Si spengono Le Luci

by Riccardo Conte

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Ah i tempi del liceo. L’odore di matite, i cancellini che volavano da una parte all’altra dell’aula, i professori che avevano meno voglia di vivere di Leopardi. E poi c’era lei, la ragazza della sezione C. Non sai come approcciare e, allora, come nella migliore tradizione social, inizi a mettere like tattici a profusione. Tra un post pseudo – intellettuale ed una citazione del suo libro preferito (Harry Potter), appare una canzone condivisa da Youtube: “Le Luci della Centrale Elettrica – Cara Catastrofe”.

Inutile dire che non avevo la minima idea di chi fosse quel gruppo (è un errore comune pensare che sia una band, credo di non essere l’unico ad averlo fatto) e nel dubbio misi like. Mai mossa fu più azzeccata e, alla domanda “Piacciono anche a te?”, non avevo cuore per deludere le sue aspettative e mentii spudoratamente. Fu così che iniziò la mia storia con Le Luci della Centrale Elettrica.

Mio malgrado mi accorgo che, ora che Vasco Brondi ha annunciato la fine del suo progetto sotto lo pseudonimo che per anni lo ha erroneamente fatto sembrare un gruppo ai più, finisce anche una parte di me.

Sono passati 10 anni da quando il cantautore ferrarese ha pubblicato il suo album d’esordio “Canzoni da spiaggia deturpata”, e di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Brondi è cresciuto. Da giovane promessa dell’indie italiano è diventato punto di riferimento per tanti artisti venuti dopo di lui, ha lavorato con alcuni dei nomi più illustri della musica italiana ed il suo è stato un percorso artistico in continuo crescendo.

Leggendo il lungo post pubblicato su Facebook colpisce una parte in particolare:

“Proprio il nome, Le luci della centrale elettrica, per me è stato molto importante fin dalla prima volta che mi è venuto in mente: è un nome corale, controproducente, sembra quello di una band – anche se ero sempre io da solo – dietro cui mi sono anche nascosto, da cui a volte mi sono fatto proteggere”

Cos’ha di così speciale questa frase? È forse la prova di quanto il legame tra Le Luci della Centrale Elettrica e la mente dietro di essa sia profondo. Brondi ha creato il nome, ma il nome lo ha protetto quando non era ancora pronto ad affrontare da solo determinate situazioni in una specie di rapporto padre – figlio. E come ogni buon figlio, arriva il momento di lasciare la sicurezza della propria casa, e provare a volare finalmente da solo.

Rimanere attaccato a quel nome sarebbe un errore, perché lo costringerebbe, inconsciamente, a fare qualcosa che sia “da Luci”. Avere un’identità così forte come questa, impone limitazioni nelle cose che si possono fare e sperimentare, e credo che sia arrivato quel momento della carriera in cui l’artista non vuole avere limiti e ricominciare da zero. Lasciare Le Luci in stand – by, dedicandosi ad altro, non sarebbe stato utile, perché, volenti o nolenti, avremmo guardato tutti al passato, ma il suo gesto, questa parola “fine” è un modo che ha per dire anche a noi che lo abbiamo seguito “il passato è passato, lo porterò sempre con me, ma per andare avanti alcune cose vanno lasciate indietro”.

Quel giovane ragazzo con la chitarra, impaurito e spaesato, ora è un uomo sicuro dei suoi mezzi e, anche se a molti di noi fa strano, pensandoci un attimo, questa è la naturale evoluzione di un percorso di crescita che ha visto il suo apice in Terra, l’album del 2017, che per me rimane la punta più alta della scrittura di Brondi. Ed è proprio grazie a quest’ultimo album che, a mio modo di vedere, già può vedersi la prima incrinatura, il primo stacco netto tra Le Luci ed il suo creatore.

Non credo che Brondi avesse già intenzione di abbandonare la sua creatura, ma forse il suo animo aveva già preso una decisione senza comunicarla alla sua testa.

A chiudere il cerchio, un doppio album: “2008 – 2018 tra la via Emilia e la via Lattea”, una retrospettiva di ciò che sono state Le Luci della Centrale Elettrica corredate da un inedito, “Mistica”, ed anche un libro, intitolato semplicemente come il nome del progetto, che sarà una sorta di diario dei ricordi pieno di foto ed interventi di artisti che hanno lavorato con questo progetto musicale. Inoltre, a partire dal 17 novembre, partirà da Foligno il tour nei teatri che, a questo punto, sarà l’ultimo tour delle Luci.

So che tutto questo sembra ridicolo, che ne sto parlando come se stessi dicendo “addio” ad un parente, che in fondo è solo un nome, ma Le Luci della Centrale Elettrica non era solo un “nome d’arte”. Era un modo per identificare Brondi, per identificare chiunque venisse a contatto con la sua musica, per sentirci parte di qualcosa di grande. Siamo stati tutti delle luci in questi 10 anni, e, nonostante il nome non sia più lo stesso, il cantante di Ferrara rimarrà una Luce che non andrà mai via (semicit), come noi del resto, che con la sua musica abbiamo viaggiato 10 anni.

Ora rimane solo da vedere cosa ci riserverà il futuro. Siamo diventati grandi, e di scuse non ce ne sono più.

 

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