Private Music Deftones
8.0

I Deftones non sono mai stati una band come le altre. Dal debutto negli anni ’90 a oggi hanno costruito un percorso unico, capace di rinnovarsi costantemente senza perdere identità. Nati a Sacramento tra skate, hardcore e chitarre distorte, si affacciarono alla scena con Adrenaline (1995), cavalcando l’ondata nu-metal allora dominante. Ma già in quel disco si intuiva qualcosa di diverso: un approccio più introspettivo, più istintivo, meno vincolato dalle formule di genere. Con Around the Fur arrivò la consacrazione, ma il vero punto di svolta fu White Pony. Lì il gruppo riscrisse le coordinate del proprio linguaggio, spingendo il nu-metal oltre i suoi confini e aprendosi a suggestioni eteree, elettroniche, sensuali. Un album che, ancora oggi, resta un riferimento imprescindibile e che ha sancito la natura più autentica dei Deftones: una band votata alla sperimentazione continua. Quest’estate sono passati anche in Italia per un’unica data, ve ne abbiamo parlato qui, confermando ancora una volta la loro capacità di unire intensità e raffinatezza in un live memorabile, nonostante tutte le criticità della location.

Chino Moreno dei Deftones canta a squarciagola
L'energia di Chino Moreno dei Deftones al Kozel Carroponte di Sesto San Giovanni, Milano, il 17 giugno 2025 | Credits: Maria Laura Arturi

Da quel momento, ogni album ha rappresentato una tappa distinta, con un carattere preciso. Saturday Night Wrist portava con sé inquietudini e fragilità, mentre Diamond Eyes sprigionava un’energia luminosa, nata dopo la tragedia di Chi Cheng. Con Koi No Yokan la band costruì un viaggio elegante e visionario, fino ad arrivare a Ohms (2020), che riportò in primo piano un suono potente e coeso, sospeso tra elettronica e chitarre monumentali. Su queste fondamenta, il rischio era quello di ripetersi. Invece Private Music, decimo capitolo in studio, ha saputo sorprendere: un lavoro compatto, vitale, che si impone come opera a sé e non come semplice esercizio di continuità.

Deftones
Deftones | Foto press

Il titolo stesso lascia intuire fin da subito un percorso intimo, un ascolto che invita ad andare oltre la superficie. È il primo lavoro con Fred Sablan al basso e segna al tempo stesso il ritorno alla produzione di Nick Raskulinecz, figura capace di valorizzare la sensibilità dei Deftones spingendo ogni brano al massimo, senza mai soffocarne la naturale delicatezza. Il risultato è la sensazione di una band che ha raggiunto un nuovo equilibrio: una sintesi matura tra la furia degli esordi e quell’eleganza sospesa, quasi onirica, che ha definito la loro evoluzione negli anni.

L’apertura con My Mind Is a Mountain è memorabile: un brano stratificato e imponente, che alterna riff pesanti a suggestioni quasi psichedeliche, come una scalata sonora fatta di quiete e improvvise deflagrazioni. Subito dopo, Locked Club aumenta la tensione con un impatto diretto e rabbioso, confermando che i Deftones non hanno smarrito la loro carica adrenalinica. Con Ecdysis il registro cambia: atmosfere oscure e cinematografiche, un paesaggio post-apocalittico costruito su rumori distorti e malinconia.

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Ma l’album non vive solo di durezza. Infinite Source si muove su ipnosi e ripetizione, trasformando i riff in un mantra ossessivo, mentre I Think About You All the Time svela il lato più intimo di Chino Moreno: voce vellutata, malinconica, quasi un sussurro che scivola sulle chitarre eteree. Qui il disco mostra la sua anima più fragile e introspettiva. A bilanciare arrivano stoccate dirette come Cut Hands, abrasiva e primordiale, che richiama i primi anni della band.

A dare respiro ci pensano Milk of the Madonna, sospesa tra melodia e intensità, e Metal Dream, dove emerge con forza l’anima shoegaze e dream pop della band californiana. In chiusura, Departing the Body si configura come un epilogo cinematografico: lento, denso, oscuro, lascia l’ascoltatore in una sospensione emotiva, come se l’eco dell’album continuasse a vibrare anche dopo il silenzio.

Chino Moreno live a Sesto San Giovanni
Chino Moreno, il frontman dei Deftones in concerto al Kozel Carroponte di Sesto San Giovanni, Milano, il 17 giugno 2025 | Credits: Maria Laura Arturi

Ciò che colpisce di Private Music non è solo l’ampiezza delle atmosfere, ma la coerenza con cui tutto si tiene insieme, come attraversato da un filo invisibile. Ogni brano funziona come parte di un mosaico, in dialogo costante con gli altri, ma al tempo stesso capace di reggere in autonomia. Ne nasce un disco che chiede di essere ascoltato per intero, dall’inizio alla fine, come un racconto in cui i contrasti – violenza e dolcezza, rumore e silenzio – diventano la sua vera forza.

Ascoltarlo significa riconoscere quanto i Deftones siano ancora una delle poche band in grado di parlare al corpo e alla mente insieme. Da un lato scuotono con la potenza delle chitarre, dall’altro trascinano verso territori interiori, fatti di intimità, fragilità e spiritualità. È questa la loro cifra inconfondibile: saper fondere l’urlo e il sussurro in un’unica voce.

Dopo oltre trent’anni di carriera, sarebbe naturale rifugiarsi in un marchio di fabbrica ormai consolidato. I Deftones, invece, scelgono ancora una volta la via più rischiosa: quella della ricerca costante. Private Music non indulge nella nostalgia né tenta di ripetere formule già collaudate; è un album che guarda avanti, intrecciando passato e presente per aprire nuove prospettive. Una prova che la band non ha perso curiosità né voglia di mettersi in gioco.

Ed è proprio qui che risiede la loro unicità: ogni disco non è una semplice raccolta di brani, ma un universo in cui immergersi. Con la sua alchimia di grazia e ferocia, Private Music ribadisce che la montagna dei Deftones non è mai arrivata alla vetta, ma continua a crescere.