Nel supermercato ideale di quel capolavoro della letteratura postmoderna quale è Rumore bianco, lo scrittore Don DeLillo fa coincidere la pace dei sensi con un carrello pieno. Jack Gladney, il protagonista, guarda le borse gonfie, le confezioni formato famiglia e gli adesivi fluorescenti delle offerte, convincendosi di aver raggiunto la cosiddetta fullness of being. In altre parole: non ha sconfitto la paura della morte, l’ha soltanto sistemata sugli scaffali. Quarant’anni dopo, Julian Casablancas entra idealmente nello stesso centro commerciale e scopre che la realtà, fuori, è peggiorata: la solidarietà costa troppo, il pianeta diventa merce e andare a fare shopping rimane il metodo più comodo per non pensarci.
Reality Awaits vive dentro questa contraddizione. Casablancas invita a guardare in faccia il presente mentre lo ricopre di autotune, cambi d’accento, digressioni e strumenti sovrapposti. E, nel frattempo, trova persino il modo di regolare conti con artisti ed esperti del settore. Si tratta sicuramente del disco di una band che non vuole restare ferma, ma che qualche volta confonde il movimento con il continuare a sovrapporre.
Prima di seguirla tra le corsie, conviene liberarsi dell’ingombro più prevedibile: Is This It. A venticinque anni dall’esordio, quel disco ha già dato. Non serve costringerlo a pagare l’affitto per tutta la discografia degli Strokes. Il confronto più utile, invece, è con The New Abnormal, che nel 2020 aveva trovato un equilibrio quasi insperato tra riconoscibilità e crescita. Sempre prodotto da Rick Rubin, Reality Awaits rinuncia a quella misura e lascia entrare senza troppi controlli l’eccentricità dei The Voidz, il progetto parallelo di Casablancas. Non è necessariamente un problema, ma sposta il centro del gruppo verso il suo cantante, le sue ossessioni e la sua idea di futuro.

Nelle sessioni di registrazione organizzate in Costa Rica, Rubin sembra aver lasciato aperta la porta dello studio a ogni intuizione. L’album è suonato, quasi ostinatamente: chitarre, basso, batteria, sintetizzatori ed effetti si rincorrono, si scavalcano e aprono continuamente parentesi dentro le canzoni. Nei momenti migliori questa densità restituisce una band ancora curiosa, capace di far convivere precisione e incidente (Liar's Remorse è forse la migliore del lotto). In altri, produce un caos che sembra nato da una jam verbosa lasciata crescere oltre il punto in cui qualcuno avrebbe dovuto fermarla. Sono nove brani per circa quarantadue minuti, eppure la sensazione è che durino di più. Non mancano le idee ma, semmai, qualcuno disposto a lasciarne qualcuna fuori.
Intorno al disco si è formato subito un altro rumore bianco: quello dell’autotune. Non è un sacrilegio, ma neppure un portale spalancato sulla musica del 2040. Immaginando queste tracce cantate in maniera più naturale, sotto il trattamento rimarrebbero new wave, al massimo synth-rock con aperture dub: territori frequentati da Casablancas da parecchio tempo. La questione non riguarda quindi la legittimità dello strumento, ma ciò che riesce davvero ad aggiungere. Nei brani più veloci diventa una tessitura ulteriore, quando invece le canzoni si distendono – più sospese che propriamente lente – rischia di funzionare come una scorciatoia per fabbricare stranezza, coprendo proprio l’emozione che dovrebbe rendere più intensa.
Lonely in the Future è un esempio di punto in cui il disordine trova una bussola. Basso e batteria partono come se dovessero trascinare il brano verso l’hard rock, poi la canzone sterza dentro uno dei ritornelli più immediati dell’album. Casablancas chiama in causa The Weeknd, Harry Styles e John Legend, recupera frammenti della propria discografia e infine punta lo youtuber / critico musicale Anthony Fantano, accusandolo di saper smontare tecnicamente una canzone senza essere capace di riconoscere l’arte quando la incontra.
Qualcuno lo chiamerebbe dissing, ma è soprattutto un piccolo manifesto di auto-mitologia. Julian si rappresenta come l’artista arrivato sempre troppo presto, costretto a vedere gli altri recuperare idee che lui aveva già attraversato anni prima. Potrebbe risultare insopportabile – anche perché la modestia non è esattamente il prodotto più richiesto nel suo carrello – ma per sua fortuna la canzone è abbastanza riuscita da concedergli il lusso dell’arroganza.
Fantano, word for word, when I was a kid
Stick to the technical 'cause that's great
But you would not recognize art in any age
Il centro concettuale del disco rimane però Going Shopping, pop politico travestito da giro al centro commerciale. È qui che Casablancas incontra davvero DeLillo. Tra zombie giganteschi, stelle marine fuori scala, negozi e fughe verso la campagna, racconta un presente in cui più la realtà diventa insopportabile, meno desideriamo sentirne parlare. La solidarietà si interrompe quando opporsi significa perdere le proprie comodità, mentre ciò che chiamiamo progresso non fa che costruire future rovine. Neppure allontanarsi dalla città offre una soluzione: lontano dal rumore, il narratore continua a perdere la testa e finisce per tornare verso gli stessi negozi che voleva lasciarsi alle spalle. La fuga individuale fallisce sia sul piano emotivo sia su quello politico: non basta cambiare paesaggio se il sistema che si vuole evitare continua a determinare desideri e paure. Qui persino la superficie artificiale della voce acquista un senso, perché la canzone usa un ritornello seducente per mostrare quanto consumo e spettacolo sappiano rendere desiderabile anche l’alienazione.
Solidarity can be difficult
When you got cool stuff to lose

Dal medesimo sovraccarico nasce Going to Babble On, dove tutti hanno qualcosa da dire e quasi nessuno sembra disposto ad ascoltare. La prima parte mette in scena una vita trasferita online, l’ultima rovescia quella passività in un invito a non seguire più ciò che viene ordinato. È uno dei brani più agili del disco, spinto fino a una chitarra fieramente anni Ottanta e dimostra che gli Strokes sanno ancora costruire immediatezza senza dover per forza tornare a vestirsi come nel 2001.
Se Going Shopping parla di merci, Dine N’Dash trasferisce il consumo dentro i rapporti. Si prende qualcosa – un’esperienza, una relazione – senza poter o voler pagare il costo che comporta. Synth, spoken word, esplosioni improvvise e fantasie brutali convivono così con un giuramento di pace. Casablancas confessa l’esistenza di una bestia interiore e si domanda come conciliarla con la propria morale. L’arrangiamento, però, finisce per mimare quel conflitto fin troppo bene, trasformandosi esso stesso in una rissa.
Sul versante più personale, il problema della durata esplode in Falling Out of Love. Sceglierla come singolo è stato quasi un atto di sabotaggio promozionale: in sei minuti e ventuno si fa in tempo a innamorarsi, lasciarsi e discutere su chi debba tenere la collezione di vinili. Il nucleo è tutt’altro che debole: la canzone osserva la fine di una relazione senza riscriverne retroattivamente i momenti felici, lasciando convivere rimpianto e solitudine. È una specie di country ballad proiettata nel futuro, coerente con il cowboy di Richard Prince che scompare all’orizzonte sulla copertina. L’amore può essere stato autentico e allo stesso tempo destinato a finire: due verità contraddittorie che possono occupare la stessa stanza. Ma la dilatazione e il trattamento della voce trasformano gradualmente la vulnerabilità in posa. Accorciata e lasciata respirare, Falling Out of Love avrebbe potuto conservare il vuoto che racconta invece di riempirlo continuamente.
Some things are flawed by design
But I'm fine for the first time
Negli ultimi due brani l’accumulo presenta il conto. The Fruits of Conquest scivola tra disobbedienza e una serie di identità sempre più degradate. Casablancas passa dall’essere liquido a definirsi assassino, bestia e infine sanguisuga: una caduta che parte dall’illusione del controllo e termina nella dipendenza. Le intuizioni ci sono, ma vengono disperse da una struttura scomposta e da una vocalità quasi caricaturale.
Tyrants of the Mellow Moon dovrebbe infine raccogliere ciò che rimane. Torna il tema dell’attesa, uno dei più persistenti nella scrittura di Casablancas, insieme alla consapevolezza che anche le canzoni, prima o poi, devono morire. È paradossale anche il fatto che nello stesso giorno di uscita di questo album ci sia stato il ritorno di Charli xcx con Music, Film, Fashion che chiude il disco in un modo simile: la sua No One Lasts Forever con David Cronenberg (sì, proprio quello di Videodrome) è un altro manifesto di fugacità della vita. Se per la cantautrice britannica questa può rappresentare una svolta sull’impermanenza, per gli Strokes è il momento in cui finalmente il cowboy della copertina sparisce definitivamente oltre l’orizzonte (o il tanto agognato e autocitato You Only Live Once contenuto in First Impressions Of Earth, anno di grazia 2006). Invece, il brano continua a promettere una destinazione senza trovarla davvero. Non è particolarmente lungo sul cronometro, ma lo diventa nella percezione: il tempo pesa di più quando non si sa dove si sta andando.
Alla fine si arriva alla cassa, dopo quasi un'ora di spesa e il carrello di Reality Awaits è pieno. Dentro ci sono critica politica, relazioni finite, intelligenza artificiale, cultura online, new wave, assoli anni Ottanta, accenti posticci e abbastanza autotune da far discutere per un’altra settimana. Non tutto quello che è stato raccolto, però, serviva davvero.
Il paradosso del disco sta qui. Casablancas scrive di una realtà che prima o poi bisogna affrontare – nei rapporti, nella politica, nella tecnologia e nel confronto con la propria eredità – ma continua a nascondersi dietro effetti, personaggi e digressioni. Quando quella fuga produce Lonely in the Future o Liar's Remorse, gli Strokes sembrano ancora capaci di precedere chiunque provi a imitarli. Quando diventa semplice accumulo, resta la sensazione di un lavoro meno lucido e selettivo.
Non è il disastro annunciato dopo i singoli e non è neppure una rivoluzione. È un album vivo, discontinuo e a tratti molto riuscito, che confonde fin troppo spesso la libertà con l’assenza di limiti. Jack Gladney usciva dal supermercato credendo di aver trovato una pienezza, gli Strokes seguono i bip dei prodotti passati sul rullo con molte idee, alcune ottime canzoni ma uno scontrino decisamente più lungo del necessario.