The Horrors | V

by Silvia Rizzetto

Voto:

B+
Composito

Il 22 settembre è stato pubblicato dall’etichetta Caroline Distribution V, il quinto album del quintetto inglese The Horrors. La derivatio qui è d’obbligo, ma stando a quanto affermato da Joshua Hayward all’Home Festival di Treviso, il numero si tratta più di una casualità che fermezza congeniale: «Io vedo la lettera “V” come un simbolo di rinascita», ha detto mentre ridacchiava, lasciando perplesso il suo intervistatore. Scherzi a parte, lo si prende alla lettera: ne è passata di acqua sotto i ponti della loro spettrale Strange House, il primo album che quest’anno ha spento dieci candeline. Indubbiamente, è di rigenerazione che “parla” la copertina realizzata da Erik Ferguson: in quell’impasto di uomini fusi si possono distinguere dei volti che rappresentano quelli di ciascun componente del gruppo. Si può affermare che vi è rappresentata la legge di conservazione della massa di Lavoisier: «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

Eterogenee sono anche le dieci flemmatiche tracce dell’LP, che dimostrano una compostezza matura acquisita negli anni e che non annoiano grazie alla vasta scelta di tecniche compositive. Seppur ancora rilassati, onirici ed eterei, pare che si siano smossi da quel leggero torpore dei due album precedenti. Non è dovuta al produttore Paul Epworth quest’ «ambizione di scrivere canzoni adatte anche al gusto mainstream senza rinunciare a una buona dose di “oscurità e aggressività”, per usare le parole di Badwan» (Raffaella Oliva, «Sport Week», 16 settembre 2017): lo stile “dark-gotico anni Ottanta” è una peculiarità ancora riconosciuta dalla critica, allo stesso modo la voce di Faris Badwan è un mix fra Dave Gahan, Ian Curtis e Jello Biafra.

L’attacco ascensionale di un sintetizzatore, a cui segue subitamente un connubio da brividi tra il rullante martellante e i riff di un basso elettrico distorto, è la prima successione di note di Hologram, la prima traccia, nonché uno dei punti di svolta di V. Gli strumenti donano all’ascoltatore una sensazione di smarrimento in un moto centrifugo, un aggirare alla voce lievemente metallica di Badwan, immerso in dubbi esistenziali propri della nostra attualità precaria. I tasti si alternano alle due domande: «Are we hologram? / Are we vision?». Se ogni nota rappresenta un senso di spazialità, il ponte è un accesso ad una sala giochi, con i coin-op che riproducono spari striduli, mentre la fine in dissolvenza, con il glissato della chitarra e la tastiera non più sintetizzata, è un’immersione negli abissi. È una sinestesia complessa.

Segue Press Enter To Exit, un brano che si allaccia all’ intensità bassa della precedente, per poi interrompersi e sfogarsi attraverso un coinvolgente auto-wah. L’andamento è smorzato e lisergico al tempo stesso, tuttavia la canzone non è un richiamo agli anni Sessanta: qui gli Horrors dimostrano di conoscere bene anche gli anni Novanta. La realizzazione del brano è durata due anni: inizialmente la traccia appariva come una trovata calma e dilettevole da «zombie degli anni Sessanta» (Rhys Webb, The Horrors Track By Track Part 1), ma la scoperta del W-bass ha cambiato le carte in tavola. Durante un question time su Reddit, Tomethy Furse ha scritto che hanno persino litigato: «there was a lot of heated discussion about the spacier sections». Il titolo richiama le contraddizioni interne alle strofe.

Machine, primo singolo estratto da V, è il brano più heavy: per la registrazione sono stati adoperati dei “suoni industriali” quali la batteria elettrica; è segnato da un costante senso di inquietudine, acuito dal testo che è rivolto ad una materia inanimata; non poteva non avere un’ intro da catena di montaggio.

Furse ha inoltre affermato che la sua traccia preferita è Ghost, sottile, fresca e scoppiettante, non pedissequa imitazione dei Depeche Mode. Quel saltellio del ritmo è frutto delle numerose prove di Joe Spurgeon, che è riuscito a trovare un’alternativa più naturale dell’Hip-Hop. La canzone apre una parentesi nostalgica che si protrae sino alla sesta traccia.

In Point Of No Reply è raccontata da un Badwan rauco una relazione complicata impossibile da sbrogliare. Leggero nella sua semplicità, è il brano più pop di V, ma l’apparenza inganna: nonostante il ritornello sia facilmente apprendibile, Badwan ha confessato di aver impiegato due settimane per scrivere una strofa. L’outro è un mutamento di ritmo che non spezza la delicatezza del brano; alla fine dell’ultimo minuto, dopo un lungo riff di basso, si può ascoltare un suono simile ad un lazo che introduce un’ ensemble di batteria e corde distorte. Un tasto di un registratore premuto riproduce un click simbolico: è la parola “fine” del lato A (primo disco nell’ edizione limitata).

Archi prolettici aprono Weighed Down, anch’essa caratterizzata da un ritmo lento che non dà spazio a virtuosismi. Badwan prevale su tutti, dando enfasi alle frasi, consigli abbastanza frequenti nei testi musicali (ma anche nel quotidiano): mai farsi buttare giù dall’amore come un peso morto e mai essere l’ombra del proprio amante. Introducono e accompagnano l’outro gli assoli di Hayward: l’ultimo pare un omaggio ai Pink Floyd. Il chitarrista ha scritto su Reddit che in questa canzone hanno dato il meglio: è la prima traccia di V che è stata realizzata, e di conseguenza è stata “un’apripista” che ha permesso a loro di capire che le cose stavano andando nella direzione giusta.

E le chitarre “momenti con David Gilmour” (senza però esagerare troppo con il termine) sono presenti pure in Gathering: se nel lato A abbiamo sentito maggiormente Rhys Webb, nel lato B è Hayward il protagonista. Rilassante e melanconico, è l’intermezzo ideale di un live movimentato.

A Milano (5 dicembre, Circolo Magnolia) o a Bologna (6 dicembre, Locomotiv Club), noi italiani siamo già pronti a fare headbanging a suon di World Below, un altro pezzo forte che fa compagnia a Machine (quale coincidenza: entrambe sono le terze tracce dei due lati). Con campionatori e sintetizzatori da “incontri del terzo tipo”, Furse si è sbizzarrito e ha portato il suono sino alle «bright lights overhead». E chissà se tra quei pedali ce n’è uno creato dalle mani di Hayward.

Il tastierista se la cava benissimo anche nella power ballad dance It’s A Good Life, destreggiandosi tra gli effetti di un sintetizzatore e un pianoforte decisivo -assieme alla chitarra- nella suddivisione dei gruppi di strofe (lo si sente tra i soavi «again» di Badwan). La batteria fa il suo ingresso nel coro, mentre la chitarra è anche stavolta distorta. Può sembrare la traccia più debole di se non le si dedica attenzione: è divertente contare i numerosi timbri.

Last but not least, un brano che si meriterebbe di essere una hit da discoteca, Something To Remember Me By, di cui da poco è uscito il video musicale, alquanto ricercato e singolare. Rischia di essere ritenuta una bonus track perché non è collegata abbastanza bene alla sua precedente…se non fosse per quel sintetizzatore della prima strofa. Si balla per scacciare la delusione delle proprie incapacità, compatendo il narratore, rassegnatosi nella consapevolezza dell’irrecuperabilità del passato.

Cinquantaquattro minuti dopo, si capisce che Hayward non stava prendendo in giro nessuno: V è un giro di boa, nonché riscatto degli anni passati. Ormai è obliata l’esperienza opaca di Luminous. Furse e Hayward hanno risposto così ad una domanda pubblicata su Reddit:

Not that we don’t like Luminous but it was an extremely draining experience and by the end of it we realised we had to approach the next album with a different angle. Paul [Epworth, il nuovo produttore del gruppo, n.d.r.] ended up being the perfect facilitator for this.

Tuttavia, alla critica non piace V: poche stelline e numeretti intendono farci credere che sia un album “passabile”, ma V è una sfida che gli Horrors hanno lanciato prima a se stessi, discutendo con poca diplomazia, stando fissi allo schermo del computer alla ricerca di un’ispirazione, provando interi venerdì (giorno in cui solitamente si sogna già il weekend), trovando sempre nuove soluzioni. Tre anni di lavoro sono bastati a concretizzare ogni progetto. Essendo Halloween alle porte, potete pure urlare a squarciagola Sheena Is a Parasite o Gloves e magari versare qualche lacrimuccia pensando al fatto che brani così non si sentiranno per molto tempo dal vivo, ma a dicembre ricordatevi del composito V e andatelo ad ascoltare anche a braccia conserte.

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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