31 marzo 2026

Contro l’urgenza di capire tutto: intervista a Laila Al Habash

Non sono un grande fan delle spiegazioni che arrivano dopo, a mettere ordine. Ma non posso dire neanche di preferire quelle che arrivano prima, come un’intuizione che lavora sottotraccia e finisce per organizzare tutto il resto. Ho sempre il timore che rischiano di essere premature. E non vorrei nemmeno dire che preferisco restare nel mezzo, perché mi sembra troppo un'opzione di comodo. Poi ci sono le spiegazioni che non arrivano mai - quelle che fanno risvegliare male dopo una notte tumultuosa - o quelle che sono utili soltanto per una persona. Sarà che intendiamo (o confondiamo) spesso lo spiegare con il dare conto di qualcosa, tendenzialmente con fare negativo. Spiegare per recuperare una situazione. In realtà alcune spiegazioni potrebbero fornire più di un indizio. Magari arrivano in sogno, com'è successo a Laila Al Habash con Tempo. Una visione, una frase detta in un mondo parallelo, a cui forse - l'ho capito tra le righe ma posso anche sbagliare - tiene di più rispetto a quello ordinario. Probabilmente perché scevro da logiche lineari. Prima ancora che esistessero le canzoni, prima ancora delle parole, il tema del suo nuovo disco è diventato il centro invisibile attorno a cui far crescere il lavoro, ma anche l'humus per far crescere una nuova coscienza di sé.

Negli anni successivi al suo primo album, quel movimento identitario di cui parlava nel 2021 non si è risolto, anzi forse si è dannatamente complicato. Le maglie si sono allargate, è stata più attraversata dal mondo, a partire dalle domande politiche, dai luoghi, dalle lingue, dai corpi. Laila Al Habash è alla costante ricerca del ritmo: un continuo oscillare tra anticipo e ritardo, tra voce come significato e voce come suono. Anche quando le risposte non arrivano. Anche quando, forse, quelle spiegazioni non servono.

Laila al habash intervista
Laila Al Habash | © Foto press

Quando ci eravamo sentiti nel 2021 parlavi molto di identità in movimento. Oggi, dopo il tuo primo album e Tempo, come descriveresti quel movimento: è cambiato più il ritmo, la direzione - quindi in un viaggio con motore spento - o è mutato il modo di starci dentro?

Sono cambiate tantissime situazioni. Alcune sono iniziate, altre finite. Credo che la parola giusta fosse proprio “identità in movimento”, perché poi sono seguiti degli anni in cui mi sono fatta tante domande sul concetto di identità, anche per via degli eventi legati alla causa palestinese, che mi hanno spinto a riflettere ancora di più. Lo vedo tutt’ora anche dal pubblico dei miei concerti.

Che poi il termine identità oggi è legato a doppio filo a una certa ala politica destrorsa. La questione dell'identitarismo è un loro cavallo di battaglia che oggi stanno sfruttando molto. 

Rischi sempre quando parli di identità, sembra sempre legata ad un’idea conservatrice. Ma devo dire che è anche un termine a cui io vengo tanto spinta a pensare perché me lo chiedono gli altri. Non è che effettivamente penso tanto a quale sia la mia identità. Forse perché sono veramente sempre in movimento e vivo con la perenne sensazione che non mi stia mai succedendo niente. Quindi sì, mi sono fatta molte domande, non ho avuto chissà che risposte, però nel frattempo ho scritto un disco (ride, ndr.)

E ad un certo punto hai capito che questo disco doveva chiamarsi Tempo. Ti ricordi il momento in cui questa parola ha iniziato a organizzare tutto il resto?

Stavo finendo di mixare il mio primo disco e ho fatto questo sogno in cui dicevo su per giù questa frase: “Il mio prossimo disco si chiamerà Tempo, perché è una cosa che hanno tutti e che nessuno sa spendere bene”. E allora me la sono segnata, ma il disco non esisteva ancora, cioè non avevo canzoni, non avevo idea di che direzione musicale volessi intraprendere o cosa volessi raccontare. Sapevo soltanto di avere questa suggestione. Ho iniziato a scrivere quasi dimenticandomene, per poi capire, alla fine, che attorno a questa parola erano germogliate tutte le canzoni. Ma è accaduto un po' senza volerlo.

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Nel disco ritorna spesso questa sensazione di essere sempre in anticipo o in ritardo. Ti ricordi un momento preciso in cui hai capito che questo rapporto con il tempo stava diventando centrale per te?

Non te lo so dire con precisione, perché è stato un lavoro molto lungo e non di quelli in cui sei chiusa due settimane e prepari il disco. È stata una tortura più ampia, sbriciolata in anni e anni.

Mi stai dicendo che alcuni pezzi sono precedenti a Mystic Motel

No, però alcuni sono nati anni fa. Talvolta le canzoni ci mettono anni a prendere una forma definitiva.

Hai scritto queste canzoni in solitudine ma pensando continuamente al live. Come entra il pubblico dentro una stanza vuota mentre stai scrivendo?

Diciamo che non entra tanto nella stanza. Anzi, ti direi che nella mia stanza, dove scrivo, non entra proprio nessuno.

Ci sono le barricate?

Credo debba essere una fase assolutamente personale, creativa e per me si trova esclusivamente da soli, in quel modo lì. Immaginare di essere in una stanza piena di gente sopra un palco a cantare con le canzoni è invece la prova del nove se la canzone la stai facendo per te. Se funziona veramente. Perché le persone in una stanza cambiano tutto. Dal vivo succede proprio questo, capisci che le canzoni hanno una vita loro e comprendi che tutto lo sforzo, l'impegno che metti in studio, poi con il pubblico diventa gratitudine.

Sembra che tu abbia raggiunto anche una maturità di tipo vocale. Penso a Mi servi - ma non solo. In alcuni brani la tua voce sembra lavorare più come ritmo che come veicolo di senso. Che tipo di libertà ti ha dato trattarla in questo modo?

Mi piace pensare che il corpo sia uno strumento aggiuntivo e la voce il suo suono che esiste dentro ma non si vede come è fatto. Quindi ho provato ad usare la voce insieme ai suoni della batteria, come se fosse un altro elemento ritmico.

E restando sul tema della voce, ma prendendo la questione dal punto di vista del linguaggio, il passaggio tra italiano, inglese e arabo che fai in alcuni pezzi mi sembra molto situazionale. Cioè, ti capita di accorgerti che certe cose esistono davvero solo in una lingua?

Fin da piccola sono stata abituata a ragionare in più lingue. A prescindere dall'arabo - che conosco molto poco - ma ero convinta che lo facessero tutti. Ad esempio, da piccola pensavo in inglese e poi parlavo in italiano. Mi è sembrato sempre molto naturale mettermi a nudo nelle lingue, anche studiandole. Alla fine imparo molto dai suoni, a prescindere dalla lingua attraverso cui sono stati emessi. Poi di certo l'italiano ti fa sentire più scoperta, ti mette a nudo, in un certo senso. Allo stesso tempo, riesco comunque ad essere più sincera e sicura di me. Anche paradossalmente.

Laila Al Habash su sfondo di cielo
Laila Al Habash | © Foto press

Nel disco ci sono città, spostamenti, distanze; anche emotive. Che rapporto hai oggi con i luoghi che attraversi e con quelli che hai lasciato?

Ci sono dei posti in cui non torno più da quel 2021 di cui parlavamo. E dei posti in cui ho anche giurato di non tornarci più (ride, ndr.). Ho un rapporto particolare con i luoghi. Per me sono vivi, li tratto proprio come delle persone. E ogni posto per me ha un carattere ben preciso: nel senso che se quella città mi sta simpatica ci ritorno sempre molto volentieri.

Come quando fai un viaggio per trovare una persona cara che abita distante da te.

Esatto. Il viaggio poi mi scarica e mi carica allo stesso tempo. Sto tanto in treno, poi non è che chissà che viaggi e tratte faccio. Di solito è sempre un Roma-Milano.

Sì, ecco, non è che ti fai l’Interrail.

Nonostante ciò, però, anche anche il minimo spostamento mi fa effetto. Questa cosa corrisponde a quando ero più piccola: prendevo la macchina e giravo dentro il Grande Raccordo Anulare. Fare quel tragitto qualche volta ha coinciso con lo scrivere nuove canzoni. La stessa cosa accade in treno, dove non prende mai bene il Wi-Fi e ti incavoli e refreshi e stai poi a pensare ai fatti tuoi ed lì che alla fine scrivo qualche canzone. Sono dei momenti di forte attività, perché comunque sei sparato su una poltrona che va a 300 chilometri all’ora, ma questo momento di mobilità è quasi più interessante di quando sei proattivamente più in azione. Forse ho complicato eccessivamente la risposta alla domanda. Però il viaggio mi piace proprio perché è come se andassi in analisi.

Forse costa di meno il viaggio in treno che un viaggio dall’analista.

Con i carnet conviene. L’analista, dico. (ride, ndr.)

Voltiamo pagina. Ad ottobre scorso avevo letto un tuo post in cui dicevi che avevi deciso di fermare la promozione del tuo disco per scendere in piazza a sostegno del popolo palestinese. Quanto è difficile, oggi, sottrarre attenzione a se stessi in un sistema che ti chiede sempre di esserci?

Il rischio di un sistema che ti chiede sempre di esserci è quello che poi rischi di diventare un mitomane. Che pur se fatto con buone intenzioni, quello che ti viene richiesto, ad un certo punto, diventa tutto autoreferenziale. Ma capisco benissimo anche che il confine sia molto labile, perché è complicato calibrare la tua presenza. Però, sai, penso pure anche un po': “Ma chi se ne frega”. Forse anche io stessa dovrei farmi un po' meno problemi, perché non è che c'è proprio una risposta o una soluzione a tutto. Ognuno fa un po' quello che gli viene più naturale: ci sono tantissime persone che, pur sottraendosi online, sono famosissime. Quindi non è che la presenza costante ti assicuri che che arrivi alla maggioranza.

Questa frattura la noto molto in Desiderio. Racconti qualcosa che sembra non voler mai essere risolto davvero. Canti che spesso le soluzioni non è che si trovano dal giorno alla notte, perciò che tipo di rapporto hai con le cose che non si compiono?

Bellissimo. Sono le mie preferite, perché sono misteri. Semplicemente non c'è risposta, nonostante siamo ossessionati dal voler risolvere le cose a tutti i costi, dal volerle capire per primi. Credo che tutta questa fretta sia proprio scema.

Non posso non chiudere citando Gino Paoli, che ha scritto un brano con Danilo Rea che si chiama proprio “Col tempo” e ci sono due versi che credo siano iconici per la nostra chiacchierata: “Col tempo, sai / Col tempo tutto se ne va / E il ricordo più dolce / Ha una maschera triste.”. Ti ritrovi in questo modo di sentire il tempo? 

Sai, ci sono tanti tanti tipi di tristezza. Ci sono anche delle tristezze belle, per dirti. Spesso la musica ti mette una bella tristezza. Una tristezza in cui ti piace soffermarti, restare quando ti senti un po’ preso male. Diciamo che alla fine alcune situazioni sono sempre come scegli di vederle. Personalmente, mi impegno abbastanza per fare in modo che le tristezze più brutte siano alla fine trasformate sempre in ricordi dolci. Faccio sempre del mio meglio.

Ma se la Laila di 16 anni di UFO venisse ad un tuo concerto oggi, cosa pensi che direbbe appena finisce? 

Oddio.

Sono ammesse anche parolacce, volendo

Dai, spero di piacerle. Spero possa dire: “È figa lei, dai”. 

Cioè, "la maglia me la compro", dici. Al merch "ci faccio un pensiero".

Mi sa che lei non li aveva i soldi per il merch e quindi, forse, non so se si può permettere di comprarla. Magari mi direbbe pure di stare più dritta con le spalle.