The Heavy | Sons

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

C
Lineare

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Presentare da zero un gruppo come gli Heavy non è mai un’impresa facile o in alcun modo gratificante, dato che, malgrado la loro più che decennale presenza scenica, sono diventati il classico esempio di gruppo che nessuno conosce, ma di cui tutti, volenti o nolenti, hanno almeno una volta sentito un brano o qualsivoglia spezzone. Ad essere non gratificante, appunto, non è affatto la loro musica, ma anzi l’obbligo informale di doverli introdurre ad un possibilmente ignaro interlocutore nostrano con il tipico preambolo rievocativo di una qualche troppo distante pubblicità, dove comunque il termine stesso di pubblicità è ampiamente sostituibile da una variegata rosa di concetti simili, derivanti da una generalmente medesima area semantica. Grazie ad un repertorio di ben quattro album, che spaziano dall’indie rock al blues con influenze funk e sfaccettature al limite del cinematografico, la band inglese è riuscita a farsi largo in un sostanzioso ed imprecisabile numero di spot televisivi, trailer e relative pellicole (anche di un certo calibro, come The Hateful Eight), il tutto però senza mai fare quel salto che li portasse ben più in là di tali camei. Nonostante ciò, gli Heavy sono in ogni caso riusciti a mantenere, nel corso degli anni, un pulsante seguito, in grado di portare al sold out alcune tappe dell’attuale tour e curioso di come l’ormai affermato sound del gruppo potesse essere cresciuto in questo 2019; perché d’altronde, come anche nel caso di questo quinto Sons, qui e ora sotto esame, drastici cambi di stile sono palesemente fuori discussione. La band resta salda alle proprie radici e così, il connubio tra indie rock e spaghetti western riesce puntualmente a darsi il consueto appuntamento a metà strada con il blues: (ovviamente non letteralmente) il buono, il brutto e il cattivo di nuovo insieme per un pugno di dollari, peccato però che nel letto di questo fiume sonoro luccichino ben poche pepite per i cercatori d’oro.

Senza troppe sorprese, l’album si apre con grande impeto e totale rispetto di tutti i canoni stilistici descritti sopra con Heavy for You: percussioni martellanti dettano solennemente il tempo, chitarre a briglia sciolta mostrano la via e ritornelli in coro incitano l’ascoltatore a stare al passo. Senza se e senza ma, una delle migliori ouverture per gli Heavy. Tuttavia, questa magia, con lo stesso zelo con cui era comparsa, non tarda a sparire: paradossalmente infatti l’opener rappresenta inoltre, forse un po’ forzatamente, tutto ciò che manca a ben due terzi dell’album per brillare completamente. Il senso di grinta e spinta, nonostante appena scalfito, passa nettamente in secondo piano (verrà resuscitato in via esclusiva nella nona A Whole Lot of Love) a favore di caratteri più funk, non ugualmente incisivi: il risultato è un disco in molti tratti piatto e poco costruito con una chiara visione d’insieme, che suona apparentemente come una collezione delle migliori tracce degli Heavy stessi, senza però mai effettivamente esserlo o rimarcare nettamente le grandi qualità del gruppo.
Dopo la seconda orecchiabile Thief, reminiscente di una produzione molto simil-Auerbach, arriva Better as One e con quest’ultima anche un leggero senso di stanchezza, amplificato da ritornelli ripetuti forse un po’ troppe volte, lenito dagli spunti interessanti di Fire e Put the Hurt on Me ed infine aggravato dai due beat gracidanti che infestano l’ottava Simple Things. Quest’ultimo brano presenta un apprezzabile riff di chitarra molto classico e non sarebbe male, se non fosse appunto per gli appena citati suoni che ricordano un gracidare, vista anche la presenza di un buon assolo di chitarra: uno dei tanti che permeano positivamente l’album.

Sebbene si provi un po’ di timore nel pensare che gli Heavy abbiano abbandonato il vecchio West dei precedenti lavori di qualche anno fa, la penultima What Don’t Kill You in accoppiata tattica con la conclusiva Burn Bright cambiano drasticamente le carte in tavola sotto lo sguardo di un incredulo banco, ricalcando appieno ciò che il gruppo ha sempre saputo fare meglio e per il quale è riuscito a distinguersi nella matassa indie rock pre-2010: congiungere le diverse influenze garage e blues in ampie sonorità che, forti di un vasto repertorio di strumenti, sappiano mettere in mostra un’ampia azione scenica con la coda dell’occhio costantemente fissa su orizzonti in pieno imprinting Morricone.
Questo, da sempre, il punto di forza chiave degli Heavy ed elemento su cui dovrebbero puntare leggermente di più per creare un album che lasci veramente il segno, specie se combinato a tracce più di carattere “banger” come dimostrato dall’opener stessa Heavy for You. Dissipare tanto impeto ed immaginario sonoro con imposizioni funk più leggere non sarebbe nemmeno una cattiva idea, a patto che queste non prendano il sopravvento e permeino il tutto con un senso di spossatezza, cosa successa appunto qui.
Come menzionato qualche riga più sopra, Sons non presenta tracce di per sé scartabili a prescindere, ma anzi ne è quasi loro vittima, rischiando molto spesso di assomigliare ad una sbiadita raccolta di Best of o Greatest Hits, senza comunque possederne le qualità distintive di suono, ma rimarcandone invece la tipica assenza di omogeneità simbolo di ogni disco che rispetti le unità aristoteliche.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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