“Col mare mi sono fatto una bara di freschezza”: intervista agli Eugenia Post Meridiem

by A. D. Sanders

È finalmente uscito l’album di debutto degli Eugenia Post Meridiem, talentuosa e interessantissima band italiana con dichiarate influenze internazionali. In Her Bones è sicuramente uno dei debutti più riusciti di quest’anno: la voce di Eugenia, unita alle armonie degli strumenti di Matteo, Giovanni e Matteo, vi ipnotizzeranno, impedendovi di mettere in pausa il disco. Come un’onda che s’infrange sulla riva e vi trascina lentamente in mare aperto…

L’intervista che state per leggere è una chiacchierata che risale al luglio scorso. Riesco a raggiungere telefonicamente i ragazzi in spiaggia, mentre si stanno godendo un giorno libero durante il loro tour estivo.

Direi di cominciare dal vostro album d’esordio in uscita e dal suo titolo In Her Bones.

Eugenia: Allora, Nelle sue ossa (che poi è la traduzione in italiano di In Her Bones) in realtà è il titolo del pezzo più lungo dell’album ed è anche l’ultimo. È l’ultimo perché è un po’ una somma, secondo me, di tutto quello che abbiamo tirato fuori negli altri pezzi dell’album, però anticipa anche gli ultimi brani nuovi che non sono nel disco. 

Giovanni: Sì, diciamo che è stato l’ultimo pezzo che abbiamo preparato e praticamente abbiamo finito di arrangiarlo lì a Berlino, nei giorni prima di entrare in studio per registrare, quindi è stato un po’ il pezzo più maturo, quello che ci ha dato la direzione che vorremmo prendere nei prossimi tempi, se ci sarà un altro album… cioè, sicuramente ci sarà. Comunque rappresenta la direzione musicale che stiamo prendendo e ci è venuto quasi spontaneo dover chiamare l’album con i pezzi raccolti fino a lì con il nome di quest’ultima traccia.

 

Un aspetto che mi interessava, di cui avevo letto in una vostra precedente intervista, è che comunque fra di voi avete molte influenze musicali diverse, ma invece di farle emergere tutte contemporaneamente, partite più dalla comunicazione del progetto musicale e quindi poi vi fissate una sorta di recinto dentro il quale sperimentare. È corretto?

Matteo (bassista): Direi assolutamente di sì. Tra l’altro questo progetto nasce proprio sui palchi. La prima volta che ho sentito Eugenia mi sono molto appassionato all’idea che aveva di scrivere brani pop e alla sua voce, molto personale. Per cui veniva sempre prima l’esigenza, in qualche modo, di servire la musica e il brano, rispetto a portare le proprie influenze così nude e crude, senza in qualche modo capire effettivamente la necessità del brano. Per cui appunto tutti siamo arrivati partendo da «ok, vengo a sentire», «ok mi interessa, voglio contribuire anch’io». Per cui è proprio un servizio che si dà a un’idea musicale, prima che andare in qualche modo a esprimere la propria individualità, che poi comunque c’è ed esce fuori e ha lo spazio di sopravvivere e di vivere. Però diciamo che l’importanza primaria è quella di servire l’idea musicale da qualsiasi parte venga e da chiunque venga.

Matteo (batterista): Diciamo che la cosa che un po’ tutti ci siamo resi conto è che nonostante appunto veniamo tutti da mondi diversi e da ascolti diversi la voce di Eugenia è sempre stata un collante per unire tutte le cose. Non c’è mai stato un vincolo del tipo «vogliamo fare quello», «vogliamo fare quell’altro», «vogliamo fare tutte le cose insieme». Siamo stati tutti abbastanza aperti mentalmente da accettare i gusti e le influenze degli altri, negli ultimi pezzi che abbiamo scritto e anche in “In Her Bones” – che dà il titolo all’album – si sente secondo me questa direzione di questo «andiamo tutti nella stessa direzione, però come se ci andassimo in modo diverso ma insieme»

Matteo (bassista): Volevo aggiungere un’altra cosa: il filo del discorso è cercare di trovare un qualcosa di nuovo, di sperimentare. Perché quello che vediamo intorno a noi è il ripetere cose già fatte, il continuare imperterrito a riproporre un qualcosa. Quindi attraverso questo intreccio di influenze vogliamo trovare qualcosa di nuovo.

 

Ecco, riguardo a quest’ultimo aspetto: voi quanto vi sentite italiani?

Matteo (bassista): Molto poco direi. Almeno io parlo per me, però molto poco dal punto di vista dei suoni, cioè dal punto di vista dello studio dei suoni. Perché almeno quello che vediamo a Genova è tanta proposta però tutta fatta allo stesso modo. Magari anche proposte diverse però… manca uno studio sul suono come cosa diversa. E questa cosa è molto internazionale.

Matteo (batterista): Comunque secondo alla fine si prende il buono di tutto, perché ad esempio io adesso sto iniziando un po’ ad ascoltare (e penso anche Eugenia) la canzone italiana, quella un po’ vecchia, penso a Modugno, Milva e secondo me c’è del buono da prendere per quanto riguarda quell’aspetto lì della poetica, dei testi, piuttosto che gli arrangiamenti molto orchestrali, anche se noi non abbiamo archi e ottoni e cose del genere.

Eugenia: Ma gli ottoni arriveranno! Arriveranno…

Matteo (batterista): Comunque c’è del buono in tutto, ovvio non ti sto a dire che il mio idolo è Max Pezzali… [risate] Io guardo molto fuori, la maggior parte dei miei insegnanti sono italiani e a loro devo tutto, quindi non sto neanche a dire che l’Italia fa schifo, non so come dirti… però diciamo che abbiamo l’occhio puntato più all’estero che in Italia.

Eugenia: Comunque l’Italia ci sta inaspettatamente sostenendo molto. Siamo stati molto fortunati finora, ci hanno trattati bene, non ce l’aspettavamo per niente. Dobbiamo fare ancora tantissimo spero, però io sono molto grata di come stia andando. In un paese in cui la trap, l’it-pop, eccetera eccetera, sono quasi la totalità degli ascolti anche di chi magari ascolta musica indipendente, è strano essere apprezzati, non so come dire… non ce lo aspettavamo molto.
Poi ovviamente ci crediamo quindi non è che siamo pessimisti, però è stata una sorpresa e per quanto mi riguarda l’internazionalità nel nostro approccio è più che altro una questione di come affrontiamo, e come studiamo il live, come cerchiamo di rendere il live, nel senso di sentire veramente la musica. In Italia quello che si sente spesso è la dinamica che non esiste, groove che non esiste. È una cosa su cui dobbiamo lavorare ancora tantissimo, ma essere andati a Berlino e aver lavorato con un produttore che comunque ha sempre lavorato nella musica in ambito internazionale, ci ha aperto veramente a una concezione della musica diversa proprio, come la precisione. Ma non la precisione sterile…  perchè comunque ad esempio al MI Ami abbiamo visto gruppi italiani tecnicamente bravissimi, però mancava qualcosa nel loro live, non so come dire. In Italia ci sono un po’ questi due opposti: o l’attitude da saletta un po’ da cazzone che non indaga sul suono, oppure super-tecnico, super-pulitino che a livello di energia e coinvolgimento del pubblico non rende. Noi vorremo riuscire a trovare un equilibrio fra queste due cose.

 

Come hai detto avete girato in questi ultimi mesi un sacco per l’Italia, avete anche fatto diversi festival come il Goa Boa. Avete in programma di andare in tour all’estero prossimamente o è ancora prematuro parlarne?

Eugenia: Stiamo facendo delle applications per degli showcase festival all’estero. Il SXSW ci piacerebbe un sacco. C’è anche l’Eurosonic e credo che quest’anno… bisogna vedere come andrà il disco. Poi c’è anche il Ment a Lubiana in Slovenia. Sotto questo punto di vista la nostra etichetta sta lavorando molto.

 

Parlando appunto della vostra etichetta, la Factory Flaws, e del vostro booking BPM Concerti, volevo sapere come siete entrati a far parte della loro famiglia. Suonando in giro? Mandando delle demo?

Giovanni: Noi siamo andati a Berlino l’estate scorsa a fine agosto/inizio settembre. Lì abbiamo registrato il disco e sta di fatto che un paio mesi dopo, quindi verso novembre, avevamo il disco pronto. Però volevamo fare le cose bene e quindi verso gennaio/febbraio abbiamo incominciato a mandare mail su mail e una sera ci siamo messi lì e ci siamo fatti una lista di etichette italiane ed estere che ci piacevano. Abbiamo cominciato a mandare, mandare, mandare. Ci sono arrivate un po’ di risposte, soprattutto da etichette italiane e una di queste era appunto Factory Flaws, di cui avevamo già sentito parlare, avevamo visto che lavora molto bene con musica internazionale quindi ci siamo buttati.

Eugenia: E poi loro ci hanno trovato il booking. Fra l’altro la cosa bella è che Alessandro Ceccarelli [Senior Agent, co-fondatore e membro del consiglio di amministrazione di BPM Concerti, ndr], ha deciso personalmente di occuparsi del nostro progetto, dimostrandoci di crederci molto. Noi gli siamo molto grati anche per quello e sta andando tutto bene.

Giovanni: Sì, sì, siamo molto soddisfatti, sia a livello personale che di come stanno lavorando. Non potevamo chiedere di meglio.

Parlando di scena italiana e estera, come vedete l’esportabilità di band italiane che cantano in inglese? Secondo voi come stanno le cose oggi?

Matteo (batterista): Secondo me non è tanto un discorso se sei italiano, turco, armeno, o dell’Alaska… è più un discorso di come fai le cose e all’interno di dove lavori, come riesci a lavorare. Come viene fatto il lavoro di sponsorizzazione, di pubblicità, riguardo a quello che fai. Perché ad esempio ci sono un sacco di band come gli Hiatus Caiyote che sono australiani e sono osannati da tutti nella scena new-soul di adesso. E sono australiani! Cioè chi se li caga gli australiani. [ride] Secondo me è più un discorso della qualità del prodotto e di come viene valorizzato dalle persone che si occupano di questo settore più che un discorso di provenienza. Più che altro spero che sia così. Per ora per quel poco che so, mi verrebbe da dirti questo.

Matteo (bassista): Certo è che effettivamente è una sfida non da poco, perché se comunque in Italia ci hanno accolti abbastanza bene, nonostante non sia facilissimo far uscire dischi in lingua inglese, è anche vero che quando abbiamo mandato in giro il disco alle etichette, sia estere che italiane, non abbiamo avuto una risposta così positiva da quelle estere a differenza di quelle italiane. Però poi invece quando abbiamo condiviso il palco coi Feels (band di Los Angeles) a Marina di Ravenna abbiamo avuto una risposta positiva da loro. Non abbiamo abbastanza dati per poterti dire “funziona” o “non funziona”. Anche altri gruppi italiani effettivamente che cantano in lingua inglese che hanno un prodotto più anglosassone come i Be Forest, che c’erano ieri sera a sentirci, non mi sembra che abbiano avuto tutta questa facilità ad uscire. A livello internazionale sì (Francia, Spagna, ecc.), ma a livello inglese e americano assolutamente no, mi sembra.

Eugenia: Ma si, invece tantissimo!

Matteo (bassista): Non mi sembra proprio.

Eugenia: Hanno fatto un tour in America!

Matteo (bassista): Si, uno però poi per il resto… [ridono].

Eugenia: Ma no, ne hanno fatti più di uno!

Matteo (bassista): Ah e allora sto dicendo cazzate. [ridono]

Eugenia: Comunque c’è un po’ di diffidenza da parte del mercato americano e inglese nei confronti dell’Italia, per il fatto che ci sono comunque i soliti luoghi comuni. Secondo me l’Italia a livello musicale è considerata quasi come la Romania [risate]. Nel senso, gli americani conoscono l’Italia per il Volo, per l’opera lirica… Non hanno tanto idea che ci possano essere dei progetti al loro stesso livello di ricerca, di gusto, eccetera. Poi sicuramente ci saranno anche persone che sanno, ma dubito che non vedano l’ora che esca fuori il prossimo disco dei Jennifer Gentle…

Matteo (batterista): Siamo molto critici perché siamo genovesi, è la nostra indole. Però siamo molto tranquilli e contenti di tutto.

 

Una delle cose che mi aveva colpito molto una delle prime volte che vi avevo ascoltato qualche mese fa, all’infuori del talento musicale, era l’ottima pronuncia inglese di Eugenia, cosa che in Italia non sempre è scontata.

Eugenia: Eh… io non capisco se pronuncio bene o no. Però diciamo che io sono una rompicoglioni, nel senso che sono la prima che sente se c’è l’accento italiano e dico «eh sì, però c’è l’accento» [dice con voce auto-caricaturale] e quindi rompo. Diciamo che se mi ascolto e sento che sto pronunciando le parole in modo maccheronico mi scazza. Quindi è una cosa su cui faccio molta attenzione. Questo mi porta però anche a pronunciarle in modo strano, ad avere un accento strano. Infatti una volta mi hanno chiesto se fossi australiana [ride].

Matteo (bassista): Non mi ricordo chi, ma qualcuno ci aveva chiesto se fossimo francesi.

Eugenia: Sì, vero! Comunque è un problema che non mi sono mai posta, da piccola ho più o meno sempre vissuto in ambienti abbastanza internazionali perché mio papà sta con una ragazza – cioè signora – mezza australiana e mezza neozelandese, quindi loro hanno sempre parlato inglese e ce l’ho avuto sempre nelle orecchie. Poi ascoltando praticamente solo musica inglese e americana è una cosa che ti entra proprio nelle orecchie.

 

Torniamo ai vostri tre singoli pubblicati, Low Tide, Blue Noon e Mad Hatter. Avete scelto questi tre perché sono una sorta di manifesto degli Eugenia Post Meridiem e dell’album?

Giovanni: Sì e no. Noi avevamo già un’idea, prima di metterci in contatto con l’etichetta, su quali potevano essere i singoli. Poi in realtà li abbiamo concordati con l’etichetta che ci ha dato due consigli. Per esempio Low Tide, il primo singolo, quello che ha fatto più ascolti, non ce lo saremmo immaginati come singolo, ma perché…

Matteo (batterista): …siamo troppo abituati ad ascoltarlo, ci siamo troppo dentro per decidere.

Giovanni: Pero in realtà poi è stata una scelta di successo. È stato il pezzo che giustamente ha lanciato il progetto e da lì con gli altri due singoli si è capita la direzione che vogliamo prendere, quindi è stata una mossa azzeccata.

Matteo (bassista): Ci siamo serviti molto dei pareri esterni che abbiamo avuto anche in fase di incisione. Low Tide l’aveva suggerita il fonico che ci ha seguito in studio. Mad Hatter invece è la canzone del disco che ci è più cara oltre a In Her Bones.

Eugenia: E ha la bellezza di 1800 ascolti circa! [ride]

Matteo (bassista): Cioè non se l’è cagata nessuno. [ride] E poi Blue Noon è il brano tra i primi che abbiamo arrangiato e scritto.

Eugenia: È il primo pezzo che io abbia mai scritto in vita mia.

Giovanni: Anche se ha subito molte trasformazioni. L’abbiamo suonata in tante maniere diverse prima di arrivare a questa versione. Forse Blue Noon è il passaggio fra Low Tide e Mad Hatter, la rampa di lancio. Mad Hatter è un po’ il manifesto del nostro progetto, per ora, per quanto riguarda il disco In Her Bones. Sono i due pezzi che ci hanno lanciato verso qualcos’altro.

Una domanda per Eugenia: sapendo che Blue Noon è stata la primissima canzone che hai scritto, il nome della band  è derivato dalla canzone o viceversa?

Eugenia: Diciamo che il titolo della canzone è molto legato al nome del progetto. Post Meridiem sarebbe “dopo il meriggio”, Blue Noon, Noon “meriggio”, blue significa tante cose a livello di stati d’animo. Post Meridiem perché io in quinta liceo ho scritto una tesina sul meriggio, come momento molto importante della giornata e molto rappresentativo di ricordi, immagini ricorrenti e anche modalità di apprezzamento delle cose. Per me il meriggio ha delle caratteristiche che poi cerco nelle cose che vedo, ad esempio ascolto un brano, e mi piace più di un altro perché evidentemente rivivo certe sensazioni. Te lo sto dicendo in maniera più stringata possibile, è molto difficile da parlarne. Infatti ogni volta che me lo chiedono è un problema. [ride] Però diciamo che è un momento di contemplazione, cioè come lo è stato sorprendentemente anche nella storia della filosofia, dell’arte… è sempre stato un momento molto rappresentativo in fase di creazione artistica. Per Nietzsche il meriggio è il momento in cui l’uomo taglia con il passato e si rende conto di tutti quei falsi dèi e miti che gli hanno impedito di vivere al massimo, in potenza. E quindi dopo il meriggio lui fa la scelta e diventa superuomo. È il momento in cui realizzo qualcosa e tutto quello che viene dopo è creazione e vita, quando in realtà il meriggio è un momento, una condensazione dell’opposto che c’è fra vita e morte. Il caldo asfissiante che dovrebbe essere un caldo vitale ma in realtà ti costringe a dormire. Ti immagini le città vuote con le finestre aperte e la televisione che va e la gente che dorme: per me questa è una delle tante immagini. E quindi l’arte per me è la musica ma domani potrebbe essere… che mi metta a fare le sculture con le pietre in spiaggia. [ride] È tutto quello che viene dopo il meriggio e quindi Post Meridiem.

Sono veramente felice che tu abbia citato Nietzsche perché si lega a una domanda che vi volevo fare.

Eugenia: Ah! 

Giovanni: Lo sapevamo già che la tua domanda prossima avrebbe riguardato quello. Ma non siamo preparati. [ridono]

 

La domanda era questa: quanto ti ha influenzato Nietzsche e l’eterno ritorno in un pezzo come Low Tide?

Eugenia: Tantissimo. Tantissimo. Perché Low Tide è proprio un pezzo che anche nella scrittura è circolare: strofa-ponte-ritornello-strofa-ponte-ritornello fine. Ed è l’unico pezzo dei nostri che è così ed è anche il motivo per cui ci sfracella le palle suonarlo ma vabbè… [ridono]
L’immagine della marea è un’immagine che comunica questo senso di ciclicità se non anche di disagio, di una sensazione di qualcosa che non finisce più, di eternità, che in realtà è una sensazione che io provo frequentemente quando vede certe cose, e che mi fa molto piacere provare e che mi ispira molto in tutto quello che faccio. E niente… l’eterno ritorno dell’uguale, e la marea è proprio questo. Bassa marea perché io ho sempre pensato tanto al fatto di essere nata nel ’98; è come nascere sull’orlo di un precipizio, di qualcosa di immenso. Il Novecento è stato un secolo assurdo e nascere proprio alla fine è come nascere alla fine di una marea che si ritira, la fine di un millennio è come un mare che arretra e lascia questi relitti che siamo.

Visto che siamo sfociati su discorsi extra-musicali, a questo punto vi chiederei quali sono le vostre influenze extra-musicali (letterarie, cinematografiche, artistiche…)?

Giovanni: Eh, bella domanda!

Eugenia: Dai parto io che ho la risposta pronta. Diciamo che io tutto quello che scrivo a livello di testi lo scrivo partendo da dalle poesie, cose che ho sempre scritto sin da piccola e che poi rielaboro per creare dei testi. Poi non è che si possa tradurre dall’italiano, anche perché è una lingua pazzesca che secondo me non ha uguali. Infatti a volte scrivere in inglese mi fa un po’ rabbrividire, infatti cerco di scrivere delle cose nuove in inglese, però comunque mi ispiro sempre alle cose che scrivo nelle poesia. Io mi sono definitivamente innamorata della poesia quando ho letto le poesie di Pasolini, che mi hanno veramente scioccata. Lui, Pascoli, Ungaretti, Baudelaire, e anche ultimamente il simbolismo francese, Verlaine. E poi… Calvino! Calvino!

Giovanni: Mi hai preso un po’ alla sprovvista con questa domanda perché effettivamente non avevo mai pensato a questa cosa… a delle influenze extra-musicali però sempre in ambito artistico. E ora giusto proprio nel momento in cui parlava Eugenia un’immagine che mi è venuta alla mente dal punto di vista artistico sono i dipinti di Turner. Ho avuto proprio questo flash, senza neanche pensarci troppo, di questa confusione… di questi graffi sulla tela però con un’immagine dietro che è forte come può essere la barca che va a fuoco o il treno col vapore.

Eugenia: A me piace tantissimo ma proprio per il discorso del meriggio, De Chirico. E i Macchiaioli. Fattori! Il quadro di Fattori del tipo sul cavallo addossato al muro bianco è qualcosa di…

Giovanni: …qualcosa di molto Post Meridiem.

Eugenia: Si molto. Post Meridiem è un marchio in realtà. Ci siamo inventati un marchio.

Giovanni: Sì, infatti pensavamo di far le mutande come merchandise. [ride]

Eugenia: Poi io in realtà ci sballo tantissimo anche con Attilio Bertolucci,che è il papà di Bertolucci (Bernardo ndr), e con le poesie di Prévert, che è un po’ più recente. E poi l’illusionismo francese, tantissimo…

Matteo (bassista): Per me sicuramente Amelia Rosselli come poetessa, poi… sicuramente Heidegger come filosofia, ci sono arrivato tramite l’ultimo periodo della produzione di Luigi Nono, compositore veneziano che dal radicalismo comunista è arrivato a scoprire la poetica del silenzio, inaspettatamente, e quindi quest’idee in qualche modo dello scoprire il suono, della rottura del suono stesso, con questi violini suonano talmente piano che l’arco si ferma… Poi sicuramente Dino Campana e sicuramente…

Eugenia: Fabio Volo! [ride]

Matteo (bassista): Sì, sì Fabio Volo sicuramente! [ridono] No dai scherzo. La fase della produzione di Woody Allen quando passa tra la primissima fase di film tipo Manhattan a…

Eugenia: Io se ti devo dire un film dico questo: Io la conoscevo bene di Pietrangeli.

Matteo (bassista): Per me anche The Lobster, soprattutto per la colonna sonora. È interessante perché viene utilizzato questo quartetto che fa sempre questo temino, ma viene usato come quartetto, non come quattro archi che fan delle note, ma un suono inteso come pasta, per cui c’è l’arco che rompe il suono, la dinamica diventa pianissima in base proprio al servizio che la musica deve rendere rispetto all’immagine, ma anche come suono che deve servire se stesso e basta. Quindi è molto interessante anche dal punto di vista della colonna sonora.

Matteo (batterista): Io invece farò un po’ il cafonaccio… Per quanto mi riguarda, probabilmente col fatto che non scrivo testi, non ho mai pensato a influenze extra-musicali riguardo alla musica perché comunque studio musica, provo a starci dentro il più possibile e quindi prendo influenze direttamente dalla musica. Però c’è da dire che un sacco di concetti che poi vengono tradotti in musica mi arrivano. Ad esempio appunto con Calvino, questa sua estetica di metafore che però si traducono benissimo nel mondo di tutti i giorni. Aiutano a comporre anche robe solo strumentali che possano esprime quel senso. Però diciamo che per me è difficile rispondere a questa domanda.

 

Adesso vi faccio una serie di domande a raffica, rispondetemi subito senza pensarci: tre aggettivi che descrivono la vostra musica?

Eugenia: Ipnotico, perché l’hanno usato un botto e ci sta.

Matteo (batterista): Io direi vario anche.

Giovanni: Scivoloso.

Matteo (bassista): Cangiante.

 

Tre brani significativi dell’album? Prima avete citato sicuramente Mad Hatter.

Tutti: Sì sicuramente quello, poi In Her Bones e Anjos.

 

Quale bevanda o cocktail scegliereste per descrivere la vostra musica.

Giovanni: Bellissima questa domanda! Bellissima!

Matteo (batterista): Non lo so…

Eugenia: Io lo so: Bloody Mary.

Matteo (bassista): Sì, anch’io stavo pensando al Bloody Mary!

 

Se invece foste una poesia?

Giovanni: Mmm… Montale.

Eugenia: No.

Giovanni: Io ci vedo molto Montale forse anche perché vivo nella casa dove è nato.

Eugenia: Io ne ho una di Ungaretti credo. Dice tipo “Col mare / mi sono fatto / una bara / di freschezza”. Cioè… fotonica! Fotonica.

 

Ultima domanda a bruciapelo : il brano che avreste voluto scrivere?

Matteo (batterista): No Quarter dei Led Zeppelin per quanto riguarda me e Giovanni probabilmente.

Eugenia: Per me è una domanda difficilissima…

Matteo (bassista): Io Forever Dolphin Love o Caramel di Connan Mockasin. Tutte quelle dei Jefferson Airplane [ironico, risate].

Eugenia: Ecco no, possiamo dire questa cosa? Io non li ho mai ascoltati i Jefferson Airplane, non li conosco! Continuano a dirci che sono i nostri numi ispiratori, ma non è vero! Poi magari ci assomigliano, non lo metto in dubbio, però non li ho mai ascoltati. Bella per noi…

Nella vostra musica sono più importanti i testi, la melodia, gli arrangiamenti? A cosa dedicate più attenzione? Se ne dedicate di più rispetto ad altre fasi.

Eugenia: Insieme l’arrangiamento, per quanto mi riguarda la melodia.

Giovanni: Diciamo che in realtà è tutto in funzione di tutto. Non c’è qualcosa che prevale. È ovvio che la voce di Eugenia venga messa in risalto però l’armonia dev’essere fatta in quel modo… È tutto un concatenarsi di cose. Però ultimamente col fatto che eravamo molto immaturi da questo punto di vista, ci stiamo concentrando molto di più… diciamo che ci mettiamo un po’ più tempo a fare gli arrangiamenti piuttosto che le parti strumentali.

Matteo (bassista): Comunque diciamo che a fasi diverse dedichiamo uguale attenzione a tutto. Nel senso… non sempre tutti assieme, ma anche chi da solo. È tutto importante, cerchiamo di non trascurare niente.

 

Per quanto riguarda delle anticipazioni sulle vostre direzioni future, prima tu Eugenia – non ho capito se dicessi sul serio o meno – hai fatto un riferimento agli ottoni. Ci possiamo aspettare da voi in futuro anche orchestrazioni classiche?

Giovanni: No comment! [ridono]

Eugenia: Si, si, si!

Matteo (bassista): Nell’ultimo pezzo su cui stiamo lavorando utilizziamo una tastiera anni Sessanta, come tastiera di contorno, per fare stacchi strumentali, ecc. Solo che ci siamo resi conto della debolezza di questo strumento.

Matteo (batterista): Nelle nuove direzioni che stiamo prendendo, ci guardiamo e ci diciamo «Ma qui ci starebbero benissimo dei sax o delle trombe!». Insomma dei colori un po’ diversi dalle solite cose che suoniamo. Però non è una cosa tipo «Mamma voglio gli ottoni!» [fa la voce da bambino viziato, risate]

Eugenia: Il problema nostro è un po’ il fatto di vivere a Genova che è un po’ una città di merda per quanto riguarda la musica al momento.

Matteo (batterista): Va beh di strumentisti c’è n’è pieno!

Eugenia: Sì di strumentisti ce n’è, il problema è che non c’è una comunità di musicisti, di artisti per cui «minchia ci sballo col tuo progetto! Suono la tromba o il sax e vengo a farti le parti».

Matteo (bassista): Sì come i Rolling Stones che fanno un disco e vengono i Beatles a farti i cori. Ci guardiamo tutti in modo molto cagnesco.

Matteo (batterista):  È tutto molto separato e poi c’è anche tanta antipatia fra i vari piccoli gruppi che anziché ascoltare la musica e divertirsi, si mettono a fare i professoroni. Poi c’è da dire che soprattutto quelli che suonano in conservatorio, spesso suonano musica loro e basta e non si azzardano a fare altri generi come il rap, perché considerato sporco. Io e Matteo (bassista) facciamo entrambi il conservatorio e ci rendiamo conto a volte che i primi che dovrebbero andare a sentire musica indipendente sono proprio gli studenti di conservatorio. Poi per carità ognuno ha i suoi gusti e io comunque ho un sacco di compagni che vengono a sentirci e ci supportano e ne sono molto contento. Però magari se ci si sposta su cose un po’ più classiche è difficile trovare un’apertura mentale ed è veramente un peccato. Mentre quando siamo andati a Berlino abbiamo sentito musicisti bravissimi con molta più apertura mentale per formazione.

Matteo (bassista): Sì, perché poi il problema di questo atteggiamento è che mina non solo alla scena, nel senso che poi non c’è gente che viene a sentire, ma mina anche proprio alla qualità della scena. Per cui non si può neanche parlare di una scena perché non c’è unione e se non si sta assieme, non si cresce assieme.

 

Grazie mille per la chiacchierata ragazzi. Un grande in bocca al lupo per i vostri obbiettivi futuri che ve lo meritate. A tal riguardo chiudo chiedendovi il vostro prossimo obbiettivo:

Tutti: Grazie mille!

Matteo (bassista): Comunque… sicuramente far uscire il disco! 

Eugenia: No vabbè ma quello esce dai! [risate] Io direi andare all’estero.

Tutti: Sì, uscire dall’Italia.

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Da oggi potete ascoltare In Her Bones degli Eugenia Post Meridiem qui. A seguire, il calendario in continuo aggiornamento delle prossime date del loro tour:

12.10 – Pergine Valsugana (TN) – Foyer del Teatro
25.10 – Putignano (BA) – Coopera
27.10 – Carpi (MO) – Mattatoio
28.10 – Cremona – Osteria del Fico
22.11 – Milano – Linecheck Music Festival
21.12 – Ravenna – Bronson
27.12 – Milano – Circolo Ohibò
29.12 – Pordenone – Capitol @ Pop Festival
16.01 – Groningen (Netherland) – Eurosonic Festival

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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