Si è abbattuto un temporale su Milano, pioggia torrenziale, lampi e fulmini. Un mood che poco si addice alla musica di Myd, DJ, cantautore e producer francese, che lo scorso 29 agosto ha pubblicato il suo secondo album Mydnight e che vede diversi featuring con artisti come Calcutta, Channel Tres, Trueno, Carlita e Kacy Hill. Lo incontro in Triennale, poco dopo il soundcheck prima della sua esibizione serale. Quentin Lepoutre, questo il suo nome, è uno dei grandi nomi in forte ascesa della scena elettronica francese, ma questo non sembra avergli fatto montare minimamente la testa, come mi mostrerà personalmente durante la nostra chiacchierata.

Partirei dal titolo di uno dei tuoi pezzi contenuti in Mydnight, ossia Home, la cui tematica è abbastanza eloquente. Cos’è per te casa?
È un titolo autoesplicativo, anche se per me è importante che le persone possano interpretare le mie canzoni adattandole alle loro vite. Non scrivo di me, ma di qualcosa che ho vissuto fra l’ultimo tour e la creazione di questo nuovo album. Ho passato molto tempo nei club e ho capito davvero quanto siano dei luoghi importanti di aggregazione che vanno ben oltre quello che succede sul palco, e la musica è fondamentale per creare quell’energia. Questo pezzo era il mio modo per dire “Ok, ti porto a casa, lo faremo insieme, ballando in questo club”. Per me casa è proprio questo: la canzone del tuo DJ preferito, che ti chiede di fidarti e in cambio ti porta in un posto speciale.
Tu sei un po’ di tutto: DJ, cantautore, producer… Ma fra molti anni, come ti piacerebbe essere ricordato?
Sono un musicista, non mi definirei artista perché mi sembrerebbe troppo pretenzioso.
Davvero?
(Ride, ndr) Sì, perché alla fine qualsiasi cosa io faccia, che si tratti solo di video musicali o di altri progetti esterni, li collego sempre alla musica, ed è per questo che mi sento musicista.
Potrebbe essere la prima volta che un artista mi dice di non sentirsi tale. Il mondo è pieno di presunti artisti che si sentono tali anche quando non lo sono, per mancanza di talento e inesperienza. Mi fa senso sentirlo da te che di talento ne hai e ti sei affermato da anni ormai.
È un modo per rimanere concentrato e stare sul pezzo. È più semplice per me pensarmi musicista e basta.

Ho letto che spesso le cose che componi sono frutto di incidenti di percorso. La chiameresti serendipità?
È una cosa molto interessante. Da musicista le due cose più difficili sono: connetterti alla tua fonte di ispirazione per iniziare a creare qualcosa, e realizzare questo qualcosa. Quello che succede in mezzo è il vero piacere: per me creare incidenti è un modo per rimanere positivo quando qualcosa va nel verso sbagliato. Nella tua vita da musicista ci sono molti alti e bassi, questi ultimi li puoi sfruttare a tuo vantaggio, che siano una canzone che ti è stata cestinata dagli altri, un errore che hai fatto in studio o per motivi personali. Ad esempio, sette anni fa la mia ragazza dell’epoca mi aveva lasciato e non riuscivo più a comporre, dato che facevo musica dance, un genere caratterizzato da solarità e positività. Mia mamma mi diede il consiglio migliore: mi disse di usare quello che provavo in quel momento e canalizzarlo nella musica, fregandomene degli altri. È così che è nata Let You Speak, che dopotutto non è una canzone triste, ma mi ha aiutato a vedere e fare le cose in modo diverso.
In questo album ci sono diverse collaborazioni e sai già dove sto per andare a parare…
(Ride, ndr) Calcutta!
Che rapporto hai con lui? Ormai sono diversi anni che vi conoscete e lavorate insieme.
L’ho conosciuto qualche anno fa, mi aveva contattato per lavorare al suo ultimo album (Relax, ndr). Il suo messaggio era stato abbastanza diretto: “Adoro la tua musica, vieni a Bologna così possiamo lavorare insieme”. All’inizio ci siamo mandati delle idee a distanza, e siamo stati veloci nonostante il suo inglese non fosse buono… ma adesso è migliorato! Sono sicuro che a lui non dispiacerà se lo dico (ride, ndr). Dopo questa prima fase in remoto, abbiamo deciso di vederci e quindi sono andato a trovarlo in studio a Bologna. Non mi piacciono le relazioni a distanza, sono un animale da studio e mi piace lavorare lì con gli artisti. Era la mia prima volta a Bologna e appena arrivato in sala, già stava lavorando ai pezzi con la sua band. Dato che la barriera linguistica era evidente, non abbiamo perso tempo e ci siamo messi subito all’opera. È stato un processo molto veloce perché ci siamo resi subito conto di essere sulla stessa lunghezza d’onda e di avere lo stesso gusto. È divertente perché in studio lui è molto rigoroso e sa perfettamente quello che vuole, è capace di chiudersi giorno e notte finché non ottiene quello che ha in mente. Io invece ho voluto imporre la mia filosofia non appena sono arrivato: non lavoro di notte, perché sono stanco e devo dormire, in modo da avere cervello e orecchie fresche per il giorno successivo. E quindi si è adattato a questo mio modo di lavorare e ci siamo trovati alla grande. La cosa divertente è che prima di accettare di lavorare con lui mi ero ascoltato tutta la sua discografia, ma ignoravo che fosse così famoso in Italia!
L’hai scoperto lì a Bologna?
Sì! (ride, ndr) Una sera siamo usciti per mangiare delle deliziose crescentine, cibo che adoro e che ho scoperto grazie a lui, e la gente in strada continuava a fermarlo per chiedere autografi e foto, sia fuori che al ristorante. È lì che ho capito perché gli piace murarsi vivo nello studio! (ride, ndr)
Poi come ti dicevo abbiamo molte cose in comune a livello di gusti, io ad esempio amo la musica imperfetta. Uno dei primi giorni in cui ero arrivato avevamo registrato le parti di batteria di questo batterista bravissimo, era tutto perfetto. Qualche settimana dopo però gli ho detto che non ero convinto di quella batteria, il groove era troppo perfetto e pulito. E lui era d’accordo con me. Abbiamo mantenuto il groove, ma abbiamo sostituito i suoni della batteria con una meno pulita e più cheap. Nelle canzoni d’amore se la produzione è perfetta e patinata, poi diventa tutto troppo melenso. L’amore è un sentimento delicato e fragile e quindi per noi questa cosa si doveva riflettere anche nella batteria. Con Calcutta ora siamo buoni amici e quindi quando stavo scrivendo 9am ho pensato a chi fosse il miglior cantautore per una canzone d’amore e sapevo che dovevo assolutamente chiamarlo.

In A.M.E.R.I.C.A. rifletti sul sogno americano, un qualcosa su cui era bello fantasticare ma che ormai pare un concetto del tutto utopistico.
C’è sicuramente questo aspetto. Sono stato molte volte negli Stati Uniti in questi ultimi anni e sicuramente il sogno americano ha un fascino verso noi europei. È una di quelle cose che vorresti ancora amare, ma ormai è come se fosse rotto e disfunzionale.
Di recente sei stato aggiunto nella colonna sonora di Fifa 26. Dev’essere stato un gran momento per te, che sei cresciuto con quei giochi.
Negli anni Novanta ero un nerd, e mi piacevano cose che non erano popolari all’epoca, come la musica elettronica, quando nel mainstream dominava il rock. Prima di voler diventare un fonico e poi un musicista, volevo diventare un programmatore e passavo un sacco di tempo ai videogiochi. Mi ricordo ancora la prima volta che ho giocato a Fifa ed è partita Song2 dei Blur (mima il ritmo della batteria, ndr). Iconico. Quando poi quest’anno mi hanno detto che sarei stato incluso nella nuova edizione, ho pensato “mio Dio, wow!”.
E poi so che sei pure un grande tifoso del PSG, solo qualche settimana fa ti sei esibito al Parco dei Principi.
Sono un grande tifoso, anche se non è stata la prima volta che mi sono esibito in un evento sportivo. Ho suonato anche alle Paralimpiadi, e all’epoca pensavo che l’accoppiata musica e sport fosse abbastanza stucchevole. Ma poi ho davvero capito quanto la musica possa motivare le persone durante lo sport e dare quel qualcosa in più. È un’energia che solo la musica può dare. Ritrovarmi a esibirmi per gli atleti paralimpici che hanno lavorato duramente tutta la loro vita per riuscire a essere lì mi ha fatto commuovere: ho capito che stavo per fare da colonna sonora a uno dei momenti più importanti della loro vita. Per me suonare per il PSG è stato analogo: l’ho fatto per la gente, per i giocatori.
Hai scoperto se ci sono tuoi fan fra i giocatori in prima squadra?
Non lo so, è sempre difficile incontrarli e parlarci. Ma è sempre bellissimo poter andare al Parco dei Principi per indossare quei colori. E poi vorrei sottolineare che entrambe le volte che sono andato lì a suonare poi il PSG ha vinto, quindi potrei essere il loro portafortuna! (ride, ndr)

Poco fa hai detto che negli anni Novanta la musica elettronica non era popolare, a differenza del rock. Oggi che le cose si sono ribaltate, come vedi la scena elettronica e in particolare il French Touch? Che futuro pensi ci sia per il genere?
È difficile da dire, perché ormai il French Touch significa tutto e niente. Per me consiste in un gruppo di amici che faceva musica insieme alla fine degli anni Novanta. Adesso sembra che quasi tutti siano parte del French Touch. A volte ne fai parte, a volte no, altre volte sei il principe di quel genere… Sono molto orgoglioso di fare parte della musica elettronica francese, dato che ha fatto la storia e ha sempre sposato l’asticella più in alto. Gli artisti francesi hanno influenzato tutta la scena mondiale: SebastiAn con Skrillex, i Justice con deadmau5, solo per fare un paio di esempi. Sono orgoglioso di far parte anch’io di questo movimento. Per me il French Touch significa un gruppo di amici che si incontra e innova la scena. Siamo una nazione piccola, ma abbiamo avuto un impatto incredibile nel mondo della musica elettronica.
Tornerai a esibirti in Italia?
Sì, tornerò in Italia, stiamo organizzando tutto. Amo suonare nel vostro paese, è sempre un grandissimo piacere, ho avuto la fortuna di suonare a Roma, Milano e nel sud. Tornerò presto di sicuro!