Weezer | Pacific Daydream

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

C
Intermezzo

Recenti studi pseudo statistico-descrittivi condotti da personale alquanto (non) qualificato (leggasi: il sottoscritto) porterebbero a distinguere, a livello il più macroscopico e generalista possibile, artisti e gruppi musicali a seconda del loro rapporto con il trend o sound, se volete, del momento: da una parte di questo fantomatico ring abbiamo chi cerca di restare sulla cresta dell’onda cavalcando la tigre modaiola del frangente spazio-temporale di riferimento, mentre dall’altra parte si presenta chi con un po’ di azzardo, rischio e sfacciataggine “crea i trend” da sé e per sé, conscio del fatto che ogni schema replicabile sia un dono ed una maledizione.

Dato questo riduttivo scenario di sintesi, i Weezer hanno sempre cercato, tra gli alti e bassi di una carriera ventennale, di mantenere la propria identità di nerd disagiati con i power chord fissi sulle loro chitarre, andandosi ad identificare con quello stesso filone di alternative rock targato anni ‘90 da loro traslato anche al ventunesimo secolo con il recente White Album (Atlantic Records, 2016).

Tuttavia per questa undicesima opera, Pacific Daydream (Atlantic Records), il gruppo ha deciso che fosse l’ora di mettersi addosso una di quelle camice hawaiane talmente vintage da venir tramandate di generazione in generazione, abbinarla secondo i dettami e dogmi del fashion influencer di turno e presentarsi al party più in di fine ottobre/pre-halloween per far colpo su gente che di loro ricorda, forse, spiacevolmente, solo il nome.

Pacific Daydream è infatti una chiara scelta stilistica, un salto a Santa Monica sotto pesanti influenze pop: Wilson, Bell e Shriner hanno lasciato carta bianca creativa a Rivers Cuomo che si è dilettato a spulciare le diverse Top 40 di Spotify alla ricerca di ispirazioni per poi classificare decine e decine di idee, tentare nuovi accordi e beat e vedere se il tutto combaciasse grazie ad una propria formula su Google Sheets (dichiarazione sua, non chiedetemi come applichi una funzione di spreadsheet sulla musica, anche se gradirei sapere questi dettagli). Il perfezionismo del frontman, qui spinto dal congiungere i Beach Boys con i Clash, è sempre stato noto e raggiunge in questa ultima fatica nuove vette; l’album è davvero studiato al millimetro e tutti i suoni risultano coesi ed organici tra loro: la forza e allo stesso tempo la debolezza di Pacific Daydream. Le dieci tracce qui presenti appaiono, secondo me, altamente interconnesse e creano un apprezzabile flow, ma prese singolarmente risultano difficilmente memorabili e soffrono della quasi eccessiva volontà di approcciarsi ai suoni pop contemporanei senza mettere in scena una qualsiasi parvenza di novità: Cuomo prova ad essere l’anima della festa, ma non può sfuggire a certi suoi pensieri di inquieto alternative rock, che lo portano a scrivere brani che rasentano tutto ciò che si può trovare nelle classifiche oggi, con l’aggiunta di (non così tanto) velate menzioni malinconiche: “it’s a hip hop world and we’re the furniture”, afferma, praticamente ammettendo il declino generale del rock e dei suoi punti di riferimento.

Però, non si manifesta una voglia di cambiare le carte sul tavolo, anzi l’album sembra quasi accettare, seppur a malincuore, queste condizioni, dimenticando i presupposti di omaggiare i Clash ed i Beach Boys, se non per qualche sporadico riferimento sonoro a questi ultimi e l’intera seconda traccia, chiamata appunto Beach Boys, in cui Cuomo rievoca una gioventù forgiata da Pet Sounds nel miglior brano guitar pop proposto dalla band. Un esperimento già più riuscito del singolo di punta Feels Like Summer, che, per quanto mi sforzi di apprezzare, continuo ad associare tramite voli pindarici a quei brani che si contendono determinate annate estive; non che sia terribile, tutt’altro, è una canzone orecchiabile e che alla lunga entra in testa, ma manca di profondità e spessore musicale tale da diventare la traccia memorabile del disco, malgrado il testo originale rispetto agli altri ancora forse troppo saldi ai temi classici del disagio inside tipico dei Weezer (QB Blitz ne è un esempio: “I can’t get anyone to do algebra with me hehe”, se qualcuno ne conoscesse il messaggio figurativo-allegorico, che non colgo, è pregato di riferirlo al numero in sovraimpressione).

In un continuo evocare scenari della West Coast, il sogno ad occhi aperti di Cuomo raggiunge sul nascere il proprio climax nel pezzo d’ouverture Mexican Fender, la perla da non sottovalutare: un po’ b-side reduce del White Album, questa traccia è l’essenza stessa del cd sotto esame, la congiunzione perfetta del classico suono dei Weezer con le influenze moderne tanto agognate dal cantante del gruppo; le giuste chitarre intrecciate a cadenze e beat radio friendly. L’esempio da seguire. Un peccato che solo Weekend Woman, La Mancha Screwjob e Get Right siano su questa stessa lunghezza d’onda, dato che purtroppo le altre tracce, come per esempio Happy Hour, cadano in quell’oblio di trascurabilità del “già sentito”.

Ma non incaponiamoci troppo e prendiamo Pacific Daydream per quello che realmente era il suo scopo: una scelta presa e voluta dalla band di avere una sorta di punto e virgola tra il White Album e quello che nel futuro sarà il misterioso, oscuro e malinconico Black Album.

Soddisfa l’obiettivo di assecondare certe tendenze artistiche attuali tanto di successo? Sì, ma purtroppo nel farlo, non brilla di unicità, ma rischia di frammentare la fanbase stessa dei Weezer, senza forse nemmeno riuscire ad approcciare un nuovo pubblico già saturo di queste sonorità, nonostante a livello complessivo l’album suoni molto bene. Le chitarre, i bassi e la batteria si sentono poco sfortunatamente, però, quando si risvegliano dal loro letargo, risultano curati e fortemente apprezzabili (consiglio di ascoltare le stesse canzoni di Pacific Daydream suonate dal vivo, la differenza è disarmante).

Cosa abbiamo imparato da tutto questo? Forse Cuomo avrebbe dovuto ricordare che se fissi troppo a lungo l’abisso del Top Hits Pop dell’estate, a sua volta l’abisso delle Top Hits fisserà il suo sguardo dentro di te.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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