Tom Odell | Jubilee Road

by Federica Di Gaetano

Voto:

D
Deludente

Questa recensione partirà da una premessa molto importante: io in passato sono stata una grandissima fan di Tom Odell, fin dagli esordi. Il suo primo album, “Long Way Down” (2013) è tutt’ora uno dei dischi che ascolto più volentieri, specialmente durante i giorni di pioggia. Se ripenso alla prima volta che l’ho visto live ai Magazzini Generali, nella primavera del 2014, ricordo un concerto incredibilmente energico, emozionate e  suonato magistralmente da Tom e dalla sua fidata band. Ma si sa, purtroppo, le cose belle spesso sono destinate a finire rapidamente e anche la mia passione per la musica di questo biondino britannico è pian piano diminuita, fino a spegnersi (quasi) completamente.

La perplessità è cominciata dopo aver assistito a un concerto piuttosto intimo al Tunnel, un minuscolo locale alle porte della Stazione Centrale di Milano, a poche settimane dal lancio di “Wrong Crowd (2016), il suo secondo album in studio. Se ripenso a quella data, la prima cosa che mi torna in mente sono gli sguardi pieni di perplessità che, per tutta la durata dello show, ci siamo scambiate io e la mia migliore amica. Quello che abbiamo ritrovato sul palco, infatti, era un artista completamente diverso da quello a cui eravamo abituate: molto più artefatto, noioso, che stava presentando dei pezzi a metà strada fra il piano bar e l’elettronica, che cozzavano con l’immaginario malinconicamente romantico che lo aveva contraddistinto in passato. Perplessità che ha tristemente trovato conferma in seguito all’uscita del disco, piuttosto insulso e dimenticabile.

Arriviamo così al 2018, anno in cui viene annunciata la pubblicazione di Jubilee Road, il terzo lavoro di Tom. Come potrete  facilmente immaginare, le mie aspettative prima di premere play erano quasi pari a zero, anche se, nel profondo, speravo ancora di trovare qualcosa in grado di sorprendermi e di farmi ricredere.

Purtroppo non è stato così e ad oggi, anche dopo gli svariati ascolti che mi sono imposta di sopportare prima di iniziare a buttare giù qualche riga, faccio sinceramente fatica a trovare qualcosa di completamente apprezzabile in questo disco. Partiamo dagli aspetti positivi, che a mio parere si racchiudono nella storia che ha dato a Tom l’ispirazione: l’album è stato composto in una tranquilla stradina londinese, nella casa in cui l’artista in passato ha convissuto insieme alla sua ragazza e la maggior parte dei testi sono nati dai ricordo del periodo trascorso lì e dai racconti di vita dei suoi amici.

Hey, look at that moon
There ain’t nothing like it
All grey and gold
Down on Jubilee Road

Sembra quasi di essere seduti sul pavimento insieme all’artista e di osservarlo mentre apre la sua scatola dei ricordi e questo conferisce un senso di calore e familiarità. Nella traccia d’apertura, Jubilee Road, che dà anche il  titolo al disco, Tom racconta del suo anziano vicino di casa, la sua vita, le sue abitudini e la sua solitudine, il tutto filtrato attraverso la finestra della propria stanza.

Can see Mr. Bouvier
In his two-bedroom basement
In his purple dungarees
He’s grumpy and he’s grey
Always sweeping off the pavement
Cigarettes and leaves

His kid’s up in China

His wife’s up in Heaven
Always I wave
‘Cause he’s got this expression
That he’s so alone
Down on Jubilee Road

A questo proposito, la punta di diamante è certamente Wedding Day, una ballad dolce amara voce e piano, in cui Tom si rivolge alla sorella nel giorno del suo matrimonio. Certo, il fatto che per trovare il brano migliore del disco bisogni aspettare fino alla penultima traccia, forse, non è proprio un buon segno.

So did the DJ and the wedding band
Send them that love song for you and your man
I saved the best one for the second dance
If you wanna dance with me by chance

Then we’ll get drunk and have a heart-to-heart
You’ll say a perfect day exept just one part
I’ll say she’s up there watching from the stars
Then you’ll drive off in your fancy car

Per quanto riguarda la tematica amorosa, che fa sempre da padrona, il brano più interessante a livello testuale è Half As Good As You, cantanto in duetto con Alice Merton, in cui viene raccontata la storia di due persone che in passato hanno avuto una relazione e che ancora non hanno completamente accettato che sia volta al termine. Insomma, uno di quei pezzi post rottura, a metà fra il cinico, il disilluso e l’innamorato in cui un po’ tutti potremmo riconoscersi.

I’m sick to death of eating breakfast on my own
Starting out my daily blues
I’m sick to death of spilling coffee on my phone
Scrolling through pictures of you

I kissed a stranger in the hallway late last night
He was wearing purple shoes
I asked him when he kissed me, could he close his eyes?
But he just looked at me confused 
And people say my expectations are too high
But I’m not asking for the moon

Una menzione particolare va infine a Don’t Belong in Hollywood, che a livello musicale non risulta granchè memorabile, ma che al suo interno contiene un verso che mi piace particolarmente, ovvero “might sound like Amy Winehouse singing in your car, do you wanna play that part?“.

Nel comunicato stampa che accompagnava il disco si legge, cito testualmente, che Jubilee Road rappresenta per Tom Odell l’album più coraggioso e il più personale. Con importanti melodie e performance brillanti”. Personalmente penso che di brillante ci sia ben poco, specialmente se si guarda alle melodie. Il grande tallone d’Achille di questo disco, infatti, è proprio la parte musicale. Uno dei punti forti di  Tom Odell è sempre stato quello di realizzare un cantautorato indie pop perfetto per entrare nelle classifiche ma che, al contempo, manteneva un lato più sporco, rude e, proprio per questo, vero. Qui, invece, appare tutto pulitissimo, rifinito fino all’ultimo dettaglio, ma il risultato che si ha è quello di un prodotto costruito così tanto da sembrare finto. Un po’ come una caramella confezionata in un involucro super luccicante ma che una volta scartata è dura come una pietra. Potrebbe sembrare un paragone azzardato e forse un po’ cattivo, ma suona come un disco cantato da Michael Bublè mentre tenta di imitare (male) Elton John. Discutendone con un’amica, mi ha fatto notare che ascoltandolo distrattamente pare “un mash up di un sacco di cose per over 50” e, purtroppo, ha completamente ragione perché, come potete immagine, su un ragazzo che non ha nemmeno trent’anni questo vestito non calza proprio a pennello.

In particolare il punto più basso del disco viene toccato con il primo singolo estratto, If You Wanna Love Somebody, un brano iper zuccheroso (“oh if you wanna love somebody (if you want to) I’m your man”) la cui melodia potrebbe farlo confondere con  un qualsiasi pezzo uscito da una compilation natalizia, effetto che si ha anche in Son of An Only Child (“and the baby-boomer’s crying ‘cause his champagne flute is dying“); come se non bastasse, dalla metà in poi vede la presenza di alcuni cori femminili che definire fastidiosi è fare un complimento e che danno la sensazione di star ascoltando il finale di un musical per famiglie. Cori che, come se non fosse già abbastanza, ritroviamo anche nella svolta jazz del disco, la moscissima You’re Gonna Break My Heart Tonight (“you’re gonna, you’re gonna, you’re gonna you’re gonna break my heart”), dove qualcuno ha pensato fosse interessante inserire una serie di “uh uh uh” che strizzano l’occhio al gospel.

Certo, per la legge dei grandi numeri sicuramente a qualcuno questo disco sarà piaciuto, magari molto, ma non è questo il mio caso. Prima di iniziare a scrivere mi sono imposta di non andare a sbirciare alcuna recensione per non farmi influenzare, né positivamente né negativamente e forse quello che ne è uscito fuori è semplicemente il parere di una fan nostalgica dei bei tempi andati, un po’ restia ad accettare che l’artista che l’ha fatta innamorare durante gli anni del liceo ormai abbia lasciato il posto a qualcosa di ben diverso e lontano anni luce dai suoi gusti.

Il mio viaggio insieme a Tom Odell si ferma qui, preferisco continuare ad ascoltare e amare visceralmente Long Way Down e ricordarlo sbronzo marcio in piedi sul suo pianoforte a sbiascicare cose come “Melano te amo piuttosto che farmi il sangue amaro tentando di capire perché un ragazzo così pieno di talento abbia deciso di accontentarsi e fare il minimo indispensabile. Magari un giorno si riprenderà e inciderà un disco meraviglioso, chissà. In tal caso, spero che qualcuno decida di avvisarmi. 

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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1 Comment
  • Jane

      REPLY

    Seriamente, penso che tu abbia capito molto poco dell’artista Odell. Senza offesa, rispetto il tuo pensiero ma non lo condivido affatto. Odell è un cantautore coraggioso che sa cambiare stile e sa mettersi in gioco, rischiando, come nel tuo caso, di perdere dei fan lungo la strada. Ma se ne frega perché fa arte e l’arte e mutevole, l’arte cresce e cambia con l’artista, con le sue emozioni, con le sue esperienze. Solo un mestierante non muta mai la sua arte. Tom non è un prodotto di X- factor. È un ragazzo che ha passato le sue notti giovanili a suonare nei pub di Londra per farsi conoscere. È un ragazzo che si è visto stroncare il suo primo album da una delle più autorevoli riviste Uk, con uno 0 su 10 punti ed una serie di insulti che avrebbero affossato anche Elvis. Eppure lui non si è arreso. Ha ripreso i suoi pezzi di cuore frantumati, ne ha fatto esperienza, ha mutato in rabbia le sue melodie iniziali ed ha costruito un album splendido come Wrong Crowd. Poi è cresciuto, ha fatto pace con se stesso, è diventato un vero Artista. Un artista cresciuto come Tom a pane e pianoforte, locali e birre, sa renderla funzionale in base agli umori e agli amori, mutuando suoni e voce. Il suo album è la perfetta conclusione dei primi due, se vogliamo, un percorso psicologico dalla adolescenza all’età adulta, dalla dolcezza alla rabbia alla perdizione, infine alla consapevolezza, la tranquillità delle piccole cose e delle sicurezze. La forza di Tom sta nella sua voce calda che sa raggiungere dei vertici incredibili, sta nel virtuosismo musicale e nei testi che sono di una bellezza disarmante. Ma anche e sopratutto nella sua capacità di costruire “ immagini” con la musica. Ti trascina per mano in un film, di cui lui è il regista. Ti porta attraverso i suoi incubi e ti lascia lì sulla soglia, ad ascoltare e guardare. Per poi sorriderti e dirti che è tutto a posto, che ha fatto pace con se stesso e con la sua adolescenza. Un film che è iniziato con il primo album e che ha i titoli di coda in questo Jubilee Road. Che è Londra, sa di Londra fin nel profondo. Ti porta verso la finestra appannata ti mostra il sole pallido che penetra dalle grandi vetrate ,al mattino mentre le voci dei vicini di casa,do ogni nazionalità,si fondono con l’infuso del tè caldo. Chi non sa cosa sia Londra, non può capire questo album. Non fino in fondo. Trovo sia il suo album più bello, più coraggioso, più sincero. E amo il Tom adulto, tanto, forse anche di più come io abbia amato il Tom ragazzino. Anzi, senza il forse.

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