Nobody’s coming to save you può sembrare una condanna, oppure un invito a smettere di aspettare. I Gurriers scelgono la seconda interpretazione. A due anni dall’esordio Come And See, la band irlandese torna il 25 settembre con Nobody’s Coming To Save You, secondo album e primo per Play It Again Sam: un disco che conserva la tensione politica del debutto, ma la sposta progressivamente verso territori più personali, fino a far convivere guerre e apatia, precarietà e conformismo con amore, insicurezza e paura di perdere gli altri.
Il cambio di prospettiva coincide anche con una crescita musicale. Con Charlie McCarthy ormai pienamente integrato nella formazione e la produzione affidata a Mark Bowen degli Idles e Loren Humphrey, i Gurriers cercano dimensioni più ampie senza smussare l’attrito che li ha fatti emergere dalla nuova scena irlandese. Ma dietro le chitarre abrasive e i ritmi frontali c’è un disco meno monolitico di quanto suggerisca il titolo. Party Lines individua nell’indifferenza uno dei mali del presente, Shades prende di mira conformismo e nepotismo, mentre nella seconda metà Drones, Today Is Not Enough, Waiting For Fisher e Crybaby spostano il conflitto dentro le persone.
Abbiamo parlato con il chitarrista Ben O’Neill e il batterista Pierce Callaghan di cosa sia cambiato dopo Come And See, del ruolo politico della musica, dell’apatia contemporanea e di cosa significhi provare a conservare un’identità in una sottocultura che finisce inevitabilmente per costruire le proprie uniformi. Ma anche di lavoro, vulnerabilità e della strana forma di ottimismo nascosta dietro un disco che parte dicendoci che nessuno verrà a salvarci.

Quando avete finito Come And See, cosa avevate capito di quello che i Gurriers potevano diventare e che volevate sviluppare in Nobody’s Coming To Save You?
Pierce: In realtà non credo sia successo esattamente quando abbiamo finito il disco. Due o tre mesi dopo Charlie è entrato nella band e nei primi mesi con lui abbiamo dovuto imparare di nuovo come essere una band e trovare un modo diverso di affrontare il processo di scrittura. È coinciso più o meno con l’uscita del primo disco e con il primo tour, quindi in quel periodo abbiamo iniziato a parlare molto di come volevamo muoverci da lì in avanti. Non riguardava soltanto il modo di scrivere, ma l’ambizione complessiva del progetto. Volevamo capire quanto potessimo allargare il suono e portarlo più in alto. È difficile articolare queste idee finché non sei davvero dentro una canzone, perché è lì che le decisioni iniziano ad avere senso. Ma avevamo sicuramente cominciato a sentire la necessità di espandere quello che avevamo fatto nel primo album.
La title track di questo nuovo lavoro nasce anche come risposta a una recensione che vi criticava perché parlavate di questioni politiche senza proporre soluzioni. Ma perché dovrebbe essere una rock band ad avere le risposte? Che cosa può fare realmente la musica sul piano politico?
Ben: È complicato, perché molte persone cercano risposte o soluzioni, ma come musicisti e come band non credo che il nostro lavoro sia averle. Ovviamente anche noi vorremmo avere una risposta per ogni problema, ma alla fine siamo semplicemente cinque ragazzi, come tutti gli altri, che cercano di capire quale sia il proprio posto nel mondo e come reagire a quello che succede. Non scriviamo canzoni dicendo alle persone cosa devono fare. Parliamo piuttosto di come certe situazioni nel mondo influenzino noi come individui e le comunità di cui facciamo parte. Forse ciò che può fare la nostra musica è spingere qualcuno a cercare le proprie risposte.
In Party Lines c’è un verso che colpisce: l’orrore non è tanto nell’odio quanto “nella scrollata di spalle”. L’indifferenza e la nostra capacità di abituarci praticamente a tutto sono diventate nemici persino più grandi della rabbia?
Ben: Sì, credo che abbia due facce. Come esseri umani, una delle nostre capacità migliori è riuscire ad adattarci: possiamo attraversare praticamente qualsiasi cosa. Ma su scala più grande significa anche che possiamo abituarci alle cose e iniziare a pensare che non ci sia nulla che possiamo fare. Per me l’apatia è uno dei problemi più grandi del mondo contemporaneo. Allo stesso tempo è difficile evitarla, perché ci sono talmente tanti problemi intorno a noi che diventa quasi impossibile assorbirli tutti senza sentirsi sopraffatti.
In Shades siete molto ironici, e anche piuttosto feroci, sul conformismo: tutti diventano “another copy”, vestiti con questa “uniform for the modern age” monocroma e beige. A chi stavate pensando? E vedete lo stesso conformismo anche nella musica alternativa?
Pierce: Nella canzone ci sono diversi aspetti, compreso il nepotismo, ma credo che al centro ci sia soprattutto l’idea della mancanza di individualità e della difficoltà che le persone possono avere nel comprendere la propria identità. E sì, penso che una parte di questo esista anche nella musica alternativa. C’è quasi un’aspettativa su come debba vestirsi o apparire una band come la nostra, su come dovremmo portare i capelli, su quale debba essere il nostro stile. Succede in molte sottoculture: finiscono per sviluppare caratteristiche estetiche immediatamente riconoscibili. Ma la canzone serve anche a tenere d’occhio noi stessi. Riguarda il tentativo di capire come esprimere la propria identità dentro uno spazio in cui esiste già una concezione abbastanza standardizzata di come dovresti presentarti.
Nonostante tutta la rabbia politica, alcuni dei momenti più brutali del disco sembrano quelli rivolti verso l’interno. Drones, Pins e Crybaby parlano di insicurezza, autodistruzione e dipendenza dagli altri. È più difficile essere così sinceri su sé stessi che scrivere del mondo esterno?
Pierce: È una dinamica interessante perché Dan è il principale autore dei testi. Noi possiamo aiutarlo se rimane bloccato su una frase o su un’idea, ma direi che per il 95% sono suoi. Quando porta una canzone particolarmente personale, intima o molto autocritica, per noi si crea una situazione strana. Dobbiamo analizzare la canzone e lavorarci, ma allo stesso tempo dobbiamo accettare quello che sta dicendo senza cercare necessariamente di correggerlo. In Drones, per esempio, c’è quella parte in cui dice che tutti pensano che sia uno stronzo. Ricordo di averla sentita per la prima volta e di aver pensato che fosse fantastica, ma contemporaneamente una parte di me voleva dirgli: “Guarda che noi non pensiamo affatto questo di te”. Però non vuoi tirarlo fuori da quello spazio emotivo. Se è realmente connesso a ciò che sta dicendo, devi lasciargli la possibilità di esserlo. A volte cercare di smontare quelle idee negative su sé stessi significherebbe anche togliere qualcosa alla canzone.
Poi arriva Today Is Not Enough, che al contrario è quasi insolitamente tenera: il mondo è “rough around the edges”, ma un’altra persona rende più facile respirare. L’amore, romantico o meno, è una delle poche forme di speranza di cui vi fidate ancora completamente?
Ben: Credo che l’amore sia uno degli elementi fondamentali di ciò che ci rende umani. Non importa se sia amore per un’altra persona, per l’arte o per il modo in cui scegli di esprimerti. È qualcosa che tutti possono comprendere: può essere l’amore di una madre, di un padre, di un fratello, della famiglia o degli amici. Ci sono tantissime forme diverse. Per me è una delle cose che ci unisce. Ed è anche per questo che perderlo è così difficile. Credo che nel nostro disco, che è molto più personale rispetto al precedente, ci siano molti aspetti nei quali le persone possono riconoscersi: la mancanza di amore verso sé stessi oppure l’amore per qualcun altro. Puoi ascoltare una canzone e pensare: “Conosco questa sensazione, l’ho provata anch’io”. Ed è così che capisci da dove nasce.

Ascoltando il disco nel suo insieme, la seconda metà sembra spostarsi gradualmente dalla rabbia rivolta verso l’esterno a qualcosa di molto più intimo e vulnerabile. Era una traiettoria intenzionale nella scelta della scaletta?
Pierce: In parte sì, ma credo ci sia anche un altro elemento. Musicalmente la seconda metà è quella in cui abbiamo davvero iniziato a spingere la scrittura in un’altra direzione. Quindi è interessante che le canzoni più introspettive coincidano anche con quelle più espansive dal punto di vista musicale. Funziona su due livelli: anche ignorando completamente i testi, nella seconda parte dell’album senti che tutto inizia ad aprirsi. Poi questo cambiamento musicale si combina con quello dei testi, che passano da una proiezione verso l’esterno a una prospettiva più introspettiva. Non so quanto ne abbiamo discusso consapevolmente all’inizio, ma alla fine le due cose si sono allineate.
In Waiting For Fisher, uno dei versi più interessanti è “I am a modern-day job”. C’è qualcosa di inquietante nell’idea che una persona possa diventare indistinguibile dal proprio lavoro. Da dove nasce?
Pierce: Credo che Dan stesse cercando di relazionarsi alle esperienze dei suoi amici, ascoltandoli parlare dei propri lavori, dei colleghi e dei problemi che incontravano. Cercava di capire quella sensazione di poter diventare molto piccoli dentro un sistema del genere. L’idea di diventare semplicemente un altro numero, un altro ingranaggio, esiste nell’arte praticamente da quando esiste il lavoro organizzato. E noi dobbiamo anche riconoscere di essere fortunati: questo è il nostro lavoro, ma non siamo seduti tutto il giorno dentro un ufficio. Credo che Dan stesse cercando di elaborare una vita che vede nelle persone intorno a lui anche se, per certi versi, è diversa dalla nostra.
Ben: Sì, penso anch’io che sia questo. Il nostro lavoro non comporta necessariamente le dinamiche tipiche di un ufficio, dover stare ogni giorno accanto a qualcuno che magari ti fa impazzire e continuare comunque a lavorarci insieme. Per Dan credo fosse un modo di connettersi con persone molto vicine a lui e mettere insieme due lati della propria vita. Naturalmente anche essere in una band significa lavorare continuamente insieme agli altri, quindi alcune dinamiche esistono comunque. Ma siamo consapevoli che la nostra esperienza quotidiana può essere molto diversa da quella di molti nostri amici.
I Gurriers sono nati durante la pandemia, quindi in un momento definito dall’isolamento. In questo album, invece, tornano continuamente gli altri: relazioni, amicizia, solidarietà, azione collettiva. È cambiata negli anni la vostra idea di cosa significhi essere in una band?
Pierce: Credo che il nostro modo di lavorare sia ancora molto influenzato dai primi anni, quando praticamente non suonavamo dal vivo. Fin dall’inizio, anche quando scrivevamo una canzone, ci siamo sempre detti che dovevamo fidarci di noi stessi, del nostro gusto e delle nostre idee: se qualcosa era buono, prima o poi sarebbe arrivato agli altri. Quello che per me è cambiato è la comprensione dell’impatto che ciò che metti nel mondo può avere sulle persone. C’è quasi una contraddizione: da una parte continuiamo a dirci di non pensare alle opinioni degli altri mentre scriviamo; dall’altra, più vai avanti, più devi capire come quella cosa arriverà a chi la ascolterà, sia davanti a te durante un concerto sia da solo a casa con il disco. Durante la scrittura mi ritrovo a pensare molto più di prima al risultato finale, perché adesso ho capito che quello che facciamo può raggiungere qualcuno e rimanergli dentro. Non voglio esagerare dicendo che quello che facciamo sia incredibilmente importante per tantissime persone, ma questa consapevolezza ha sicuramente cambiato il modo in cui vedo il nostro lavoro.
Il disco comincia con una dichiarazione molto netta: “Nobody’s coming to save you”. Eppure quasi tutte le possibili vie d’uscita che emergono nel corso dell’album coinvolgono in qualche modo gli altri. Ora che è finito, lo considerate un disco pessimista o, alla fine, un disco di speranza?
Ben: Per me è decisamente un disco speranzoso. Anche la speranza può contenere elementi oscuri: non è sempre una luce bianca. Hai bisogno del buio per poter avere un’idea di cosa sia la speranza. Se tutto fosse già luminoso e bellissimo, non sentiresti neanche la necessità di provare a migliorare le cose. Anche quella frase, “nobody’s coming to save you”, per me ha un significato particolare. Mia madre me lo dice praticamente da quando avevo cinque anni: alla fine spetta a te cercare di risolvere le cose. Non puoi aspettare che arrivi una specie di supereroe a salvare la situazione e a consegnarti tutte le risposte. Che si tratti di problemi personali, del lavoro, della società o della propria comunità, devi cercare le risposte dentro di te e poi capire come trovarle insieme agli altri. Per me c’è molta speranza in questo album. È semplicemente sepolta sotto diversi strati di rumore, quindi bisogna scavare un po’ di più per trovarla.