Spotify-kaos: qualche artista di cui mi sono innamorata grazie alla sezione “ai fan piace anche”

by Birth

Oggi, 10 Settembre 2019, ritorno sui grandi e piccoli schermi con un articolo improbabile come mio solito. Andremo a caccia delle zone oscure di Spotify, ovvero la sezione “ai fan piace anche“. Per capire quanto ci abbia azzeccato una delle piattaforme più utilizzate e, soprattutto, quanta coerenza ci sia tra un artista e l’altro. Ci imbarcheremo verso orizzonti nuovi.

Iniziamo il viaggio con un artista che amo profondamente e che ha segnato fortemente il mio background musicale legato alla scena elettronica. Stiamo parlando del meraviglioso Andy Stott, artista di Manchester che mixa moltitudini di generi dalla minimal techno all’industrial ottenendo vere e proprie bombe a mano, pronte all’esplosione nelle più importanti line-up dell’elettronica. Il suo impegno nel crear musica viene definito come quello di uno scienziato che combina formule matematiche e sperimenta fino ad ottenere il miglior effetto.

Stott è attivo dal 2006, quando rilasciò Merciless, album di pura sperimentazione che ha iniziato l’autore verso una complessa ricerca di suoni e modi di far elettronica che potessero andare contro agli standard, mantenendo una connotazione ballabile. Alcuni esempi sono Edyocat e Boutique. Due anni dopo ci benedice con Unknown Exception, dove compaiono singoli interessantissimi che ci fanno subito sentire come invitati a quei party iper-blindati con VIPs, alcol, caviale e musica ambient che vira sulla minimal tech, vi propongo Fear of Heights e Handle with Care. Il 2011 vede due EP, Passed Me By e We Stay Together,  da 7 e 6 canzoni ciascuno. Questi due potrebbero essere definiti come veri e propri hot tapes, che hanno segnato la ricerca di Stott portandolo poi solamente un anno dopo alla creazione di Luxury Problems, tra l’altro anche nome del brano più celebre, LP che lo porta in ottime posizioni nelle classifiche internazionali.

La sua musica trasporta in mondi, o addirittura in galassie, parallele e l’esempio lampante è Faith in Strangers. Brano e album eccezionale, risalente al 2014, che vi farà ricredere sulla musica elettronica (sia che siate e non siate cultori del genere).  Mix formidabile di suoni e contenuto, che l’artista stesso definisce un mix di diversi stili e influenze (nonchè equipaggiamenti) per creare un’estetica diversa per canzone e album. Brani assolutamente consigliati, Faith in StrangersMissingViolence.

Arriviamo al 2016 con Too Many Voices, LP incredibilmente riuscito, nonostante la critica non l’avesse accolto in maniera entusiasta. Questo lavoro viene definito come formato da drums di temperamento abrasivo (chissà cos’avranno voluto dire) e delle keyboards dalla melodia descritta come “glassy”. Il mood di questo album è molto più razionale e studiato, vi farà rimanere incollati alle cuffie per capirne meglio i beats.

Andy Stott passa il testimone a colui che mi ha colonizzato la playlist di quest’anno: Yves Tumor. Artista, giovanissimo ed autodidatta, che sta scalando le più alte vette della musica sperimentale della città di Los Angeles. La sua musica abbraccia ambienti inquietanti, soul rivisitato in maniera lo-fi ed eterea e il mondo noise, muovendosi fluidamente da un sound all’altro, mescolando gli stili in maniera quasi surreale.
Nel 2015  la compilation Mykki Bianco presents C-ORE è stato il primo palcoscenico offerto a Yves Tumor, il cui vero nome è Sean Bowie, dove furono presenti brani parte di When Man Fails You. Quest’album, pubblicato nel 2016, lancia Mr. Tumor ancora di più nella scena con queste due canzoni: Limerence e Psalm – un mix super sperimentale dell’evocazione dei ricordi attraverso loops di melodie più o meno complesse, riprendendo un po’ la poetica di William Basinski.

Nel 2018, però, si ha la vera scossa con Safe in the Hands of Love, album sfaccettato, complesso, ma non per questo chiuso all’audience al di fuori della sfera elettronica sperimentale. Infatti il singolo Noid è uno tra i più streamed sulle maggiori piattaforme, per la sua nota pop. Vi consiglio assolutamente due brani imperdibili di questo album: Licking an Orchid (la mia prefe, tsé) e LifetimeDa sottolineare è che proprio grazie a questo album che l’artista si è assicurato un posto nella line up del magnifico Club To Club 2018, per i non intenditori potete trovare la review del festival di questa edizione redatto da Marzia e la sottoscritta (Ps: Stott nel 2017 fu anche lui tra i major names del suddetto festival!)

Ritornando a noi, credo che il perché Spotify abbia collegato Stott e Tumor sia ovviamente per le note “total experimental”, ma probabilmente per il mix di contenuti nelle varie tracce, oscillanti dal lo-fi key all’industrial che possono adattarsi all’ambient. A livello più profondo, però, si può anche collegare al fatto che entrambi gli artisti leghino molto la sfera riccamente emozionale alla loro ricerca.

Adesso facciamo uno swipe verso altri artisti nella nostra categoria preferita (al momento) e troviamo il duo più hot che dalla scena scandinava è arrivato all’etichetta newyorkese che copre artisti come Adele: Smerz. Catharina Stoltenberg e Henriette Motzfeldt cinque anni fa lasciarono la scuola per seguire la loro passione per la musica e direi che il loro piano sta funzionando. Sono partite come autodidatte con una versione crackata di Ableton e hanno iniziato ascoltando Jamie XX, DJ Rashad e Jessy Lanza.

La loro musica è particolarmente adatta ai teenagers e alle persone che sono emotivamente confuse (parole loro eh!) vivendo fase di transizione dove non si sa più chi si è e si è distaccati da qualsiasi cosa. Lo si sente dal tono distaccato, quasi annoiato e gelido, delle loro voci e lo si vede dai loro video di grana grossa anni ’80 e l’aesthetic misteriosa. (Il nome Smerz, vuol dire heartbreak, quindi più azzeccato di così). Tornando alla musica, però, vediamo che la loro prima produzione ha dato alla luce un magnifico self-titled con delle hit che hanno scosso Copenhagen e Berlino, eccovene alcune: Because, Blessed e You see? 

Con il secondo album Have Fun si sono stabilite in molte playlist della scena underground europea, sempre grazie al mood pseudo-malinconico e indefinito tra il triste e l’annoiato. Non perché sia effettivamente movimentato o dance, ma perché mostra un’intensa ricerca nel flow, nel tono e nell’attitude musicale, che a volte riporta alle vibes early 90’s. Alcuni brani consigliati sono No harm e Oh my my. Saranno anche loro protagoniste di un futuro Club To Club? Lo spero fortemente, quindi cari organizzatori del C2C ascoltate le mie preghiere.

Ma ora arriva la domanda fatidica: quanto ci ha azzeccato Spotify con il legame Tumor – Smerz? Sinceramente potrei azzardarmi a dire che ci sia un accostamento di questi due nomi per l’uso del pop in brani sperimentali, anche se il duo norvegese è molto più “immaturo” e Tumblr (esiste ancora?) nel modo di porsi. Yves Tumor, invece, si muove più con chiave trasformista, sia nel look che nel sound – variando tra noise, lo.fi e pop. O forse l’essenza autodidatta ha collegato le due voci?

Ora ci muoviamo verso l’ultima artista che spero vi conquisterà: YaejiLa sua musica viene descritta come un invito intimo all’esplorazione dell’identità culturale e sulla riflessione su se stessi attraverso una produzione dream-like house. Spotify la definisce come “confessioni sussurrate che diventano dancefloor burners” e non potrei essere più d’accordo.
La storia di Yaeji è molto particolare perché vede molti traslochi tra USA e Corea del Sud, studi artistici e progetti nella radio locale (a Pittsburgh) che la portarono a scoprire Hot Mass, un club del posto hotspot per la scena underground elettronica. Da lì inizia tutto e anche la sua auto-produzione. Le prime testimonianze musicale di Yaeji arrivano nel 2016, ma degno di nota è il primo EP self-titled del 2017 che mostra una certa timidezza, ma savoir-faire. Vi lascio due bombe: Full of it Fell it Out.

Tra 2016 e 2017 produce remix e tracce minori che poi rivedrà a sua volta con altri remix. Il 2017 ci ha regalato EP2 che ha lanciato la nostra bella Yaeji nel mondo grazie alla hit raingurlTutto l’EP ha una patina naive, che è andata a sostituire la timidezza precedenza, che però è ben smorzata dall’uso sapiente delle KORG. Club to Club anche lei? Perché no! Ma aspetto qualche nuovo singolo che vada a colmare il mio cuorcino. Yaeji, infatti, dal 2017 ha solo rilasciato due singoli, uno nel 2018 e uno quest’anno (che è solo un remix di Robyn), ma entrambi fanno ben sperare. Proprio nell’ultimo remix si nota quasi una nota ironica alla sua cultura asiatica, inserendo vari sound che ricordano i videogiochi e ricreando una sorta di nerdy lullaby.

E siamo di nuovo al punto di prima, ma le Smerz e Yaeji? Poco c’entra il female power, qui si tratta proprio di ragazze che hanno fatto della musica il loro mantra. Ci sono molti punti in comune tra le norvegesi e l’statunitense-coreana (sembra quasi un ossimoro, wow), sicuramente è la dimensione di ricerca di sé all’interno delle melodie proposte. Ulteriormente c’è da dire che entrambi i termini sperimentano con vibes che ricordano l’onirico, anche se Smerz ha una tendenza più dura, quasi berlinese e Yaeji più zucchero filato, kawaii.

PS: Vi dico che se mentre ascoltate le sue canzoni, vi capiterà di non capire le lyrics, beh, tranquilli, è coreano. Oddio, potei avervi propinato dell’electro k-pop. Cos’ho fatto?!

Direi che Spotify, questa volta, se l’è cavata bene con le associazioni di artisti. O saranno proprio i fan che son buon gustai? Chi lo sa.
Alla prossima puntata di Spotify-kaos, da Birth è tutto a voi in regia.

Birth

Cresciuta (male) a pane e Nirvana. Il mio obiettivo nella vita è quello di aver vissuto così tanti concerti, da poter reputare la mia stessa vita un concerto.

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