You look at me like I’m a vagabond: intervista a Stu Larsen

by Federica Di Gaetano

Stu Larsen è, senza ombra di dubbio, una delle persone che stimo di più al mondo. Oltre ad essere uno degli esseri umani più gentili e disponibili che mi sia mai trovata davanti, è un artista con la A maiuscola, di quelli che vivono davvero di musica e per la musica. Grazie a lui ho conosciuto delle persone meravigliose e vissuto dei momenti incredibili, compreso un viaggio senza capo né coda per andare a sentirlo ad una sagra paesana nell’entroterra salentino.

Stu nasce trentasette anni fa a Dalby, una piccola cittadina australiana a qualche ora di macchina da Brisbane. A quattordici anni sua madre, per aiutarlo a superare la timidezza che da sempre lo ha contraddistinto, decide di regalargli una chitarra. Da questo momento in poi la musica non lo ha mai abbandonato. Dopo aver lavorato come cassiere e, successivamente, come impiegato in una banca, decide di lasciare tutto per girare il mondo inseguendo la sua più grande passione. Dopo una serie di EP, nel 2014 pubblica “Vagabond”, prodotto dall’amico fraterno Mike Rosenberg (Passenger, per intenderci).

A tre anni di distanza, Stu è tornato con il suo secondo lavoro, “Resolute”, pubblicato lo scorso luglio per Nettwerk Records/Warner Music. Il disco è composto da dieci brani, nati inizialmente sulle note del telefono mentre l’artista si trovava in tour, messe poi a punto fra un appartamento nella calda Valencia e un cottage sperduto in Nuova Zelanda e infine registrati, in parte, presso lo studio di Passenger a Brighton, in collaborazione con l’amico e collega Luke Thomson. Bastano queste premesse per far capire quanto la poetica di Stu sia pervasa dalla sua passione per il viaggio e dal bisogno costante di migrare, senza mai fermarsi troppo a lungo nello stesso luogo. Lo si può intendere perfettamente ascoltando la ritmata “I will be happy and hopefully you will be too” (“I wanna holiday in Cuba. Or Saint Vincent and the Grenadines. I really could be anywhere at all on earth as long as you’re with me”).

A fare da padrone sono le sonorità folk, che emergono in particolare modo nello spensierato singolo di lancio “Chicago Song”, che apparentemente sembrerebbe avere per protagonista una ragazza, quando in realtà si tratta di una splendida dichiarazione d’amore nei confronti della sua chitarra (una 1973 Martin D-35).

‘Cause I’ve been looking for a girl like you
To come and travel with a boy like me
Would you come and sing a little melody
And I’ve been waiting for a partner in crime
Split every dollar and share every diamond
Would you come and sing a little harmony.

L’album si apre con “Aereoplanes”, una ballata romantica che narra la storia di due innamorati costretti a vivere geograficamente lontani e che potrebbe essere l’inno di qualsiasi relazione a distanza (“And you’re on my mind all of the time, when I’m working from Glasgow and you’re on the train to Germany”). E la lontananza, sia fisica che mentale, fa da padrona anche nella malinconica “What’s a boy to do” (“And where are you now? Can I see you somehow Will you tell me what I do when I really need you”). La perla di diamante del disco è, a mio parere, la dolcissima e autobiografica “Going Back to Bowenville”. Qui Stu ripercorre tutta la propria vita, partendondo dall’infanzia trascorsa in una piccolissima cittadina dell”Australia e dalla timidezza che lo ha sempre contraddistinto

When I was a little boy
I was so shy and resolute
Someone knocking at the front door

I’d go and hide in my room
And if you call me on the telephone
I wouldn’t wanna talk with you

Altra traccia chiave è, certamente, la lunga e catartica “By the river”, in cui lo scrosciare della chitarra accompagna, idealmente, il fluire di un fiume in Nuova Zelanda

By the river, through the summer
I waited patiently
You would promise, with all your power
To come and rescue me
To come and set me free

Il mio consiglio è quello di recuperare questo disco se vi piacciono il folk, lo storytelling e i viaggi disorganizzati.

Stu sará in Italia questo weekend per due date, accompagnato  da Tim Hart, batteria e voce dei Boy & Bear: sabato 21 ottobre al Locomotiv Club di Bologna e domenica 22 ottobre al Serraglio di Milano (ingresso con tessera ACSI per entrambi i concerti). Io vi consiglio caldamente di non mancare.

 

Ho avuto l’opportunità di porre qualche domanda a Stu. Qui trovate l’intervista completa.

Traduzione a cura di Gaia Bandiziol

 

Cominciamo dal tuo nuovo album, “Resolute”. Hai scelto un titolo abbastanza corto, ma allo stesso tempo profondo; è collegato a una qualche esperienza che hai vissuto in passato?
Da bambino ero molto timido e determinato. Non parlavo con nessuno, ma mi sentivo come se sapessi ciò che volevo fare, e la cosa mi stava bene. Nel corso degli ultimi 10-15 anni sono riuscito a superare quella timidezza e non mi sono mai sentito più sicuro di ora rispetto a ciò che voglio e a come voglio vivere questa vita. Credo che “determinato” (cfr. “resolute”) sia una parola che si addice molto bene a questo periodo della mia vita.

Sono passati tre anni dall’uscita del tuo ultimo album “Vagabond”. Cos’è successo nella tua vita in questi tre anni? Ci sono eventi specifici che hanno influenzato la scrittura di questo tuo nuovo disco?
Dopo aver pubblicato “Vagabond” ho viaggiato per il mondo, suonato ovunque, visto città stupende e incontrato persone meravigliose. Queste sono le cose che hanno dato forma alle canzoni del nuovo album. Oh, inoltre, sono rimasto bloccato in un ospedale in Indonesia dove mi hanno tolto l’appendice… la cosa ha un po’ ritardato la registrazione del disco, ma alla fine ci siamo riusciti!

Quale canzone diresti rappresenta al meglio “Resolute”?
Probabilmente Going Back To Bowenville”, che è anche la canzone da cui deriva il nome dell’album. Essenzialmente è la storia della mia vita, riassunta in tre versi e un ritornello.

E quale diresti descrive la tua poetica?
Forse “By The River” è la canzone che la rappresenta meglio. Credo sia stata la canzone che mi è piaciuto di più scrivere, è stata una grande battaglia, ma è stato estremamente gratificante quando mi sono reso conto che era finita.

Ad un certo punto nella tua vita hai deciso di lasciare il tuo lavoro fisso in Australia per viaggiare per il mondo ed esprimere la tua passione nel comporre musica. Cosa ti ha portato a prendere questa decisione, che molti considerano rischiosa? Ti sei mai pentito della tua scelta?
Mi chiedi se mi sono mai pentito di aver lasciato il mio lavoro per viaggiare il mondo, vedere posti bellissimi, incontrare le persone migliori e suonare musica strada facendo? Assolutamente no. Sto vivendo un sogno e non riesco a credere di avere la possibilità di fare tutto ciò. Ma hai ragione, è stato un rischio fare quel primo passo, non sapevo cosa sarebbe potuto succedere. Sapevo solo che la vita che stavo facendo era troppo comoda, troppo facile, avere un lavoro e tutto ciò di cui pensavo di avere bisogno. Ho dato via il 90% di ciò che possedevo e sono partito con le poche monete che avevo in tasca, senza un piano definito. È stata la decisione più rischiosa che abbia mai preso in vita mia, ma alla fine è stata la più gratificante.

Quanto è difficile, al giorno d’oggi, per i giovani riuscire a costruirsi una carriera dal nulla e riuscire a vivere facendo musica?
È certamente possibile, ma bisogna darsi da fare. Molte persone sembrano pensare che tutto succederà senza il minimo sforzo, e magari potrà capitare a una o due persone, se avranno la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, ma chi rimane dovrà scendere in campo e guadagnarselo. E, parlando da cantautore, le storie verranno da lì, dal lavoro duro. Bisogna essere pronti a rischiare tutto. Bisogna essere pronti a rimanere senza soldi lungo la strada. Bisogna essere pronti a dire di sì a ogni piccola opportunità che si presenterà. Se non sei pronto a fare quel primo passo, potresti ritrovarti a dover aspettare molto tempo prima che succeda qualcosa.

La tua vita è un viaggio infinito. Hai mai desiderato fermarti?
Ogni volta che mi fermo per una o due settimane, sono prontissimo a partire di nuovo. Non so quando sarò pronto a fermarmi… questa vita dà dipendenza e ci sono ancora così tanti posti che voglio vedere.

Passenger ha avuto un importante ruolo nello sviluppo della tua carriera. Come vi siete incontrati? Cos’è nato per primo: l’amicizia o la collaborazione professionale?
Ha assolutamente avuto un ruolo fondamentale, in effetti, sostanzialmente devo la mia carriera a Mike. Prima di incontrarlo, ciò che stavo facendo non era strutturato, non avevo un programma. Mi ha dato la possibilità di trasformare tutto questo in una carriera e gliene sarò per sempre grato. Ci siamo incontrati nel 2010 quando stavo aiutando dei miei amici, avevano da poco fondato una band e mi sono offerto di guidare il furgone, di vendere i cd e di aiutare dove potevo. Si chiamavano Boy & Bear e Passenger ha aperto i concerti di un tour che hanno fatto verso la fine dell’anno. Ho conosciuto Mike (e il suo manager Dan) durante il tour e l’ultima sera mi hanno chiesto se fossi disposto ad aiutare Mike durante il suo tour all’inizio dell’anno successivo. Dopo aver trascorso un mese in viaggio all’inizio del 2011, siamo entrati veramente in sintonia e abbiamo continuato a viaggiare insieme per altri 2 o 3 anni, solo noi due. Mi ha mostrato il mondo e mi ha trasmesso il suo contagioso desiderio di scoprire le meravigliose persone che ci vivono e i posti stupendi che ci sono.

Pensi che la tua carriera sarebbe diversa se non avessi incontrato Mike?
Onestamente, non so come sarebbe la mia carriera se non l’avessi incontrato. Mi piace pensare che sarei riuscito a trovare la mia strada prima o poi, ma sono certo che la mia vita sarebbe incredibilmente diversa se non ci fosse stato Mike.

Che nuovi artisti folk suggeriresti ai nostri lettori?
Devo nominartene un paio… The Teskey Brothers da Melbourne, Australia non rimarranno un segreto ancora per molto tempo, il loro nuovo album “Half Mile Harvest” è al momento il più ascoltato nella mia collezione. Inoltre, voglio nominare anche Ken Yates da Londra, Ontario! È uno dei migliori autori in cui mi sono imbattuto di recente, la sua etica di lavoro non è seconda a nessuno ed è anche uno dei ragazzi più gentili che io abbia mai incontrato.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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