21 novembre 2025

I Satantango danno voce alla desolazione padana: intervista alla band

«Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell'estate segnata dall'invasione di cavallette, e d'improvviso su un unico ramoscello d'acacia vide passare la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell'eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l'assurdo per necessità. E vide se stesso.»

I libri di László Krasznahorkai - come dice l'introduzione di una (rara) intervista concessa ad una testata italiana - non hanno né un inizio né una fine certi, ma spesso si muovono lungo un labirinto inestricabile, come serpenti che si attorcigliano su se stessi. E così è anche la musica di Gianmarco Soldi e Valentina Ottoboni, che in due fanno i Satantango e che, evidentemente, di Krasznahorkai hanno macinato e mangiato pagine su pagine. Il loro omonimo esordio con Dischi Sotterranei è una bolla ipnotica, fortemente letteraria, cinematografica, che spazia tra dark e alternative, alimentando il decadente (se mai c'è stato un suo apice) shoegaze italiano, che è diventato nel nostro Paese più uno spauracchio da evitare che un genere da accogliere. E invece il duo ci si immerge a capofitto, senza paura, fin dalle prime note. Ne esce fuori un romanzo fuori dal tempo, che non ha confini chiari, ben definiti, dove al centro di una sfuggente provincia c'è una centrale idroelettrica e da lì una generica pista ciclabile immersa nella nebbia, origine e luogo di tutto. Satantango è un esperimento universale nato in una bolla, dove anche chi non ha vissuto mai in questo non-luogo descritto dai due ci si può immedesimare. 9.11, che apre il disco, è uno dei primi pezzi che hanno scritto. E proprio attorno a questo brano è iniziata anche la nostra chiacchierata. Una data, all'inglese, dove giorno e mese sono rovesciati e in cui è superfluo nominare l'anno. A meno che non abbiate a cuore Salvador Allende.

I Satantango, band della provincia di Cremona
Satantango | © Lorenzo Spigaroli

La domanda sorge spontanea: cosa facevate l’11 settembre di quell’anno lì? 

Gianmarco Soldi: Io mi ricordo che ero a casa di un amico e stavo guardando la Melevisione.

Quindi sei uno di quelli che hanno visto quella famosa puntata.

Gianmarco: Sì, è proprio un ricordo vivido quello della Melevisione. Dello schermo che cambia e si interrompe la trasmissione per lanciare l’edizione straordinaria del telegiornale.

È un ricordo che avete collegato subito al disco o è riaffiorato solo durante la scrittura?

Valentina Ottoboni: Io non ricordo esattamente cosa stavo facendo, però posso dire che sicuramente è stato un evento che poi abbiamo ripreso e ci è tornato in mente tantissime volte durante gli anni.

Tra i versi del pezzo, mi ha colpito molto quando dite: “Le manifestazioni non servono a niente”. Sembra che quest’anno, almeno sulla carta, molte persone hanno risposto presente alle adunate nelle piazze. Credete che manchi ancora qualcosa perché quella partecipazione diventi qualcosa di realmente incisivo?

Gianmarco: Credo che almeno nell'ultimo anno, la partecipazione - anche soltanto a livello di opinione pubblica - qualcosa ha cambiato. Veniamo anche da anni in cui la disillusione politica e sociale è stata tanta. Quindi sì, molto spesso le manifestazioni non servono a niente, ma non è detto che in futuro questa considerazione non possa cambiare. Non siamo dei sociologi o dei politologi, parlo per ciò che abbiamo vissuto. Io penso a Cremona, alla mia provincia. Quando c'era una manifestazione sapevamo già che non sarebbe servita a niente. Quello che abbiamo fatto anche all'interno del disco è stato proprio semplicemente parlare di quello che è stata la nostra vita in un paese, quindi sapere già a priori che, per quanto qualcuno alzasse la voce, sarebbe stato comunque un sussurro.

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Il vostro nome richiama immediatamente Béla Tarr e c’è perfino un legame indiretto con un Nobel che ultimamente è circolato molto. Quanto questo immaginario - letterario e cinematografico - ha influito sulla vostra scrittura?

Valentina: Secondo me tanto, anche se in parallelo. Nel senso che noi abbiamo prima iniziato a scrivere qualche pezzo e poi, solo successivamente, abbiamo scoperto il libro e il film. Quando ho visto la prima scena di Satantango ho detto: “Ma questa è casa mia. E dietro casa mia c'è anche una cascina uguale, identica a quella del film!”.

Mi state dicendo che avete visto il film tutto in un unico blocco di sette ore e mezza?

Valentina: Devo dirti che è stato un po' psichedelico, però sì (ride, ndr.). Quella di vederlo tutto di fila, senza pause, è veramente un'esperienza. E sì, ci siamo proprio ritrovati tanto in quella dimensione. Somiglia proprio a dove abitiamo noi: l'atmosfera, la nebbia, il fango. È come se il film si fosse calato perfettamente in quello che stavamo facendo.

Gianmarco: Per noi è stata una rivelazione, nel senso che prima scrivevamo delle cose che avevano una direzione ma dovevamo ancora scegliere bene dove andare a parare in maniera più precisa e quando ci sono arrivati il film e il libro sono stati una vera epifania.

E poi è accaduta questa cosa del Nobel per la Letteratura proprio a Krasznahorkai.

Gianmarco: È stata veramente una coincidenza incredibile.

Valentina: Un segno del destino. Prima era un autore conosciuto ma pur sempre di nicchia. Figurati che abbiamo i suoi libri proprio qui sul tavolo, esposti come dei santini.

Il duo Satantango nella pianura padana, provincia di Cremona
Satantango | © Giulia Gatti

Nel disco sembra che la voce acquisti una definizione sempre maggiore man mano che ci si avvicina al finale. È stata una scelta deliberata? 

Gianmarco: Sì, ma anche perché il disco è stato scritto in maniera un po' particolare. Prima abbiamo composto la prima e l'ultima canzone, che hanno dato un po' come la scaletta al resto. Se all'inizio siamo partiti da sonorità più à la Deftones, con la voce tanto sporcata dai riverberi, poi, man mano, è possibile trovare questo finale leggermente più aperto.

Cosa avete provato a raccontare attraverso questa progressione?

Valentina: È stato un po' un procedere tra consapevole e inconsapevole. Nel senso che quello che abbiamo scritto viene già da quello che avevamo fatto prima. Quindi tutte le volte era realizzare una canzone che prima non avevamo fatto, cercare di aggiungere un colore in più, quel tocco in più. In questo contesto si inserisce la voce, che volevamo che uscisse fuori pian piano, pezzo dopo pezzo.

Tornando alla provincia: quanto è presente, nella vostra musica, l’eco della città di Cremona? È più uno sfondo o un vincolo?

Valentina: Ne parliamo perché noi siamo vissuti e cresciuti qua, però secondo me le province sono un po' tutte simili, hanno dei tratti simili, quindi secondo me noi parliamo di Cremona, ma poi ognuno può rivedere la propria provincia, la propria situazione.

Gianmarco: Sì, poi anche per il semplice fatto che soprattutto negli ultimi anni siamo stati molto a casa, quindi era anche facile parlare di quello che viviamo tutti i giorni, che conosciamo nel quotidiano. In poche parole, l'atmosfera di casa. E poi è come se avessimo colmato un piccolo vuoto: se penso a un disco che parli di un certo tipo di provincia ce ne sono tanti, ma sulla nostra in particolare non credo. Mancava un pochino di Padania Core, dai! (ride, ndr.).

Valentina: Anche perché la nostra provincia in questo è un po' diversa dalle altre. Non è che abbiamo proprio la periferia. È soltanto un luogo molto desolato.

Gianmarco: Distiamo un’ora e mezzo di macchina da Milano, ma sono mondi completamente diversi. E volevamo far uscire proprio questa atmosfera, quasi onirica.

In merito a questo volevo anche parlare un po’ della copertina: ho letto che si tratta di una vecchia centrale idroelettrica. Perché è stata di ispirazione?

Valentina: Scatto foto a quella centrale da un sacco di anni. Ci sono affezionata perché è anche vicina ad una pista ciclabile dove andiamo sempre. Ci è stata di grande ispirazione, abbiamo scritto un sacco lì.

Gianmarco: Non dico una bugia se gran parte del disco è nato proprio grazie a quella ciclabile.

La copertina dell'omonimo album d'esordio dei Satantango
Satantango - "Satantango"

Ma perché proprio quella foto lì?

Valentina: Perché ci è sempre piaciuta, quindi quando abbiamo dovuto scegliere la copertina del disco ci siamo detti che doveva per forza quella lì. O ancora meglio, non poteva essere qualcos'altro.

Gianmarco: Tra l'altro, in una provincia dove praticamente due terzi dei vecchi edifici stanno crollando, hanno deciso di ristrutturare proprio quella centrale. Quindi oggi è tutta nuova. E un po’ ci dispiace.

Non ha più quell’atmosfera decadente?

Valentina: Hanno anche cambiato il tetto. L'hanno ripitturata.

Gianmarco: Ora c'è anche qualche fiorellino disegnato. Ha questo effetto un po' tirolese. Molto poco Satantango, diciamo così.

Il vostro percorso sembra permeato da un forte spirito do it yourself. Cosa rappresenta e vuol dire, per voi, fare le cose da soli? 

Gianmarco: L’idea iniziale era di fare dei provini con alcuni pezzi che avevamo in cantiere. C’era questo vecchio Mac che avevo comprato usato, ancora su un sistema operativo - penso Yosemite - quindi veramente antiquato. In più avevamo una scheda audio entry level e quando abbiamo fatto sentire in giro questi pezzi e abbiamo avuto i primi feedback, la risposta è stata unanime sul fatto di non cambiare.

Valentina: Quello che ascolti è praticamente la take 1 di tutto ciò che abbiamo registrato all’inizio. Magari abbiamo ri-registrato soltanto qualche batteria, ma non volevamo lavorarci troppo su perché altrimenti sarebbe venuta meno quella magia che c'è alla base del lavoro.

Gianmarco: Per dirti, in molti casi abbiamo tenuto le chitarre scordate.

Valentina: O anche la voce in alcuni tratti è un po’ stonata.

Gianmarco: Cioè, volevamo un suono prettamente sporco e ci ha aiutato il fatto di trovarci già ad avere qualcosa che partiva di per sé in modo sporco. Abbiamo provato a incidere di nuovo delle parti: sicuramente suonavano meglio, ma non c’era più quell’immediatezza lì e abbiamo deciso di scartarle.

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Avrebbero perso magari proprio quella caratteristica primordiale.

Gianmarco: Esatto. Quindi tra scegliere una take fatta bene, pulita, perfetta, che però suonava fredda, abbiamo detto di tenere quello che già avevamo. Va bene l’imperfezione, il colpo non perfettamente sul clic, la chitarra che ogni tanto va in saturazione da sola, proprio perché l'abbiamo registrata in condizioni precarie. Ma vedo che anche la risposta delle persone con cui abbiamo lavorato è stata la stessa: il monito era “registriamo il meno possibile oltre a quello che è già stato fatto”. Quindi alla fine, se vuoi, è un disco fatto di provini remixati e sistemati.

Valentina: Che poi non per tutti i pezzi è stato così: ad esempio, la versione di Permafrost è stata poi quella definitiva. Il primo mix. L'abbiamo registrata in tre giorni.

Gianmarco: Sì, la base è stata chiusa in un pomeriggio e poi abbiamo fatto le voci. Nel pezzo c'è praticamente la summa di quello che abbiamo realizzato in un giorno e mezzo.

Il disco sembra avere un’estetica molto coerente, quasi da concept album, anche se non segue un tema tradizionale. Pensate che lo sia, magari in una forma sui generis? Come avete lavorato per mantenere questa coesione?

Valentina: Secondo me più che un concept ci sono due o tre temi importanti e ricorrenti. C'è appunto quello della provincia che vediamo sia da un punto di vista proprio fisico, cioè ambientale, sia sociale. Ne parliamo in Cinema Tognazzi del passato che non torna più e lo vediamo proprio come la cultura che oggi vediamo si sta un po' deteriorando.

Gianmarco: Ti direi che è più un album concettuale nel senso italiano del termine che concept, perché non ha la struttura del “viaggio dell’eroe”, per capirsi.

Satantango, foto di Valentina Ottoboni
Satantango | © Valentina Ottoboni

Avete citato Villa Alluvioni e Cinema Tognazzi. Sono dei pezzi quasi senza tempo, cioè nel senso non ben collocati in nessuno spazio preciso, ma sono adattabili a molteplici situazioni. Questo secondo me è un grande punto di forza dell'album.

Gianmarco: Se giri per la via qua di fianco casa, c'è la strada sterrata. Se non vedi la macchina di ultima generazione, potrebbe veramente essere una cartolina del dopoguerra. 

Valentina: E poi secondo me c’è una componente importante che viene anche dai nostri ascolti. Abbiamo input che vengono da veramente tutte le epoche. Per dire, ascolto canzoni francesi degli anni ‘20-30, quindi non c’è solo il contemporaneo. E questo è sicuramente un altro punto a favore.

Anche per far spaesare un po’ l’ascoltatore e riprenderlo soltanto verso la coda dell’album, no?

Gianmarco: Entri nella bolla, nella prima canzone e speriamo tu ne esca soltanto nell'ultima. Non volevamo che ci fosse un episodio, un brano, che si discostasse troppo dagli altri. Quindi, probabilmente e anche inconsapevolmente, i soggetti tra loro simili che attraversano il disco, comunque legati, sono il ritratto e il frutto di questa atmosfera che abbiamo creato.