“Abbiamo sempre sognato questa vita”: intervista ai Paper Kites

by A. D. Sanders

In occasione del tour per il loro quarto album On the Corner Where You Live, i Paper Kites hanno fatto tappa anche al Circolo Magnolia di Milano. E noi non potevamo farci sfuggire l’occasione di sentire una delle indie folk band più interessanti in circolazione. E infatti il concerto è stato in linea con le aspettative generali: il gruppo dal vivo ha una marcia in più e riesce ad evocare alla perfezione tutte le sfaccettature presenti nei loro lavori in studio. Una sala concerti non straripante, ma comunque piena di persone che non hanno sicuramente rimpianto di aver sfidato il freddo autunnale per raggiungere la venue. Poco prima che la band salisse sul palco siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con Sam Bentley e Sam Rasmussen, rispettivamente frontman/compositore e bassista del gruppo.

Ciao ragazzi, benvenuti a Milano! Vorrei iniziare parlando del vostro ultimo album e chiedervi perché avete deciso di pubblicare due album nel giro dello stesso anno invece di aspettare i classici due anni di tempo.
Sam Bentley (cantante): Ciao, grazie mille! Allora… questi due album li abbiamo scritti nello stesso periodo e avevamo così tante canzoni che non aveva senso pubblicare un solo album e tagliare tutte le altre canzoni. Per cui abbiamo deciso di pubblicare due album facendo in modo che fossero le due facce della stessa medaglia. Avevamo molte canzoni acustiche e molte altre da suonare con la band al completo: non ci è sembrato giusto fare un solo album. All’inizio avevamo pensato di fare un doppio album: ma avrebbe contenuto più di venti canzoni e sarebbe stato troppo da ascoltare per le persone. Allora abbiamo deciso di pubblicare due album distinti per lo stesso anno.
Sam Rasmussen (bassista): Penso che la nostra visione fosse di pubblicare due album separati ma con l’intenzione che la gente poi capisse la connessione fra i due, a partire dal titolo di entrambi.

La vostra etichetta è stata contenta di questa scelta?
Sam (bassista): Hanno amato la nostra idea. Ormai le cose sono cambiate con Spotify e con lo streaming. Più canzoni hai nel catalogo e meglio è, quindi la nostra etichetta ne è stata felice. Abbiamo pubblicato il primo album a sorpresa, senza promuoverlo, ma il giorno della release abbiamo annunciato subito l’arrivo nei mesi successivi del secondo, creando così un po’ di interesse.

Come vedete lo stato di salute dell’album come tale? Spesso di questi tempi si sente dire che ormai è superato, che nell’era delle playlist e dello streaming non è più rilevante.
Sam (cantante): Penso che stia bene in realtà. Lo streaming è uno strumento incredibile per scoprire la musica, ma c’è un sacco di gente là fuori, di appassionati che amano ancora avere qualcosa di tangibile fra le mani come un vinile; e non so come sia qua in Italia ma in Australia le vendite dei vinili continuano a salire, in ogni negozio non ci sono più i CD, ma solo i vinili, proprio come accadeva anni e anni fa. Penso che nonostante lo streaming sia più diffuso che mai, c’è sempre un’interesse che cresce negli appassionati nel comprare un vinile e si legano all’idea di ascoltare un disco dall’inizio alla fine. Penso che ci siano ancora molte persone a cui importa il percorso di un album: si siedono e lo ascoltano dall’inizio alla fine e quando ci arrivano si sentono come se fossero partiti per un viaggio in tutti quei minuti.

Come band siete molto legati all’idea del concept album. Qual è il concept album più bello della storia della musica per voi?
Sam (bassista): A parte i classici come Sgt. Pepper dei Beatles o Pet Sounds’ dei Beach Boys, direi The Party di Andy Shauf. È molto semplice di per sè, ogni canzone si svolge durante questa festa fittizia ed è assolutamente incredibile. Lo ascolti e ti sembra di essere a quella festa e osservarla da vari punti di vista diversi.
Sam (cantante): Sì assolutamente. Comunque anche per me, dopo Sgt. Pepper direi What’s Going On di Marvin Gaye. È un album che parla di questa persona che scrive a suo fratello che gli risponde a proposito della guerra del Vietnam. È un disco incredibile. Penso che un concept album abbia il potere di colpire molto di più l’ascoltatore rispetto a un disco di semplici canzoni messe insieme senza nessun significato. Amo i concept album e amo l’idea di prendere una storia e costruirci qualcosa attorno. E il nostro pubblico viene ai nostri live per sentirsi parte di quella storia, e noi cerchiamo di farli sentire all’intero dell’album che hanno ascoltato a casa.

Com’è cambiato il vostro approccio nella scrittura per un album come twelvefour, che è molto personale e introspettivo, rispetto all’ultimo che è incentrato sulle storie degli inquilini di uno stesso palazzo?
Sam (cantante): Penso che quando stavo scrivendo twelvefour, la mia vita era abbastanza incasinata e quell’album mi era servito a fare ordine nel mio inconscio e a metabolizzare… Ma tre anni dopo come ci siamo messi a scrivere quest’ultimo album la mia vita si era stabilizzata completamente ormai e tutto andava bene. Ero un po’ preoccupato perché non avevo drammi sentimentali personali da cui attingere per le mie nuove canzoni ma ho capito che potevo farcela anche senza, che ero capace di scrivere canzoni anche senza tragedie [ride]. Il concept è nato osservando le persone che incontro nella mia vita, talvolta sono i miei amici o familiari, altre volte semplicemente chi mi circonda.
Sam (bassista): Direi che twelfour è un album che guarda al tuo interno, mentre il successivo osserva l’esterno.

I tuoi amici se ne accorgono quando scrivi canzoni su di loro?
Sam (cantante): Spero di no [ride]. Ma alcuni lo fanno, anche mia moglie. A volte ama quelle canzoni, altre volte meno. Comunque non dico mai ai miei amici che ho scritto di loro, io penso a scrivere e basta. Poi magari un giorno i diretti interessati lo capiranno [ride].

I vostri videoclip riflettono molto bene l’essenza della vostra musica, e si potrebbe dire che in un certo senso le vostre canzoni sono molto cinematografiche. Non a caso, avete ottenuto molta popolarità qualche anno fa da Grey’s Anatomy (il loro brano Featherstone fu usato nel finale dell’ottava stagione ndr)
Sam (cantante): Sì, vero! Ormai è successo anni fa…

Sognate di vedere qualche vostra canzone usato in qualche film importante? O magari di scrivere voi stessi una colonna sonora?
Sam (bassista): Ci piacerebbe molto che qualche nostra canzone fosse usata in qualche film visto che ci piace pensare che la nostra musica sia molto cinematografica.
Sam (cantante): Ho sempre sognato che la nostra musica finisse in qualche film. Voglio dire… le nostre canzoni sono state usate in Grey’s Anatomy, show televisivi, ma mai in film. Ma allo stesso tempo penso che i nostri videoclip siano una sorta di film dove i nostri fan possono avere quasi un’esperienza cinematografica. Comunque ci piacerebbe moltissimo finire in un film. Tu conosci qualcuno di disponibile? [ride]

Al momento temo di no, mi dispiace. Ma se dovessi scegliere un regista famoso, chi sarebbe?
Sam (cantante): Mmh… domanda impossibile. Quale regista fa dei film che andrebbero bene per le nostra musica? Mi piacerebbe un sacco finire in un film di Richard Curtis. Hai mai visto About Time?[chiede rivolgendosi al compagno di band che lo guardava accigliato]
Sam (bassista): No.
Sam (cantante): Non hai mai visto About Time? Tu l’hai mai visto? [chiede rivolto a me]

Aspetta un secondo! Non ci credo che tu l’abbia tirato fuori. C’era una domanda che non sapevo se farti, ma a questo punto devo sapere. C’è una canzone – It’s Not Like You – del vostro penultimo album che è praticamente identica al tema musicale di quel film. Quindi è voluto!
Sì, assolutamente! È divertente che tu te ne sia accorto, sei la prima persona che incontriamo che lo abbia notato! Mia moglie ama quel film, è il suo preferito e piange sempre quando lo guarda. Ci siamo innamorati del piano theme del film. E allora mi sono detto che ne avrei preso “in prestito” una parte e ci avrei costruito sopra una canzone.

A proposito delle vostre famiglie, come vivete il tour e la lontananza da casa?
Sam (bassista): È probabilmente l’aspetto più difficile del far parte di una band. Ho da poco avuto il mio quarto figlio. Noi stiamo in giro per il mondo a suonare, registriamo e facciamo cose bellissime ma questo comporta molti sacrifici che hanno a che fare con le nostre famiglie ed i nostri amici a casa. Ed è veramente dura. Ma in ogni caso amiamo la vita in tour, nonostante ci manchino i nostri cari ogni singolo giorno.
Sam (cantante): Sono due vite completamente diverse. Essere in tour è una vita, stare a casa con la tua famiglia un’altra. Ogni volta è come se dovessi mettere un cervello diverso nella tua testa o qualcosa del genere quando vai in tour. Ma abbiamo sempre sognato questa vita, amiamo esibirci e parlare con le persone dopo gli show. Specialmente in Europa le persone ci sono così grate per essere venuti a suonare nelle loro città  che spesso dopo i concerti vengono a dirci quanto questo sia importante per loro. Penso che questo sia il motivo per cui facciamo quel che facciamo: non c’è ricompensa più bella. Ma allo stesso tempo ci mancano le nostre famiglie e tutte quelle cose che ci perdiamo per la lontananza: compleanni, matrimoni, ecc. Dobbiamo sacrificare tutta questa parte, ma alla fine quello che facciamo è speciale.

Penso che allo stesso modo quando siete per tanto tempo di seguito a casa, vi inizi a mancare la vita in tour. È così?
Sam (cantante): Sì, assolutamente. Quando sono per tanto tempo a casa non vedo l’ora di tornarmene in tour [ride]
Sam (bassista): Non se questa cosa abbia senso,  ma non mi manca mai l’essere via di per sè, piuttosto mi mancano tutte le attività connesse.
Sam (cantante): …se sei a casa per più di sei mesi e ti guardi un film come Almost Famous allora ti viene subito la reazione «ho bisogno di tornare in tour!» [ride]

C’è stato un momento specifico all’inizio della vostra carriera quando avete capito che con la musica avreste potuto guadagnarvi da vivere?
Sam (cantante): Quello stiamo ancora provando a farlo [ridono]
Sam (bassista): Comunque sì, ci sono stati molti di questi momenti. Circa nove anni fa quando eravamo agli inizi ed eravamo a stento una band abbiamo fatto sold-out in un locale di Melbourne. Poi sono arrivati il primo tour in America, quello in Europa, ecc. È come scalare una montagna, quando sei a valle vedi la vetta che vuoi raggiungere. Poi la raggiungi e scopri che più in là c’è una vetta ancora più alta da scalare.

Ormai avete suonate praticamente in tutto il mondo: avete notato qualche differenza evidente fra il pubblico australiano, americano ed europeo?
Sam (bassista): Direi che in Europa c’è molto più rispetto da parte del pubblico.
Sam (cantante): Sì, la gente non fa casino durante i concerti. Non è come in Australia dove la gente spesso ai concerti viene solo per bere e parlare. Poi ovviamente è una generalizzazione, non tutti sono così.

Come vi comportate quando vi capitano persone del genere che disturbano le vostre esibizioni? Le ignorate e basta o qualche volta le insultate come fa qualche artista tipo Thom Yorke?
Sam (cantante): Sì, è capitato anche a noi in passato di cacciare qualcuno dal concerto perché faceva troppo casino.
Sam (bassista): Io capisco perfettamente un artista come Thom Yorke che può avere reazioni del genere con qualcuno di maleducato del pubblico. Essere in tour talvolta può essere veramente faticoso, e ci sono alcune serate dove ti senti stanco o solo o ammalato e sai che devi dare comunque il 100% per la tua esibizione. E poi ti ritrovi gente fra il pubblico che fa casino e che ride e tu vorresti strangolarli [ridono]. È frustrante ma alla fine ci vuole sempre anche del tatto.

Ho scelto un paio di versi tratti da Midtown Waitress che vorrei mi commentaste: «And everyone is angry at the president / Protests on the streets, people shouting». Il presidente suppongo sia lui…
Sam (cantante): Sì, è proprio lui: l’uomo arancione [ridono].  Quando ho scritto la canzone eravamo a NYC proprio quando Trump è stato eletto e c’erano proteste in un sacco di quartieri. E per me si è trattato di prendere quella situazione e scrivere la storia di una ragazza che si è trasferita in città in quel periodo e che cerca di farcela da sola. È stato una situazione strana quella: c’era in giro un sacco di gente arrabbiata.
Sam (bassista): Sì, ne parlavano tutti. Perché era il giorno seguente alle elezioni e c’era un grandissimo shock. In ogni caffè, in ogni strada non si che parlava che di quello.
Sam (cantante): … e quindi abbiamo voluto ricordare quel momento nella nostra canzone.

Cosa ne pensate di chi mischia musica e politica? Spesso ci sono due correnti di pensiero agli antipodi su questo argomento.
Sam (cantante): Ne abbiamo discusso in passato come band fra di noi. Ma alla fine non siamo quel tipo di gruppo che vuole mettere la politica dentro ai propri brani ad ogni costo: non fa parte della nostra identità.

Ho letto che quando ti metti a scrivere un nuovo album finisci quasi sempre con avere poi una cinquantina di canzoni. Come fate poi a scegliere quelle finali?
Sam (bassista): Partiamo sempre da un numero enorme di canzoni che ci porta Sam e poi da lì iniziamo a restringere il campo, dopo averle suonate. Negli ultimi tempi però ci sediamo e facciamo una votazione dopo averne discusso.
Sam (cantante): Non è molto divertente. Non mi piace. Perché finisco sempre con legarmi molto alle canzoni che scrivo. E poi se agli altri membri della band non piacciono per qualsivoglia motivo finisco per litigarci: «No, avete torto», «Questa canzone deve essere nell’album» e cose così. Può essere emotivamente prosciugante come processo.
Sam (bassista): Però penso che per gli ultimi due album sia stato più facile. Perché per twelvefour è stata veramente dura, abbiamo avuto molte discussioni riguardo a quale canzone dovesse finire nell’album. Ma per questi ultimi due è filato tutto liscio.

Ogni volta che ti scartavano una canzone lo vivevi come un attacco personale?
Sam (cantante): [ride] Un po’ si. Cioè magari non come attacco personale, ma come… Lo avevo già spiegato ai ragazzi in passato: quando gli porto le mie nuove canzoni, gliele faccio ascoltare e gli chiedo che cosa ne pensino è molto difficile riuscire a trasportarli subito dentro al mio mondo, specialmente se ho una visione molto specifica. Ci vuole un po’ di tempo per loro per capire la mia visione e per entrare nel mio mondo. Ma penso che stiamo migliorando sotto questo aspetto. Comunque è anche il lato positivo di avere cinque persone nella band: mi piace pensare che saprei anche da solo cosa ci vuole per fare un bell’album, ma non sempre ho ragione. Le opinioni diverse che i ragazzi portano rendono l’album sempre migliore alla fine, perché loro pensano cose a cui io non avrei pensato. Questi album non sarebbero stati così senza di loro, talvolta hai bisogno di uscire dalla tua testa per fare qualcosa di speciale. Perché alla fine tutti noi ci teniamo allo stesso modo.

Quali sono i vostri piani per il futuro?
Sam (bassista): Registreremo della musica il prossimo anno, finiremo questo tour e poi sicuramente suoneremo di meno dal vivo e saremo più in studio.
Sam (cantante): Ci sono un po’ di canzoni nuove che ho scritto e di cui non abbiamo ancora parlato. Quindi sì, penso che l’anno prossimo registreremo molto.

Avete già scelto una direzione musicale per il nuovo album?
Sam (cantante): Si, abbiamo già un paio di idee…

Potete darci qualche anticipazione?
Sam (cantante): Mmh… [ride] Ci saranno sicuramente alcune cose che vi potete aspettare e un paio di cose che vi stupiranno, delle nuove direzioni.

Si ringrazia Maria Laura Arturi per i bei scatti fatti durante l’intervista (www.arturized.com).

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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