UP&COMING: Polar Station

by Maria Vittoria Perin

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Nome: Polar Station

Nazionalità: italiana

Per quelli a cui piacciono anche: l’indietronica, M83, alt-J, The Naked and Famous

Miglior canzone: Silence

Pubblicazioni: Boondocks EP (2014), Lowlands (2018)

Quando e come vi siete conosciuti?
Nel 2013 è nata la prima formazione, alcuni di noi già si conoscevano, mentre Silvia ci è stata presentata da un amico. Successivamente ci sono stati dei cambi di formazione, ma alla fine abbiamo trovato un nostro equilibrio.

Quando avete iniziato a fare musica? Perché?
Daniele e Giovanni (ex batterista) si conoscevano da tempo e avevano iniziato a suonare a tempo perso. Con Silvia ci siamo messi a fare qualcosa che piacesse a tutti e che venisse naturale, e dato che a tutti piaceva un certo modo di fare elettronica e pop di stampo nord europeo, abbiamo iniziato a scrivere in quella direzione, mettendo sempre più synth dentro ogni brano.

Il vostro nome è Polar Station. Qual è il significato?
Un po’ è dovuto al senso di isolamento degli inverni di provincia, in cui suonare (dentro una sala prove freddissima) scandiva un po’ i nostri tempi e ci dava qualcosa per uscire dalla routine di studio e lavoro. E poi perché abbiamo passato più o meno un paio di mesi a cercare un nome che ci rispecchiasse e siamo arrivati a una decisione dopo un lungo brainstorming.

Quali sono le vostre influenze?
Sono varie, ma sicuramente tra quelli che ci ispirano di più ci sono gli XX, Florence and The Machine, Royksopp, Bon Iver, Tame Impala, Radiohead, Foals.

Descrivete la vostra musica con 3 aggettivi.
Intima, leggera, blu.

Lo scorso marzo avete pubblicato il vostro debut, Lowlands. “un disco da ascoltare lasciando scorrere la mente verso le immagini che la musica suggerisce”. Avevate in mente delle immagini precise da trasmettere? Se sì, quali?
I testi sono stati pensati per allacciarsi armoniosamente con la musica. L’atmosfera suggerita è sempre piuttosto onirica e ogni brano suggerisce una certa dose di introspettività. Sicuramente l’immagine che più abbiamo cercato di trasmettere è quella di un lungo viaggio, pieno di ostacoli, ma che alla fine porta a una conclusione positiva.

Voi cantate in inglese, cosa che ultimamente sembra stia prendendo abbastanza piede da noi. Oltre a rendervi più “internazionali”, secondo voi, questa scelta potrebbe facilitare la popolarità nel nostro paese?
Non credo che cantare in inglese aiuti, sinceramente. Abbiamo scelto di scrivere in inglese solo perché la maggior parte dei nostri ascolti sono in inglese, pertanto scrivere una struttura e un testo che funzioni in quel modo lì, molto sulla ritmicità delle parole e sul suono, piuttosto che sul significato profondo del testo cantautorale, ci è venuto più facile, oltre che più adatto alla musica che avevamo già buttato giù.

Se il vostro progetto fosse un drink, quale sarebbe?
In un paio di occasioni due locali ci hanno dedicato dei cocktail, se non sbaglio uno dei due era composto da Averna, coca e qualcos’altro.

La canzone che avreste voluto scrivere?
8 Circle – Bon Iver

Nella vostra pagina FB si legge che vi ispirate a diverse band straniere, dai Foals agli alt-J. Se poteste condividere il palco con una di esse, quale scegliereste? Perché?
Forse i Foals, li abbiamo visti live qualche anno fa e sembrano divertirsi davvero mentre sono insieme, sia sul palco che fuori, oltre ad avere un tecnico delle chitarre che intrattiene il pubblico meglio di loro, vorresti passare con lui i tuoi sabato sera (trattasi di Reuben Gotto, al momento in tour con Robert Plant).

Routine pre-concerto?
Dipende da dove siamo, può variare dal chiacchierare con chi capita al bere le birre del frigo in camerino. Silvia è una persona molto ansiosa e passa una mezz’ora prima di salire sul palco a scaldarsi e a rilassarsi.

Sogno nel cassetto?
Fare un tour ricco di date, in giro per l’Europa. Sarebbe bello poter suonare di fronte a persone di luoghi diversi e vedere le varie reazioni di fronte ai nostri brani.

L’aneddoto più divertente/buffo della vostra carriera da musicisti?
Una volta, il giorno successivo a una data vicino Viterbo,  stavamo tornando a casa e dovevamo pranzare lungo il tragitto; cercando posti economici e consigliati dalle guide ci siamo imbatutti in questo ristorante il cui ingresso recava il cartello: “consigliato dall’amico camionista”. Invogliati da questa premessa e confusi dal fatto che il ristorante fosse costruito ad una indefinita altezza intermedia tra primo e secondo piano di una casa, entrammo e ordinammo quattro piatti di fettuccine. Il fatto che ci fossero animali  malamente impagliati alle pareti non ci aveva fatto scattare nessun particolare allarme, tuttavia le fettuccine crude e il sugo con le cipolle intere dentro, servite in un piatto ovale con le cozze disegnate iniziò a farci porre qualche interrogativo. Le fettuccine appena toccate ci hanno lasciato spazio per ordinare un vassoio di patate fritte, anch’esse crude. Nell’indecisione di andar via o provare a ordinare altro, un bambino mangiava della carne cruda spacciata per carpaccio al tavolo affianco. La visita al bagno si è rivelata l’errore più grosso, finché non è arrivato il momento del conto: 50 € forfettari diviso 4, che in alcun modo potevano essere riconducibili al costo unitario di qualche piatto, ovviamente senza scontrino. Tra fame e conati di vomito ce ne siamo tornati diretti a casa. Ogni volta che passiamo da quelle parti ci fermiamo in pellegrinaggio a fare una foto al posto.

Novità?
A breve dovrebbe uscire un corto statunitense, dal titolo Pendulum, di cui abbiamo curato la colonna sonora.

Dove vi possono trovare i nostri lettori?
Su Spotify, Facebook e su ogni social inventato dall’uomo.
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Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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