keys dopo una lontananza di cinque anni. Per cause riconducibili all’assenza di una grinta possibilmente tracciabile per tutto l’album oppure al fatto che il 90% delle migliori tracce fosse stata precedentemente rilasciata come singoli, Let’s Rock è un album che soffre dell’hype generatosi alle sue spalle nei mesi passati, anche se presenta tracce (come Lo/Hi) simbolo dell’iconico sound del duo. Troppi ragionamenti razionalmente freddi in questo caso non porterebbero ad alcun risultato, anzi correrebbero solo il rischio di prendere le distanze da quella che è la migliore fruizione di quest’ultima fatica dei Black Keys, ossia come un album rock senza grandi pretese, ideale a far fronte alla mancanza estiva del genere stesso.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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