UP&COMING: Tangerines

by Giulia

“Io prenderei una di queste se fossi in te” mi sento rimproverare dall’angolo della stanza, mentre mi viene indicato un cesto straripante di ghiaccio e lattine di birra. “Almeno è fredda a metà”.

È un gelida serata di metà Dicembre, a Londra, e l’ultima cosa che desidero al mondo è che qualcosa sia freddo. Dopo essermi fatta strada attraverso una serie di vicoli bui popolati da personaggi alquanto discutibili, giungo finalmente alla meta. Lo Shacklewell Arms è uno di quei posti che nella tua vita da music fan espatriato a Londra sentirai nominare migliaia di volte, in quanto facente parte insieme all’Old Blue Last e al Sebright Arms di un triangolo di locali localizzati nella zona est e dediti all’ospitare i live delle band emergenti più interessanti della scena indie.

Al mio ingresso nel locale incontro Pete, un band manager in un total look stile Temples meno i glitter. Mi guida ad una porta sul retro del bar, dalla quale si sviluppa una scaletta strettissima che scende nel seminterrato (la mia claustrofobia ringrazia) e conduce ad uno stanzino minuscolo ed umido dal soffitto così basso da poterne quasi toccare le tubature a vista. L’intonaco sui muri è scrostato, l’unico arredamento è composto da un divano di pelle marrone ed un frigorifero stracolmo d’alcool, ovviamente, non funzionante. Visto l’ambiente, mi sarei stupita del contrario.

Questa è la dressing room, questo è il luogo dove faccio conoscenza con Gareth Hoskins (voce, chitarra) Isaac Robson (batteria) e Ricky Clark (basso), in arte Tangerines. Il quarto membro della band, Miles Prestia, ci raggiungerà solo alla fine in quanto intento a recuperare la chitarra dimenticata a casa. Tutto regolare.

Sei stata un po’ sfigata oggi, perché è lui il chiaccherone della band” Ricky se la ride, appoggiato all’angolo della stanza, dondolando la sua lattina nella mano. Tutti annuiscono. Nella mia testa mi sto già psicologicamente preparando ad una serie infinita di uhm, ehm, yeahs, pregando che la conversazione sia perlomeno tiepida a metà come la birra che ho in mano. Oltre ogni previsione, quelli che mi aspettano sono quarantacinque minuti durante i quali la situazione degenera innumerevoli volte, e le mie domande sfociano in riflessioni al limite del nonsense. Di certo, non sono rimasta delusa.

Inizio con la domanda facile, ovvero l’origine del nome della band. “Perché Tangerines?” chiedo. “Perché no?” i tre rispondono in coro. “Siamo i più arancioni, i più rotondi, i più succosi” procedono Ricky e Isaac. “Una delle migliori band con un nome fruttato che ci siano al momento. Certo ci sono anche i Tangerine Dream, ma loro fanno schifo. Possiamo avere dei semi, ma questo ci rende migliori, più saporiti”. Si guardano, mi guardano, esplodono in una risata fragorosa. Da qui, penso, può soltanto migliorare.

C’è una chimica innata tra i membri della band, in parte dovuta al fatto che si sono conosciuti tramite incontri casuali ma anche amicizie d’infanzia. Nonostante le diverse provenienze, la band si definisce originaria di Peckham (sud di Londra) che, nelle loro parole, è il luogo che “significa casa”.

Il 2016 è stato un anno piuttosto intenso, sotto ogni punto di vista (dobbiamo davvero commentare?). Per i Tangerines, tuttavia, è stato tutt’altro che negativo con un headline tour culminato in un live sold out al The Jazz Quarters, oltre a partecipazioni ad alcuni dei festival più importanti in UK quali Great Escape, Field Day e BST Hyde Park.

La loro grinta durante i live, combinata all’energia ed alla rabbia in particolare dei loro primi pezzi come Skin Dives, li hanno portati ad essere comparati a band del calibro degli Oasis. Ma ai Tangerines non piacciono i paragoni, e si presentano piuttosto restii ed, ehm, aspri all’idea (perdonatemi, stare a contatto con gli inglesi ed il loro humor mi ha resa una di loro).

“sì, c’era qualcosa di speciale in loro…lo humor, l’essere insubordinati” Gareth scatta in piedi, scuote la testa. “Hanno modellato una generazione, negli anni novanta, ma noi non abbiamo nulla da spartire con loro a livello musicale. E poi, non siamo una lad band”.  Mi trovo in quella stanza con loro da soltanto dieci minuti, sono già state rovesciate tre birre, le battute di spirito abbondano ed già penso il contrario, ma andiamo avanti.

Innumerevoli live a parte, quest’anno ha visto la pubblicazione del primo singolo della band, You Look Like Something I Killed, sotto l’etichetta discografica RIP Records. È un brano catchy ed incalzante dai toni blues, tendente al vintage con melodie che ricordano nello stile i Velvet Underground e i Television (tra le loro influenze principali, ndr) ma allo stesso tempo band più recenti come Fat White Family e Public Access TV.

Siamo una band abbastanza particolare e strana, sia dal punto di vista della musica, che dei testi, che estetico” spiega a tal proposito Gareth. “Siamo nati nel fottuto periodo sbagliato!

Siamo giunti alla fine dell’intervista, i ragazzi si stanno preparando a quello che sarà il loro ultimo live per quest’anno. Sto per andarmene quando sento qualcuno arrancare sulle scale. Miles si fa strada nella stanza, chitarra in spalla, con il fiato corto. Inizia a raccontare di come abbia avuto il suo primo richiamo ufficiale al lavoro, per motivi che si rifiuta di raccontare. “Se dico qualcosa di compromettente poi lo pubblica!” si giustifica, indicandomi, mentre i suoi compagni di band cercano di estorcergli la verità sull’accaduto.

Tangerines - Live @ The Shacklewell Arms
Tangerines – Live @ The Shacklewell Arms

Un’ora dopo, i Tangerines salgono sul palco. Seguono trenta minuti di live energico, sfacciato, problemi  tecnici a parte la band è impeccabile sia dal punto di vista musicale che della presenza sul palco. La sala è di dimensioni alquanto ridotte ma stracolma, il pubblico canta le canzoni a memoria, a fine concerto qualcuno corre verso il palco nella speranza di accaparrarsi una setlist. Sembrano una band navigata, sembrano nati per questo.

Ripenso a Miles, nel camerino/cella frigorifera, quando in seguito al racconto delle sue mirabolanti sventure lavorative, chiedo ai quattro “A proposito di lavori che pagano l’affitto. Quale altro lavoro fareste nella vita, se non poteste fare i musicisti?”. Tra i borbottii e la confusione  generale lui si volta e sbotta , quasi offeso.

“Hey, ma fare il musicista non è un lavoro!”

 

Potete trovare i Tangerines su Spotify e Facebook.

You Look Like Something I Killed è disponibile ora via RIP Records.

 

 

 

 

 

 

 

Giulia

The pink-haired one. Quando non cerco di evitare la morte nei moshpit mi trovate a rovistare tra i vinili nei negozi di dischi pù polverosi di Londra. In quel di Albione ho studiato Music Management e ogni tanto scrivo la mia opinione in mondovisione. Potrei sembrare una persona seria e pacata, ma non contateci troppo. Sono pur sempre quella che preferisce andare ai concerti da sola per evitare che le persone vedano la sua vera natura.

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