Suspiria: il film di Guadagnino e la soundtrack di Thom Yorke, un horror per intellettuali

by A. D. Sanders

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Sul nuovo e atteso Suspiria di Luca Guadagnino (quello di Call Me By Your Name) ne ho lette di ogni tipo: fa schifo, è arte, è mediocre, è un capolavoro, è noioso, è disgustoso, non è un horror. Motivo per cui mi sono sentito in dovere di scrivere un paio di riflessioni a riguardo.

Il film

Come probabilmente saprete, il film è un remake del cult horror di Dario Argento. Film che ha fatto la storia del genere, motivo per cui mi sembra alquanto inutile mettersi a fare paragoni con  la nuova versione. Versione che lo stesso Guadagnino ha definito “una cover” dell’originale, dato che giustamente non intendeva rifare pari pari un film di un tale spessore. Posta questa premessa, che purtroppo non sempre viene assunta come si dovrebbe, il film si rivela senza dubbio molto interessante: con i suoi pregi (molti) e i suoi difetti (non trascurabili) finisce per discostarsi nettamente dal suo predecessore, che viene citato giusto nella trama generale, nel titolo, e nell’anno di uscita (1977, anno in cui Guadagnino ambienta il suo remake).

Prima di tutto i colori: dimenticatevi il rosso, i colori accesi e la fluorescenza anni ’70 e preparatevi a entrare nel grigio seppia dipinto dal regista palermitano. La città è Berlino (non più Friburgo), e la cornice è quella della DDR, con riferimenti al terrorismo di estrema sinistra (il famoso sequestro dell’aereo Lufthansa da parte della banda Baader-Meinhof) e un passato ancora troppo vicino all’Olocausto nazista. A ridosso del Muro (per motivi si presume simbolici) si trova l’imponente edificio della scuola di danza in cui viene accolta Susie Bannion (Dakota Johnson), la ballerina destinata a discendere negli inferi. Ci si accorge fin dal principio che le maestre di ballo in realtà sono streghe, le cui coreografie inquietanti non sono che riti oscuri. Viene dunque cancellato il colpo di scena finale di Argento, trasformando questa nuova versione nella lunga preparazione di un rito sabbatico che coinciderà con la messa in scena di Volk (ossia popolo, anche qui titolo si presume simbolico), eseguito dalle ballerine seminude (ma non in modo sensuale, credetemi).

Ed è proprio questo rito sabbatico a rovinare in parte quanto costruito nelle precedente due ore di film. Se fino a quel momento si rimane ipnotizzati dalle atmosfere alla Fassbinder (seppur talvolta inframmezzate da momenti degni da videoclip di Marilyn Manson), e scene disgustose (vedi la ballerina che si contorce e si spappola contro le pareti), il finale ci porta nel mezzo di una scena splatter che probabilmente Tarantino rimpiange di non aver girato. Teste che esplodono, sangue ovunque, gente smembrata, e il tutto al cospetto della malvagia strega madre che somiglia in modo preoccupante a Jabba the Hutt di Star Wars. Bah.

Ed è un peccato, visto che complessivamente la fotografia, la colonna sonora e le interpretazioni sono eccellenti. A cominciare dall’incredibile Tilda Swinton, che, oltre ad essere la sosia di Thom Yorke, recita in ben tre ruoli: la capo-coreografa Madame Blanc, la sopracitata strega/Jabba the Hutt e lo psicoanalista Dr. Jozef Klemperer (il cui ruolo, di nuovo, si presume simbolico, forse della castrazione del maschio inutile in un film che vuole essere molto femminista).

Ebbene sì, la signora Swinton recita anche una parte maschile (e se non fosse per i titoli di coda nessuno se ne accorgerebbe, tanto è brava). Ma perché far interpretare a lei una parte da uomo, con tutti gli attori che ci sono? Per una questione di simbolismo esoterico e metaforico. Esoterico per la ricorrenza del numero 3 (tre sono le streghe, tre le ballerine che fanno una brutta fine, etc.) e metaforico perché il film, come accennavo, intende celebrare la potenza (oscura?) del mondo femminile. Le figure maschili infatti sono praticamente non pervenute, e se ci sono (vedi i due commissari di polizia) sembrano utili quanto una forchetta in un mondo di zuppa, per citare un aforisma del filosofo Noel Gallagher. Non è una novità che Guadagnino si dimostri regista attento a determinate tematiche. In merito infatti ha dichiarato che il suo “è un film molto personale, un film che parla di donne potenti, non di donne vittime, e quello che abbiamo fatto in questi anni di lavorazione è stata tutta un’investigazione al femminile”.

L’idea complessiva che si ha è che sia stata messa troppa carne sul fuoco, e molti riferimenti sembrano buttati lì un po’ a caso, non essendo minimamente approfonditi: l’olocausto, la simbologia del 3, le madri streghe di cui viene spiegato poco o nulla, il rapporto con la Berlino divisa, e soprattutto l’ossessiva cronaca del sequestro del volo Lufthansa – tutti questi elementi vengono ripetuti ma non spiegati, e nemmeno contestualizzati, tant’è’ che come nel caso del sabbath tarantiniano, lo spettatore si ritrova spesso a pensare un’unica sillaba: bah.

La soundtrack

Se, come dicevo a inizio articolo, in molti hanno criticato il film, talvolta giustamente, altrettanti si sono espressi sulla colonna sonora di Thom Yorke con qualcosa come: “Eh, ma quella dei Goblin è tutta un’altra storia”.

Premesso ancora una volta che fare paragoni è inutile, la colonna sonora di Yorke (per la prima volta compositore cinematografico) si amalgama alla perfezione alle immagini del film e spesso riesce a creare inquietudine e ansia anche dove le immagini falliscono. Belongings Thrown in a River e Volk ne sono gli esempi più esemplari. Non mancano canzoni vere e proprie: Suspirium (candidata all’Oscar come miglior canzone originale) ricorda a tratti la versione live di Like Spinning Plates, l’arpeggio di Open Again ricorda la chitarra di Greenwood… in parole povere il lato Radiohead non manca nelle canzoni, mentre Has Ended (che vede il figlio Noah alla batteria) è invece decisamente più Beatlesiana (Tomorrow Never Knows). Inoltre ci sono anche diverse parti orchestrali e cori affidati all’immancabile London Contemporary Orchestra. L’impressione generale che si ha è che questa colonna sonora, per quanto molto bella, sia forse un po’ troppo “astratta” e acquisti veramente significato solo se associata alle immagini, cosa che probabilmente non accade mai quando si ha a che fare con compositori di colonne sonore affermati, che siano Hans Zimmer, il compianto Jóhann Jóhannsson o il sodale Jonny Greenwood.

Insomma, fotografia splendida, attori credibili, e una colonna sonora onirica e raffinata. Ma a furia di voler far gli intellettuali, forse la cosa più horror del film è la somiglianza fra Tilda Swinton e Thom Yorke (e Jabba the Hutt).

Thom Yorke farà ritorno in Italia a luglio per 5 esclusive date (fra cui una in occassione del Ferrara Sotto le Stelle 2019, di cui siamo media partner):

16 luglio – Collisioni Festival, Barolo (CN)
17 luglio –  Villa Manin Estate, Codroipo (UD)
18 luglio – Ferrara Sotto le Stelle, Ferrara
20 luglio – Umbria Jazz, Perugia
21 luglio – Roma, Auditorium Parco della Musica

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A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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