“Il progresso non discrimina”: intervista ad Alex Cameron

by A. D. Sanders

Alex Cameron è sicuramente uno degli artisti della scena australiana più interessanti in circolazioni. Non solo le sue tre fatiche discografiche – fra cui l’ultima Miami Memory – sono state accolte positivamente da critica e pubblico ma anche da personaggi di un certo spessore come Brandon Flowers dei Killers. Tanto che il frontman della band di Las Vegas lo ha addirittura assoldato come co-autore di cinque brani dell’ultimo album Wonderful Wonderful (2017). Ciò che sicuramente caratterizza lo stile di Cameron è proprio la scrittura: i suoi testi sono spesso espliciti e sono uno spaccato di un mondo maschilista che arranca verso il progresso.

L’ho incontrato in un’uggiosa giornata autunnale al Circolo Ohibò di Milano, un paio d’ore prima che salga sul palco per esibirsi.

(Domande a cura di Maria Vittoria Perin e del sottoscritto).

Ciao Alex, benvenuto a Milano.
Grazie!

È andato bene il viaggio?
È andato alla grande, stiamo viaggiando senza problemi da una città all’altra e suoniamo ogni sera. È bello.

Il calendario del tuo tour è veramente fitto: ogni sera una nuova città, una nuova nazione. Non è un po’ stressante?
No, direi che questo è il lavoro meno stressante che abbia mai fatto in vita mia. In passato ho fatto un sacco di lavori diversi e questo è di sicuro il più appagante e quindi non è nemmeno così stressante.

Parliamo un po’ del tuo ultimo album Miami Memory. Ho letto che sei tu il protagonista. Qual il tuo miglior ricordo di Miami?
Hmm… Probabilmente il mio miglior ricordo di Miami è… Ce ne sono così tanti…

Scegline giusto uno.
Direi quando mi sono esibito al palazzetto del basket della città e c’era la mia ragazza [l’attrice e artista Jemima Kirke ndr] e poi abbiamo passato la serata insieme… è stato veramente bello. 

Hai dedicato quest’album proprio alla tua ragazza. È una cosa molto dolce, ma i testi sono abbastanza espliciti e non rappresentano il classico stereotipo dell’amore romantico. Come l’ha presa? Come ha reagito la prima volta che lo ha ascoltato?
Penso che l’abbia apprezzato molto, perché…non so bene come definire il genere di musica che faccio. Alcuni dicono che faccio pop, altri usano un sacco di altre definizioni. Suppongo che il mio obiettivo sia…sai, nella musica pop le persone tendono a dire davvero poco nei testi e ad essere ambigui, mentre io voglio distaccarmi da quella corrente anche al costo di parodizzarla talvolta. Ho subito avvertito che i miei ultimi testi sono molto onesti e molto chiari nel loro significato e penso che proprio per questo la mia ragazza li abbia apprezzati così tanto.

Sin dall’inizio della tua carriera, hai sempre messo te stesso sulla copertina dei tuoi album, invece di usare un logo o una foto di qualcuno o qualcos’altro. C’è una ragione dietro a questa scelta?
Si, penso ci sia una ragione. Ho sempre voluto mettere la mia faccia sulla copertina perché alla fine sono io che ho scritto quelle canzoni e volevo documentare il fatto di come io apparissi in quel particolare momento.

Nei tuoi testi, specialmente nei primi due album, interpreti diversi personaggi. In copertina quindi eri tu o uno dei tuoi personaggi? 
Suppongo che cambi di volta in volta. Sulla copertina del primo disco avevo un plastic make up sulla faccia e quindi ero un personaggio. Nel secondo album, invece, sono probabilmente me stesso, così come nel terzo.

Qual è la tua canzone preferita del nuovo album e perché?
Al momento la mia preferita da suonare è Bad For The Boys. Però penso che Miami Memory sia la canzone più forte del disco e la canterò per il resto della mia vita.

Come dicevamo prima, i tuoi testi sono generalmente molto espliciti e possono essere molto controversi. Hai mai avuto paura che il pubblico li prendesse nella maniera sbagliata?
Direi di no. Non posso scrivere canzoni preoccupandomi del fatto che la gente fraintenda i miei testi.

Meglio così. Ascoltando il tuo album è come se da un lato ci fossero le donne, più forti che mai,  persino in canzoni come Far From Born Again she don’t care what they say/ […] She’s not gonna fall for your charm») e dall’altro lato ci sono gli uomini, non molto forti, come in Bad For The Boys, dove tu sembri provare pena per loro. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Bad For The Boys parla di questo gruppo di ragazzi e dei loro momenti negativi e tristi, le varie tragedie personali. Penso che questa canzone esprima realmente il modo in cui vedo il tipo di comportamento che guida i ragazzi. Sai, voglio dire quelli che si comportano in maniera anti-progressista e anti-femminista, che non sono capaci di fare parte di un movimento del progresso e alla fine si ritrovano isolati, perché il progresso avviene per natura, l’evoluzione è progresso. L’evoluzione non è un “arriviamo a un’idea politica e ci spaventiamo quindi facciamo un passo indietro”. Non succede mai. Se vuoi tornare indietro devi iniziare ad ammazzare le persone e iniziare una guerra. Le cose continuano ad andare avanti ed il progresso non discrimina, continuerà ad andare oltre, la società continuerà ad evolvere e le persone che non lo capiranno verranno lasciate indietro. Questo è quello di cui parla Bad For The Boys.

A proposito di questo, in un’intervista hai detto che trovi molta ispirazione nel presente. Si tratta semplicemente di tutto ciò che ti circonda in un dato momento o ci sono delle aree in particolare, degli argomenti che fanno scattare il tuo processo creativo, come la politica?
Non è uno dipartimento molto razionale quello che uso quando scrivo canzoni. Ho uno scompartimento nella mia testa che inconsciamente associa e fonde idee diverse fra loro e che poi escono fuori quando mi siedo al piano a lavorare sulle canzoni. Non è un processo deliberativo o conscio, è un po’ più spirituale direi. Mi fido delle melodie che mi arrivano spontaneamente, mi fido delle parole che mi arrivano naturalmente e cerco poi di trovarci un senso.

Quand’è che hai capito di avere talento? Quando eri bambino?
Sì, fin da piccolo. Da bambino parlavo sempre da solo e penso fosse un modo di essere creativo nella mia testa. Inventavo storie e se mi annoiavo ero capace di teletrasportarmi completamente in un altro posto e stare là e creare nuovi mondi e nuove storie. La maggior parte dei bambini ha un’immaginazione dinamica e ho un ricordo molto vivo di quelle esperienze. Comunque da bambino ho anche avuto varie paure e sofferto di ansia, e penso che avere il songwriting come valvola di sfogo abbia curato la mia ansia.

Ripensando a quegli anni in cui ancora non eri un musicista famoso come ora, i tuoi amici e la tua famiglia ti hanno supportato o ti dicevano che era comunque una via rischiosa da seguire?
I miei amici sono sempre stati al mio fianco, mi hanno sempre appoggiato in tutto. E la mia famiglia pure, sono stato molto fortunato. Ho sempre potuto contare sul supporto di una comunità di amici, familiari e artisti a Sidney.

A proposito, quant’è stata importante per te la scena musicale di Sidney per sviluppare il tuo sound?
Beh forse non per sviluppare il mio sound, ma sicuramente è stata fondamentale per crescere come artista. Da emergente suonare nei locali della città per me era facilissimo, riuscivo tranquillamente a esibirmi 3/4 volte a settimana. E questa era la norma una volta. Purtroppo ora ho sentito che ci sono state lamentele e un sacco di locali sono stati chiusi. 
Ad ogni modo ci sono un paio di cantautori australiani che in un certo senso mi hanno davvero aiutato a trovare la mia strada. Il primo è Jack Ladder, che è qui con noi stasera, è l’opening act. Il secondo è Jared Quarrell di Melbourne. È conosciuto per i suoi Lost Animal ma pubblica canzoni anche da solista. Loro sono due artisti che scrivono canzoni in un modo in cui mi immedesimo.

Sempre più spesso artisti uomini parlano del loro lato fragile, come gli IDLES o Sam Fender. Pensi che qualcosa stia veramente cambiando?
Non lo so. Ho sempre scritto di queste cose, probabilmente da quando avevo dodici anni. Quando pensi che sia iniziato?

Direi che è da qualche anno che questo tema è stato sdoganato.

Sì, probabilmente è stato sulla punta della lingua delle persone per qualche tempo. E ci sono volute le donne, le comunità queer, le comunità online, e quella delle persone di colore…e alla fine si sono fuse e hanno creato questo messaggio enfatico che poi si è potuto diffondere attraverso internet e che ha potuto dare voce a questo semplice messaggio che il modo in cui si comportano gli uomini porta a delle conseguenze. E questa cosa sta diventando sempre più parte della coscienza delle persone e della coscienze globale. Ma c’è ancora tanta strada da fare… Non mi sono mai del tutto sentito a mio agio a uscire con gli amici machi. Non mi sono mai sentito molto “maschio”, per via di come sono fatto, e quindi per me è stato semplice raccontare storie riguardo al lato negativo di essere uomo…

Come ad ad esempio quello di non sentirti a tuo agio nel comportamento che la società ti vorrebbe attribuire sin dalla nascita.
Sì, esattamente.

Però finalmente qualcosa inizia a smuoversi.
Sì, come dicevo prima è questo il progresso. Succederà. Sta già succedendo. Come specie noi progrediamo e se qualcuno non vuole farlo…ci sarà una sorta di guerra del cazzo e a quel punto dovremo sperare che il lato del progresso vincerà.

In un’intervista al Guardian ho letto che il tuo lavoro è una sorta di esplorazione senza fine della specie maschile. Di cosa parlerai nel prossimo disco?
Ho già un’idea di quello di cui voglio parlare nel mio prossimo album, ma non penso che dovrei sbandierarlo ora pubblicamente. Ma sì, un’idea ce l’ho.

Ovviamente non te la estorcerò, ma puoi dirmi almeno se quest’idea è sempre legata a questo tipo di argomenti o se non c’entra nulla?
Sarà l’altra faccia della medaglia.  Sarà differente, ma partirà sempre da una prospettiva personale e ci saranno anche diversi personaggi. Sarà un mix penso. Ci sto ancora riflettendo su.

Come autore come cambia il tuo approccio quando scrivi per te stesso rispetto a quando scrivi per altri, come nel caso dei Killers?
Ogni caso è diverso. Penso che il songwriting sia una conversazione quando scrivi per altre persone. Devi cercare di mantenere viva quella conversazione e fare in modo che tutti rimangano entusiasti. Devi trovare le parole giuste che completino l’altro e ti diano soddisfazione per questo.

E allo stesso tempo devi proiettarti nell’ottica che quelle parole poi usciranno dalla bocca di qualcun’altro, in questo caso Brandon Flowers.
Sì, beh…
Chi è? NON È POSSIBILE! AHHHHHHHH!!!!!!

E in quel momento succede l’imponderabile. Mi ritrovo spettatore di una Carrambata che neanche la migliore Raffaella Carrà avrebbe saputo inscenare nel suo vecchio programma. Il tour manager è appena entrato in stanza, alle sue spalle si intravedono nascosti due bambini e una donna. Lei è la sua ragazza Jemima Kirke, e loro i figli di lei. Sono venuti a fargli una sorpresa e lui è completamente fuori di testa per la felicità. Assisto così seduto sul divano a questo commovente ritrovo familiare con Alex che corre ad abbracciare i due pargoli. Io li guardo e sorrido. In realtà ben presto inizio a sentirmi a disagio come spettatore estraneo di un momento che dovrebbe essere privato. Distolgo la sguardo, ma la stanza è piccola e non so su cosa concentrarmi. Improvvisamente le mie scarpe iniziano ad apparirmi interessanti come mai prima di allora e decido di osservarle attentamente. Scelta che si rivela vincente, visto che ben presto Alex e Jemima iniziano a limonare a un metro di distanza dal sottoscritto mentre i bambini corrono per la stanza. Dopo tre abbondanti e interminabili minuti, finalmente si accorgono della mia presenza. Io mi sento quasi in colpa per essere ancora là, ma avendo il tour manager sulla soglia della porta non potevo neanche dileguarmi. Lei mi lancia un’occhiata, io la saluto. Lei si rivolge a lui: ”Stavi facendo un’intervista? Avete finito?”. Lui improvvisamente si ricorda della mia presenza e mi guarda. “Abbiamo finito vero?” mi chiede con gli occhi lucidi. Sentendomi quasi come un padre che dice al figlio che può uscire a giocare, gli sorrido e gli dico “Sì Alex, abbiamo finito”.

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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