Vampire Weekend | Father of the Bride

by Silvia Rizzetto

Voto:

B
sacro e profano

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A sei anni di distanza dal terzo LP Modern Vampires of the City, i Vampire Weekend erano già ritenuti dei fossili del mesozoico. Ammirati per quella tempra tanto erudita quanto eccentrica da outsider e per quella gioia edenica delle melodie costantemente in contrasto con il pessimismo dei testi, essi venivano al tempo stesso osservati con sguardi torvi e timorosi, un voler scongiurare qualsiasi minaccia alla preservazione di quell’equilibrio. Tornare a calcare i palchi dopo l’addio del brillante Rostam Batmanglij poteva comportare due conseguenze: servire il pubblico con un bel pastone di brani stucchevoli tipico delle peggiori greatest hits scontate ai supermercati o un album straordinariamente genuino e lontano dalla trilogia passata. Il 3 maggio 2019 quei fossili si sono schiusi come uova e da essi sono uscite delle strane creature ancora più bizzarre di quanto si aveva prospettato.

Father of the Bride è un progetto ambiziosissimo pubblicato da una major (Sony), paradosso azzardato che si regge sulla profondità e orecchiabilità delle sue diciotto tracce in un doppio LP, altrettanto coraggioso per le sferzate del frontman e autore Ezra Koenig ad un 2019 sempre più distratto. Ma c’è qualcosa di sostanziale – e trans-sostanziale – in quell’ascolto superficiale fatto dalla maggior parte della critica che ha paragonato il lavoro ad un girotondo ecologista, o come direbbe qualcuno sul pezzo, alla colonna sonora delle proteste di Greta Thunberg. Le radici di quest’album si identificano nelle stesse dell’albero della vita, elemento fondante delle religioni ebraica e cristiana; si cantano i passaggi e gli ostacoli significativi dell’esistenza dell’uomo, il suo destino e il rapporto con se stesso e con tutto ciò che lo circonda. La fallacia e la limitatezza di fronte al Supremo sono come dei fardelli da sorreggere su spalle dolenti, e lo intuiamo nella maggior parte dei testi di non facile lettura. Il paragonarsi a dei mandarini decorati con una boccuccia e degli occhietti impenetrabili (How Long?) è come un contrappasso in vita: siamo minacciati dalla natura, da sempre la peggior nemica dell’uomo, o siamo noi la causa del suo insanabile deturpamento? Big Blue, Sunflower, Spring Snow cercano di sollecitarci a trovare una risposta.

In questo album ci sono più riferimenti teologici che in un’omelia in una pieve campestre. Se per tutti è inconfutabile che i quattro elementi dell’acqua, del fuoco, della terra e dell’aria sono di sostentamento per l’uomo, è anche noto che essi si ripercorrono da secoli nelle religioni, culti che in Father of the Bride vengono ripresi nei cori, nel gospel e nel groove, oppure negli strumenti classici quali l’organo e la chitarra acustica, un ensemble che spesso va a incontrarsi delicatamente con la laicità dei suoni elettronici. Ci rimangono impressi il sample del canto malese God Yu Tekem Laef Blong Mi, il serpente di Harmony Hall, poi la violenza (Bambina; Sympathy), il tradimento (This Life) e i peccati (My Mistake) che segnano alcuni passi del Vecchio e Nuovo Testamento, qui riportati attraverso un curioso spirito tragicomico. Si ride e si piange anche del sentimento più sublime del mondo, l’amore, rappresentato con Danielle Haim nei botta e risposta tipici del country in Hold You Now, Married in a Gold Rush e We Belong Together. L’unica nota positiva su questo tema è Stranger, dedicato alla compagna di Koenig, Rashida Jones.

Father of the Bride è un album su un’identità a confronto, quella di un artista moderno ed ebreo, spesso tratto in inganno dal denaro, divinità terrena (Rich Man). È un artista cresciuto su un letto di bambagia destinato a sfaldarsi, una constatazione che appare in 2021 e nella chiusa Jerusalem, New York, Berlin. È anche un uomo consapevole dei suoi gesti e della sua sorte: se non rimedierà presto al male che ha fatto alla sua terra e ai suoi simili, avverrà la sua caduta, rovinosa come quella dei progenitori Adamo ed Eva. Ma egli guarda lontano, alla propria Gerusalemme, sulla falsa riga di quel crocevia di culture neutrale e salvifico. Questa è in sintesi l’ideologia di Koenig: chiunque è artefice dell’atroce destino della terra, e non ci sarà un giorno del Giudizio dopo l’Apocalisse, soprattutto per chi è sionista.

Concludiamo questa analisi non semplice soffermandoci sull’evoluzione tecnica dei Vampire Weekend. Buona parte dei tratti distintivi della band, ovvero le influenze africane e caribiche e l’esecuzione, caratterizzata da un crescendo ben distinto, hanno lasciato spazio a una vasta gamma di chitarre e ad un aggiornamento stilistico sempre più ricercato. I ritmi latini sono di altissima qualità: pensiamo al flamenco di Sympathy, al cha cha di Spring Snow, oppure a quel lounge dal sapore brasiliano di My Mistake. Il folk è accompagnato dai sample del blues di S. E. Rogie (Rich Man) e dell’elettro–pop asettico di Haruomi Hosono (2021), dai campionatori, dal vocoder, dalle successioni rapide al pianoforte, dalla veste autentica di Danielle Haim, la quale sulla stessa fascia di Koenig gioca un ruolo importantissimo all’interno dell’album, e dalle voci dentro e fuori campo del giovane talento del R‘n’B Steve Lacy. Riusciamo a ritrovare qua e là l’antica ossatura dei Vampire Weekend, quei famosissimi beat quasi soffici, quelle trovate tanto geniali quanto spensierate e quel caratteristico basso che si diverte nelle sue note freak, quasi fossero dei boomerang pronti a tornare indietro nello spartito, ma anche il folk di Paul Simon e la religiosità di Leonard Cohen, la musica popolare irlandese e il baroque pop mixato all’hip hop degli anni Novanta. Unbearably White è la traccia più tradizionale, Flower Moon è l’obiettivo di questo spettacolare lavoro conviviale: sentite il rumore delle posate che sbattono tra di loro?

Se il fior fiore della comunità musicale di Los Angeles è il punto di forza di Father of the Bride, è anche vero che non raramente ci capita di essere inondati malamente da questo tsunami di suoni. Alcuni pezzi del secondo disco sono leggermente confusionari: We Belong Together è così poco significativo da sembrare perfetto per un momento di svago ad una sagra del chili, mentre il pop e jazz sbarazzino di Stranger è abbastanza deboluccio da essere preso per una sigla di una sitcom degli anni Ottanta. Lo stesso messaggio appare in alcune parti sbiadito e poco argomentato, lascia l’ascoltatore sospeso tra tanti interrogativi, uno fra tutti il motivo che ha spinto la band a ripresentarsi dopo sei anni con un album corposo ma non concettuale, con un album segnato da falle che magistralmente – e per fortuna – sono state colmate con il minimo sforzo da un estro deciso ed irripetibile, lo stesso che nei suoi inni alla libertà creativa partecipa a conferire ai Vampire Weekend il titolo di rinnovatori (ma anche di salvatori) dell’indie dei primi anni Dieci.

I Vampire Weekend sono in concerto al Magnolia (Segrate, Milano) il 9 luglio.
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Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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