Hanno scritto alcune delle pagine più indelebili della storia dell'indie rock degli ultimi vent'anni, le loro canzoni non possono mai mancare in un djset indie anni Duemilla: da Naïve a Ooh La, passando per She Moves In Her Own Way, Junk of the Heart (Happy) e tante altre. Loro sono i Kooks e dopo vent'anni - Inside In / Inside Out usciva nel 2006 - sono ancora qua. Eh già, direbbe qualcuno.
Mi trovo nel camerino di Luke Pritchard al Fabrique di Milano, poco prima che salga sul palco per l'ennesimo concerto sold out della band tenuto in Italia - qui il racconto della serata. Nonostante la fama raggiunta da adolescente, il frontman inglese è rimasto coi piedi per terra e questo si riflette nella nostra chiacchierata: è una persona solare che non se la tira assolutamente (ho visto artisti italiani, per lo più emergenti, menarsela molto di più). Insieme abbiamo ripercorso i vent'anni della band, fra alti e bassi, l'ultimo album Never/Know, i figli che inevitabilmente arrivano a cambiare le gerarchia della tua vita, il non voler più scendere a patti coi compromessi e leggende metropolitane che tali non sono: come quella volta che fu costretto a tirare un calcio in faccia a un giovanissimo Alex Turner. Un aneddoto bellissimo che non si è tirato indietro a raccontarci.

Il 2026 è un anno speciale per voi: sono vent’anni dall’uscita del vostro album d’esordio. Che bilancio ti sei fatto? Ti saresti mai immaginato nel 2006 che sareste arrivati dove siete oggi?
Vent’anni sono un bell’intervallo di tempo per mettersi a fare un bilancio. Quando ero adolescente era un sogno anche solo immaginarmi di suonare oggi le canzoni scritte all'epoca. La cosa più straordinaria per me sono le nuove generazioni che ci scoprono e danno una nuova vita a tutti quei pezzi e a loro volta ispirano i nuovi artisti. È incredibile! Però sai, abbiamo avuto i nostri alti e bassi e non abbiamo avuto una traiettoria regolare come magari hanno altri artisti. Non è una cosa che puoi scegliere. Noi abbiamo sempre fatto del nostro meglio, ma ci sono tanti ingranaggi nel meccanismo che fanno sì che le cose poi vadano come vanno. Abbiamo avuto un successo commerciale pazzesco con il primo album e non lo cambierei per nulla al mondo. È stato incredibile, un primo spiraglio nel varco che dopo ci ha fatto lavorare ancora più duramente. Non è mai stato un peso, perché semplicemente amiamo profondamente fare musica insieme e non lo abbiamo mai vissuto come un lavoro.
Prima che arrivasse il successo, avevate anche un piano B in caso le cose non fossero andate bene?
Assolutamente no! Non credo nei piani B (ride, ndr)
Quindi fin da subito eri sicuro che ce l’avreste fatta?
Penso che in un certo senso siano stati i nostri primissimi fan a darci la sicurezza, fin dall'inizio, che avremmo sfondato. Ovviamente ci sono stati periodi difficili, ma non ho mai avuto un piano B, o comunque per quanto mi riguarda, avrebbe sempre riguardato la musica, che fosse fare l’autore o il produttore, con o senza i Kooks, cosa che sarebbe stata molto triste ovviamente. Alla fine ho lasciato la scuola a 16 anni e sai, ora che mi ci fai pensare, è un insegnamento che voglio tramandare ai miei figli: se sai veramente cosa vuoi, allora sei già a metà strada.

Diventare padre ha cambiato molto la tua visione come songwriter? È una di quelle cose che finiscono sempre per stravolgerti la vita.
Completamente. Adesso penso molto all’eredità artistica che lascerò e voglio che i miei figli siano orgogliosi delle cose che ho fatto. Ci sono alcune canzoni che ho scritto in passato su cui sono dovuto scendere a compromessi. Non mi fraintendere, non penso siano terribili, ma penso che oggi le avrei fatte in modo diverso. E poi sicuramente il fatto di avere figli è un ottimo ego-killer. Soprattutto in questo settore, dove la musica premia spesso i narcisisti. E anche se non lo sei rischi di finire intrappolato in questo meccanismo. Lo show business funziona così. Ma una volta che hai dei figli, tutto cambia. Almeno per me è stato così, mi ha fatto rimettere tutto in prospettiva e mi ha fatto mettere in terzo piano rispetto a loro.
Cosa intendi esattamente quando parli dei compromessi a cui sei dovuto scendere a patti su alcune canzoni? Hai ricevuto pressioni in passato per modificare alcuni pezzi?
Ti faccio un esempio: quando abbiamo fatto uscire Listen, che per me rimane uno dei nostri album migliori e più coraggiosi, ci avevo lavorato molto con Inflo, un producer che avevo scoperto su MySpace. Lui lavora in un modo molto diverso dal nostro e le sue influenze sono principalmente gospel e blues. Durante quelle sessioni, abbiamo suonato un paio di canzoni scritte da qualcun altro, Fraser T. Smith, che la nostra etichetta voleva assolutamente includere nel disco e alla fine sono finite nella versione deluxe dell’album. A me quei pezzi piacevano davvero tanto, ma non è una cosa che rifarei oggi. Li tratterei come un progetto separato dai Kooks. Ripeto, per me quelle canzoni erano davvero belle, semplicemente per me non c’entravano molto con quel disco.
Prima parlavi anche del narcisismo nel mondo della musica. Di recente, al listening party di James Blake qui a Milano, ha parlato proprio di come sia estraniante passare dalla vita in tour dove tutti ti idolatrano a quella di tutti i giorni. E sostiene che a volte staccare quest'interruttore può essere complicato. Ti ci rivedi?
Penso di ritrovarmici sotto alcuni aspetti. Di sicuro è una cosa che ora riesco a gestire molto meglio. Per me è stato molto strano, perché è successo tutto a 18 anni. Immagina quanto possa essere strano per un ragazzo di quell’età suonare a Top of The Pops, andare in tour in Italia e poi tornare a casa e vedere tutti i suoi amici arrotondare nei bar oppure prendersi un anno sabbatico prima dell’università. È davvero strano. Spesso chi scrive musica è molto insicuro da piccolo, ed è una sorta di strano paradosso per cui poi a scuola sei quello strano che sogna di essere un ragazzo popolare e quindi diventa arrogante per riuscirci. Io a scuola adoravo Liam Gallagher e volevo essere come lui, ma non sono lui. Lui è una fottuta rockstar, arrogante, senza peli sulla lingua, cresciuto a Manchester. Ma io non sono lui. Molte persone riescono ad adattarsi come l’acqua. Io non ci riesco e mi ci è voluto un po’ a trovare il mio vero io.

Parliamo un po’ del vostro ultimo album Never/Know. Volevo partire dalla copertina e chiederti se questa fosse una citazione voluta a Stop and Smell the Roses di Ringo Starr o solamente una cosa che ho visto solo io.
Sai che non ce l’ho proprio presente quella copertina? Tiene in mano una rosa? (ride, ndr)
Esatto.
Ah chiaro! Io adoro le rose e amo Ringo, adesso dovrò andare a recuperarmela.
Per quanto riguarda la direzione artistica di questo album, invece, è una cosa che avete deciso a monte o semplicemente avete seguito l’ispirazione?
È stato abbastanza intenzionale. Non ho cercato di ricreare un album che avesse avuto un successo commerciale, non ho provato a scrivere un’altra Naïve o OOh La. Ma ho avuto un'epifania lavorando con molti produttori. Io questa la chiamo l’era dei producer, perché negli ultimi 10-15 anni i produttori sono diventati importanti quanto gli artisti stessi, se non di più: vedi Jack Antonoff, Mark Ronson, Inflo e tanti altri. Alla fine molti di loro entrano a fare del tuo mondo e ci collabori e poi magari succede che ti perdi, ed è ciò che mi è successo. Dopo vent’anni ho pensato che fosse il momento giusto di riaffermare l’identità della band. Così mi sono messo ad ascoltare tutti quei gruppi che ascoltavamo quando abbiamo iniziato a suonare insieme o e alla fine ho scritto tutto l’album in cinque giorni.
Però! Niente male.
Sì, niente male per davvero (sorride, ndr) È un album pensato per essere impulsivo, l’ho pure prodotto, con giusto una/due take, ma volevo questo spirito da inizio anni '60, e soprattutto che fosse divertente da fare, che avesse la stessa anima del nostro disco d’esordio, senza pensarci troppo e jammando. E ci sono tutte le nostre influenze: Bob Dylan, Cohen, i Police, gli Smiths…
C’è qualche band di oggi che ti ascolti spesso in questo periodo?
Penso che le band stiano finalmente tornando in auge, veniamo da un periodo un po' monotono, ma adesso ne usciranno di interessanti. Oggi mi piacciono molto i Wallows e i The Thing.
L’apice dell’indie rock a livello commerciale lo abbiamo avuto nei primi Duemila, fino al 2010. Oggi si potrebbe dire che sta succedendo qualcosa di analogo con il post-punk, sei d’accordo?
Sì, con gli IDLES e i Fontaines D.C., band molto politiche, un’aspetto che fa parte del loro successo e della loro identità. Quando mi riguardo indietro penso che abbiamo vissuto un periodo stupendo, perché quando abbiamo esordito l’indie rock era mainstream, e sì, era tutto molto frenetico ma tirava un’aria positiva con band come gli LCD Soundsystem, gli Strokes, i Libertines... Noi volevamo essere quelle rockstar, fare cose emozionanti e divertirci un sacco. Oggi ci sono appunto i Fontaines D.C. e gli IDLES che rappresentano lo spirito delle nuove generazioni che vivono in un mondo instabile e incerto. Non sono più giovanissimi, per lo meno gli IDLES, che credo abbiano la mia età, ma rappresentano lo spirito delle nuove generazioni che vivono in un mondo alla deriva. Quando io stavo scrivendo Inside In / Inside Out nel 2006, quello era un periodo davvero stabile, ci ripensi e dici “mio Dio, se lo era!”. Poi certo sicuramente accadevano comunque cose molto brutte, ma oggi è tutto cambiato e c’è molta più rabbia, ed è giusto che si rifletta nella musica: è lo specchio dei tempi che viviamo.

Nella vostra carriera avete suonato ovunque, dalle piccole sale alle mega arene come la O2 di Londra. In Italia avete suonato molte volte al Fabrique di Milano, che probabilmente è un ottimo compromesso fra l’intimità dei club e l’adrenalina dei palazzetti. Se dovessi scegliere, qual è il tipo di venue dove preferisci esibirti?
È buffo perché giusto l’altro giorno descrivevo il Fabrique esattamente come hai fatto tu ora, si vede che grandi menti… (sorride, ndr). Comunque mi ricorda molto i club che frequentavamo per le serate indie in discoteca. Penso che suonare in posti come questo ti dia sempre una carica in più, ma credo che siamo a un punto della nostra carriera dove il nostro catalogo è a prova di palazzetto. E avremmo potuto fare interi tour così in passato, ma non l’abbiamo fatto. E in effetti penso che oggi sia meglio così, mi piacciono questi backstage non troppo enormi (ride, ndr). Però se devo pensarla da spettatore, allora preferirei al 100% andare a sentire la mia band preferita al Fabrique che non alla O2.
Per chiudere scusami ma devo farti una domanda che volevo farti da anni: sono vere le voci riguardo all’incidente fra te e Alex Turner degli Arctic Monkeys per cui…
Non è stato un incidente!
Quindi è vero che hai tirato una pedata in faccia a Turner perché ti aveva staccato l’amplificatore mentre stavi suonando?
Quando lo intervisti chiediglielo, anche se il suo personaggio pubblico è molto diverso da quello privato... Comunque in realtà non è stato niente di particolarmente aggressivo, anzi è una storia divertente. Adesso ti dico esattamente come è andata: in pratica era poco prima che Whatever People Say I Am, That's What I'm Not uscisse, eravamo in tour in UK con loro e gli facevamo da apertura. Un paio di volte erano pure venuti a sentirci, ma fino ad allora avevo conosciuto solo il bassista (Andy Nicholson, ndr), Alex non l’avevo mai incontrato. E quindi una sera ci stavamo esibendo a Sheffield, la loro città natale, quando vedo salire sul palco questo ragazzino della mia stessa età (Alex Turner, ndr), che inizia a scollegare i jack dalla mia pedaliera. E quindi naturalmente gli ho tirato un calcio in faccia. Niente di violento, del tipo che l’ho fatto sanguinare o roba simile, ma era solo un modo per dire vaffanculo! E a fine serata l’ho riconosciuto e gli ho detto “eri tu!”, ci siamo fatti una risata e ci abbiamo bevuto su. Ecco com’è andata!