13 febbraio 2026

I Cardinals e il suono della nuova Irlanda: tra letteratura, chitarre e una fisarmonica

Vederli salire per primi sul mega palco di Finsbury Park a Londra lo scorso luglio, rompere il ghiaccio prima di band attesissime come KNEECAP, Amyl and the Sniffers e Fontaines D.C. è stato strano. Ti ritrovi un gruppo di giovanissimi con chitarre, basso, batteria e una fisarmonica che catalizza tutta l’attenzione e hai quasi paura che possano essere divorati dal vuoto che comunque li circonda sul main stage. Quel giorno i Cardinals suonarono ben cinque brani inediti che sono diventati parte della spina dorsale del loro album di debutto Masquerade in uscita oggi. Rispetto al loro EP di debutto, che colpiva per la forza lirica e per un’identità sonora camaleontica e diversa da ciò che ti aspetteresti da una band di questo tipo, il loro primo disco è concettualmente centrato ed equilibrato.

La scrittura e la voce di Euan Manning sono mature e precoci – ma già un pezzo come Twist and Turn lo dimostrava – la fisarmonica suonata da suo fratello Finn inserita in modo più coerente e mai scontata o enfatizzata per generare un effetto “esotico” o “curioso”. Il resto del gruppo è composto dal batterista Darragh Manning (cugino degli altri due) e da due compagni di scuola di Euan: Oskar Gudinovic (chitarra) e Aaron Hurley (basso). Il merito del nome Cardinals è di quest’ultimo, anche se i motivi e i significati sono mescolati e, come nei loro testi, creano un’unione tra sacro e profano. Il football, inteso sia come calcio che come football americano, e il riferimento al cattolicesimo con il quale i cinque di Cork sono cresciuti e da cui a poco a poco si sono distaccati in modo diverso.

Euan, Aaron e Oskar sono partiti jammando in cameretta a sedici anni. «In quel periodo suonavo la batteria e non cantavo» racconta il frontman collegato in videochiamata. I film di Lynch e la letteratura hanno formato il suo immaginario e quello dei Cardinals, rivela nel corso dell'intervista, come il romanzo di Kevin Barry City of Bohane al quale si è ispirato per la scrittura di Barbed Wire.

Cardinals masquerade intervista
Cardinals | (c) Gullick

I Cardinals hanno tante cose in comune con alcuni dei gruppi che sono emersi dall’Irlanda nell’ultimo decennio. Eppure, hanno qualcosa che li rende unici. Non solo la scrittura raffinata, letteraria ma essenziale di Euan, la sua voce capace di passare da un’attitudine punk a quella di un crooner, ma anche un suono singolare che unisce folk e rock distorto. Una dualità che si riflette nelle due ideali sezioni di Masquerade, la prima più intima e “riflessiva”, la seconda più rabbiosa e politica (ascoltate Burning of Cork).

E nel mezzo il brano più complesso Over at Last che rappresenta la summa delle loro possibilità. Chiacchierando con Euan si rimane stupiti dal realismo e dall’ambizione: il sapersi gestire mentalmente durante i primi tour, la voglia di provare a staccarsi dalla città natale (complice la bella esperienza di due settimane a Londra per registrare l’album) e il desiderio di non finire incasellati dentro la categoria dell’ennesima band irlandese post-punk / new wave. Se c’è una cosa che li accomuna ai Fontaines D.C. è quel luccichio che si prova quando le immagini prendono forma e passano dai versi alla musica. Quella sensazione che qualcosa di grande può accadere nel giro di qualche secondo.

Avete registrato l'album a Londra, ma è un disco ambientato a Cork. Come vi sentite riguardo al fatto di esservi dovuti spostare per lavorare?
Molto bene a essere sinceri. Ce l’abbiamo fatta. D’altronde siamo rimasti per poco meno di due settimane in due momenti diversi. Abbiamo lavorato due giorni ad aprile e poi abbiamo registrato otto giorni a giugno. Ci piace stare a Londra quando è solo per un paio di giorni. Non nego che abbiamo valutato l’idea di trasferirci ma per ora non lo faremo. Non siamo ancora pronti.

Lo fareste per il movimento che c’è?
In parte, ma la verità è che abbiamo vissuto tutti sempre a Cork e l’idea di passare i nostri vent’anni in un luogo diverso ci stuzzica, anche per provare nuove esperienze.

Da dove deriva il vostro nome?
Merito del nostro bassista Aaron che è un grande appassionato di calcio. C’è questa squadra che gioca nella National League inglese (l’equivalente della nostra serie D, n.d.r.) il Woking FC. La prima ispirazione credo sia nata dal loro soprannome che è appunto Cardinals. Poi c’è anche una connotazione legata al cattolicesimo naturalmente. Volendo anche gli Arizona Cardinals, la squadra di football americano che ha come simbolo il Cardinale rosso. Quindi potrebbe essere qualsiasi cosa. Non ne sono sicuro. Diciamo football e cardinali cattolici.

Una delle particolarità della vostra band è che è in parte una famiglia. Ci sono tuo fratello e tuo cugino: come la vivete? È un vantaggio o uno svantaggio?
Sono convinto che sia un vantaggio. Non abbiamo mai litigato pesantemente o cose del genere, sapendo che comunque non si sarebbe potuto risolvere nulla in caso. Ma al momento, va tutto alla grande. Non siamo il tipo di fratelli che si saltano alla gola (ride, n.d.r.).

Tuo fratello è probabilmente uno dei membri oggetto di maggiore curiosità per il fatto che suona la fisarmonica. Quando e come avete deciso di includerla nei vostri pezzi? Non dev’essere facile.
Finn studiava a Galway, nell'Irlanda occidentale, poi è tornato a Cork e abbiamo iniziato a vivere insieme nella stessa casa. All'epoca passavo molto tempo a scrivere nel mio appartamento mentre lui al piano di sotto suonava la fisarmonica. Praticamente eravamo costretti ad ascoltarci a vicenda e per fortuna a me piace quel suono. Questo finché un giorno non abbiamo deciso di provare a fare qualcosa insieme e ci è sembrato subito che ci fosse una bella chimica. L’idea di includerla forse c’è stata fin dall’inizio quindi, ne eravamo tutti un po’ attratti e piano piano è diventata parte integrante della band.

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Quanto è stato diverso il processo di scrittura tra il tuo primo EP Cardinals e questo album?
La principale differenza è che tutte le canzoni di Cardinals erano già state completate quando abbiamo deciso di riunirle in un EP. Quindi non sono state scritte pensando a un vero e proprio concept. Sono un po' più sporadiche. Tra l’altro sono brani scritti in un periodo piuttosto lungo, che va da quando ero davvero piccolo fino al momento della pubblicazione. Masquerade è molto mirato nel suo voler essere un disco inteso come album. Volevamo che avesse una coerenza e un’unica visione. Poi è stato anche molto più collaborativo. Le prime canzoni erano state tutte scritte principalmente da me, mentre questo disco è frutto di un lavoro collettivo.  

È interessante come rispetto al primo EP, in Masquerade siate riusciti a includere tutti gli strumenti, inclusa la fisarmonica, in maniera più lineare. Over at Last per me oggi è il manifesto del vostro suono.
Ci abbiamo messo un po’ a concepirla perché ci sono molte sezioni in movimento. L’ispirazione mi è venuta ascoltando i Typo Negative, una band goth metal di New York che spesso gioca nel creare due canzoni in una. Hanno queste due parti contrastanti e le uniscono insieme. Ci piace molto questo pezzo perché è lungo e potente, ma è stato uno dei più faticosi. Probabilmente ha generato la discussione più accesa che abbiamo mai avuto per cercare di capire esattamente quali parti si adattassero meglio. Ricordo che le prime volte che l'abbiamo suonata dal vivo è stato davvero speciale perché ci ha sempre stimolato l’idea di comporre canzoni “importanti” ed elaborate come questa. Anche per questo motivo l'abbiamo inserita al centro dell'album.

Over at Last, tra l’altro, è importante perché spezza ed enfatizza la differenza tra le due parti in cui è diviso idealmente il disco: la prima più riflessiva, la seconda più cupa e rabbiosa.
Sì, perché ha due facce e colma il divario tra le due sezioni. La dualità è un’idea fondante dell’album. Siamo sempre stati attratti dalle doppie interpretazioni, ci affascina guardare i due lati della medaglia. David Lynch è una grande ispirazione in questo senso. Aveva questa capacità straordinaria di osservare qualcosa a livello superficiale ammirandone e mettendone in risalto la bellezza e allo stesso tempo riuscire ad approfondirne gli aspetti più crudi e oscuri che si celavano al di sotto. Film come Blue Velvet sono speciali proprio per questa coesistenza. Abbiamo provato a riprodurre queste sensazioni nel disco e per noi ciascuna delle due parti senza l’altra non avrebbe senso.

Questa ambivalenza la ritrovo anche nei testi, soprattutto nel modo in cui giochi con le metafore religiose e i simboli cattolici.
Sì, ognuno di noi ha un rapporto diverso con la religione in sé, con la propria fede e con le organizzazioni religiose. La Chiesa cattolica e l'Irlanda hanno avuto un rapporto lungo e piuttosto tumultuoso, ad essere sinceri. Noi siamo cresciuti tutti cattolici, abbiamo vissuto la trasformazione dell'Irlanda da uno Stato molto legato alla Chiesa a qualcosa di più indipendente e critico. L’aspetto religioso nel disco è uno strumento con cui tento di parlare di temi diversi, come l'amore, la devozione, la violenza o cose del genere. Piuttosto che affrontarli direttamente, utilizzo questa lente: l’immaginario, la terminologia e il simbolismo mi facilitano quando devo trattare argomenti complessi sia concettualmente che emotivamente.

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Un’altra lente è quella della letteratura come quando descrivi la Cork post-apocalittica in Barbed Wire ispirandoti al romanzo di Kevin Barry City of Bohane. I libri e le storie ti aiutano a scappare dall’autobiografismo?
No, la letteratura è qualcosa che si insinua in modo inconscio. A tutti noi della band piace leggere, leggiamo un sacco. E questo, così come i film e i luoghi che visitiamo, si inserisce nella nostra musica e nei testi. Io sono anche un grande appassionato di musica folk americana, come Townes Van Zandt e Lou Reed. Due grandi narratori.

A tal proposito, la tua voce nel corso del disco si trasforma. Nel primo brano She Makes Me Real sembri un novello Michael Stipe, poi il tuo modo di cantare si avvicina sempre più a quello di un crooner. Come lavori in questi termini? Stai ancora cercando il tuo sentiero o credi di averlo scovato?
Credo che l'album abbia uno stile vocale piuttosto distintivo, ma non sono sicuro se continuerò a cantare così per il resto della mia vita, perché a volte può essere piuttosto fastidioso per la mia voce. Probabilmente devo ancora trovare il modo corretto di cantare, altrimenti rischio di danneggiare le corde vocali. Non ti so dare una risposta precisa, ma sono piuttosto interessato a esplorare modi diversi di usare la mia voce.

Uno dei pezzi vocalmente più interessanti ed emozionanti è il finale As I Breathe.
Oh che storia, è stato l’ultimo pezzo che abbiamo scritto. Proprio alla fine, poco prima di andare a Londra per registrare l'album. Quindi avevamo un po' di fretta e siamo stati sotto pressione per quella canzone. Allo stesso tempo però è stato un altro dei brani più collaborativi. Per esempio, Darragh ha avuto l’idea di inserire il glockenspiel che aveva imparato a suonare al college.

In cosa è stata complessa la registrazione?
Banalmente conoscevamo molto poco la canzone avendola scritta da pochissimo. Parte dell’album l’avevamo già suonata dal vivo ai concerti, per dire. Una tecnica di registrazione piuttosto vecchia è quella di mettere il cantante e il microfono in uno spazio con piastrelle dove c'è un riverbero naturale. Abbiamo deciso di fare una cosa simile registrando nella tromba delle scale. Così mi sono ritrovato a cantare una canzone molto intima in un luogo “pubblico”. Perché sì, ero separato da tutti gli altri, potevo sentire l'eco della mia voce, ma allo stesso tempo c’erano i membri dello staff che lavoravano all’ufficio al piano di sopra che aspettavano che finissi di registrare.

Li vedevi?
Alcuni erano in cima alle scale ad ascoltarmi. Mi ritrovavo a doverli guardare e salutarli, è stato complicato. Però questa vulnerabilità a livello psicologico mi è stata d’aiuto nel trasmettere quella sensazione. E il risultato finale è interessante.

In Burning of Cork tracci un parallelismo tra le azioni britanniche nel 1920 nella tua città e Gaza. Riguardo al dominio inglese e al colonialismo, band come i KNEECAP, i Murder Capital e i Fontaines D.C. stanno riportando il tema al centro del dibattito.
Sì, nel caso dei KNEECAP e dei troubles il trauma intergenerazionale è piuttosto vivo ancora essendo fatti recenti. Nel nostro caso il pezzo nasce da un fatto storico significativo che parla del presente: i soldati che hanno bruciato Cork sono gli stessi, o meglio della stessa unità, che poi, dopo la fine della guerra in Irlanda, sono stati mandati in Palestina. Queste due cose sono indissolubilmente legate, come il colonialismo, ovunque ci si trovi nel mondo.

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In un'altra intervista hai parlato dello stereotipo sugli artisti irlandesi. Come vi sentite nell’essere una rock band irlandese in un periodo come questo, in cui i gruppi appena citati e altri ancora sono tra gli artisti in ascesa?
Di certo stiamo vivendo il momento più attraente che l'irlandesità abbia vissuto da molto tempo culturalmente. È positivo per la musica irlandese e per gli artisti irlandesi in generale. Noi cerchiamo di non prestare troppa attenzione a ciò che succede intorno a noi, se possibile, e continuiamo a lavorare sodo e a scrivere musica. Credo che tutti qui possano dire di essere orgogliosi di artisti come NewDad, Murder Capital e Fontaines. Però sono ondate queste che potrebbero svanire, per cui non dobbiamo adagiarci.

Vi ho visti dal vivo a Finsbury Park. Vi siete esibiti per primi, prima dei Been Stellar, dei KNEECAP, degli Amyl and The Sniffers e dei Fontaines D.C.. Che ricordo hai di quell’esperienza?
Era tutto davvero molto grande. È difficile rendersi conto delle dimensioni, sai, c'è tanta gente, il palco è enorme ed era molto diverso da quello a cui eravamo e siamo abituati. Per quanto ormai siamo abbastanza sicuri nel suonare in un piccolo club, lì è come fare un altro mestiere. Anche perché devi creare un contatto con il pubblico ed è più difficile coinvolgerlo. Poi senti che il tuo suono è forte, ma si disperde nel resto di Londra, perché non ci sono pareti che te lo rimandano addosso. Poi come hai detto tu eravamo anche i primi…Con Sam dei Been Stellar, con cui ci conoscevamo perché eravamo stati in tour insieme, ci siamo tranquillizzati a vicenda nel backstage.

Come vivete la routine del tour?
Ci sono alti e bassi e bisogna imparare a gestirli. Ma quando entri nel ritmo è molto bello. È uno stile di vita a cui potrei abituarmi. Sai, all'inizio, quando abbiamo iniziato ci ritrovavamo a contare i giorni che mancavano al ritorno a casa, per rivedere i nostri amici, dormire nei nostri letti e cose del genere. Ma più lo facciamo, meno sentiamo quella nostalgia.

In Twist and Turn il ritmo e il testo erano un'ode al potere curativo della musica. Ora che la musica sta diventando il tuo lavoro, provi la stessa sensazione?
Sì, sicuramente. L’ho sempre vista solo come una cosa positiva, specialmente se la si riduce all'essenziale, cioè alla cosa più importante di tutte, che è scrivere canzoni, stare con la band e suonare. Il rischio c’è ovviamente che più diventa parte della tua vita, più ti ritrovi offuscato da cose legate all'industria e dai problemi che devi affrontare, tipo il rifiuto da parte delle etichette discografiche o, le difficoltà economiche. Twist è nata in un momento in cui non c'era nessuna di queste problematiche. Eravamo noi che suonavamo musica perché ci divertivamo. È bene ricordarselo quando ti senti giù.