The End of the F***ing World: molto hype per (quasi) nulla

by A. D. Sanders

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Alzi la mano chi ha sentito parlare di “The End of the F***ing World”: mini serie tratta dall’omonima graphic novel di Charles Forsman uscita su Netflix lo scorso 5 gennaio. Se avete uno smartphone o un computer con accesso ad internet (ossia se non vivete in una caverna) l’avete già alzata.

Si è creato infatti un sacco di hype attorno a questi 8 episodi di circa 20 minuti ciascuno (che poi sommati sarebbero la durata di un qualsiasi film di Tarantino). Post su Facebook che gridavano al capolavoro, tweet estasiati. Confesso che sono stato incuriosito da tutto ciò. E poi la colonna sonora è di Graham Coxon – sì, proprio lui, il chitarrista dei Blur. Ed è stato proprio questo a spingermi a guardarla: speravo di rimanerne estasiato anch’io. Ma così non è stato. Avete presente quell’emoji con la faccia con la bocca allineata? 😐 Ecco. Alcuni la tradurrebbero in un “meh”. Ed è un po’ quello che ho provato, durante la visione di questa serie che tutto sommato rimane carina, senza però essere assolutamente niente di trascendentale. Forse le mie aspettative erano troppo alte oppure inizio ad essere troppo vecchio per queste cose.

Ma perché tutto questo successo? Perché è hipster, suppongo, e dopotutto affronta tematiche care agli sbarbatelli indie. Parla di due teenagers arrabbiati con il mondo (sai che novità): Alex e Alyssa. Il primo vive con il padre che definisce un “coglione”, da piccolo ha assistito al suicidio di sua madre. Alyssa invece vive con la madre e con il patrigno, anche lui un “coglione”. Si incontrano a scuola, e decidono di scappare insieme.

L’incontro fra i due protagonisti secondo la graphic novel di Forsman.

Lui sogna di farla a pezzi con il suo pugnale, lei di andarci a letto. Quale dei due desideri si avvererà? La risposta è la solita (almeno così ci è dato intendere). In questo modo entriamo nel vivo della serie, attraverso un viaggio on the road made in UK che sa molto di USA (non a caso era questa l’ambientazione del fumetto) e di Bonnie and Clyde versione millenials e personaggi secondari che spesso sono più interessanti degli stessi protagonisti.

Il problema non è tanto la storia, che tutto sommato è anche interessante (sebbene sia stata riutilizzata da secoli e secoli), ma la caratterizzazione dei due protagonisti, che viene volutamente esagerata fino a un livello che risulta veramente forzato ed irritante. Vogliamo rappresentare l’apatia degli adolescenti? Facciamo parlare i protagonisti non guardandosi mai in faccia e fissando il vuoto. Un tantino forzato, un tantino irrealistico.

Una delle rare inquadrature dove Alyssa e James si parlano fissando il vuoto.

E difatti la serie migliora notevolmente dal quarto/quinto episodio, ossia quando i due iniziano finalmente a recitare normalmente e a non contemplare il nulla mentre si parlano. Poi non so, essendo cresciuto con Donnie Darko come punto di riferimento del disagio adolescenziale, ritrovarmi un ritratto teen del genere all’alba del 2018 è un po’ avvilente. Quelli che non rimarranno delusi sono sicuramente gli hipsters: ci sono un sacco di skinny jeans, camicie a quadretti, camicie hawaiane, adolescenti apatici e annoiati, inquadrature che sembrano tratte da un profilo Tumblr e simmetrie da Wes Anderson in versione liceale.

Tutto sommato però, la fotografia rimane buona e la colonna sonora merita sicuramente. Graham Coxon crea una miscela di folk e rock anni ’90 che si amalgama perfettamente con la trama degli episodi. Vi è molto equilibrio fra le tracce prettamente strumentali – su tutte The Beach, The Snare e Field,  e quelle cantate dallo stesso chitarrista. L’impressione che si ha all’inizio è che non sia lui. Non a caso aveva dichiarato qualche tempo fa in un’intervista ad NME che aveva cercato di comporre qualcosa a cui non fosse associabile nell’immediato, proprio come se dovesse recitare anche lui una parte. In My Room ne è un esempio. Probabilmente il motivo sta anche nel come è stato composto: di getto e tenendo sempre buone le prime vocal takes. Il risultato sono tracce acustiche a tratti ruvide e lo-fi ma senz’altro sincere. Alcune di esse sono il frutto di demo che il chitarrista ha tenuto nel cassetto per anni e anni. Quello che colpisce positivamente di queste sedici tracce è la diversità: si passa da sonorità tipicamente morriconiane (The Snare) a momenti molto Blur (Sleuth), ad altri decisamente stonesiani (On The Prowl) senza togliere spazio alle ballate malinconiche (It’s All Blue) degne del turneriano Submarine. Da segnalare ci sono le tracce Angry me che fa pensare vagamente ad una rivisitazione acustica di Song 2 dei Blur e Bus Stop, che sarebbe sicuramente una delle migliori dell’album, se non fosse un plagio clamoroso di Gut Feeling dei Devo, brano contenuto fra l’altro nel film di Wes Anderson “Le avventure acquatiche di Steve Zissou“. 

Detto ciò il buon Coxon dimostra di poter ambire ad una carriera di compositore di colonne sonore, com’è stato per un certo Nick Cave all’infuori dei Bad Seeds, il premio Oscar Trent Reznor, e quello mancato Jonny Greenwood (la sconfitta di qualche domenica fa grida ancora vendetta). Sicuramente con i suoi 167 minuti e 4 secondi, la serie può essere vista senza rimpianti di sprechi di tempo, anche perché comunque immagino possa offrire spunti interessanti. Se li trovate, battete un colpo.

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A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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