15 (+1) canzoni che hanno fatto la storia del trash italiano

by Jacopo Giovanni Peroni

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Volevamo soltanto essere uno degli 883, eppure, anni di casalingo nonsense karaoke non c’hanno salvato dall’inevitabile balenare alla deriva di un’asintomatica crisi di nervi discografica, dimenticato ormai ogni costume anacronisticamente astruso che Little Tony provò ad insegnarci insieme a Gabry Ponte, suo secondo in comando. Il Vate non scrisse “fatti voi foste per vivere come bruti”, tuttavia eccoci qua a giocare ai dadi i brandelli di una nostra reclamata parvenza di seria professionalità.
Questa non è la lista che l’Internet meritava, né tantomeno quella di cui aveva bisogno, ma è quella che tracotantemente si rivolge al barlume di istintiva e primordiale emozione che tutti in parte proviamo verso i grandi poeti della nostra storia moderna. Lo stesso sentimento che tentiamo di soffocare le volte in cui descriviamo i nostri generi musicali preferiti, aggrappandoci esclusivamente a termini in grado di spaventare anche la più inclusiva delle cerchie sociali (under 25) dove la massima espressione del Rock è rappresentata da Ligabue.
Decade per decade, questa lista è per chi non ha mai smesso di credere nella Italo Dance.

Bobby Solo Domenica D’Agosto
In previsione del disagio che accompagnerà questa pagina, diamo il via alle danze con qualcosa di leggero: il nostro poeta che segna gli anni ‘60 è Bobby Solo, pseudonimo di Roberto Satti. E già qua le premesse sono buone. Moderno precursore dei tormentoni delle vacanze italiane, questo brano non solo vanta un testo a suo modo prospettico, ma conquista la decade per il sagace uso onomatopeico di quel “Splash”, ripetuto in ciascuno dei quattro versi, e per l’incontenibile brio di vera anima tormentata che non si esime dal parlarle di girarrosti e bibite. Tranquilli, le cose peggioreranno.

 

SkiantosMi Piacciono le Sbarbine
Anni ’70: sono passati una decina d’anni dalla Domenica di Bobby. Il mondo cambia, la musica con lui. Si sciolgono i Beatles, esce Dark Side Of The Moon, nascono i Dire Straits, viene inventato il Compact Disc. Nel frattempo, gli Skiantos, gruppo rock demenziale (si ringrazia Wikipedia per aver coniato un nuovo genere), decidono di dedicarsi allo Stilnovismo componendo il seguente brano, un professarsi come innamorati dell’amore, in pratica. Due punti bonus per il finto accento british.

 

Pino D’Angiò – Ma Quale Idea
Se dovessimo indicare un solo periodo come principale culla del trash nostrano, gli anni ’80 sarebbero sicuramente in pole position. Gli eccessi dell’Edonismo Reaganiano ci regalarono infatti un patrimonio culturale assolutamente invidiale, oggi più che mai riportato in auge dal revival degli eighties stessi. Pino D’Angiò, protettore di tutte le Disco Lizard più agguerrite, nel 1981 aprì la via con un brano totale: testo imbarazzante da vero sguardo di serpente, tastiere, falsetto e un basso da paura che aggiunge quel tocco di groove assurdo.

 

Decibel – Contessa
Dimenticarsi di Enrico Ruggeri nazionale e dei suoi Decibel sarebbe sacrilego ed empio nei confronti di questo articolo, specialmente quando uno dei momenti catartici più alti della mia (non) cultura musicale fu il ritrovamento, nel cesto dei cd in svendita, di All In – L’ultima follia di Enrico Ruggeri, album tripartito dalla dubbia copertina, in cui Ruggeri stesso viene sequestrato a mano armata da un tizio in passamontagna. Allora non ebbi abbastanza coraggio per comprare tale opera, ma ancora mi attanagliano le domande a riguardo, da quelle riguardanti la storia dietro la copertina a quelle sul perché ci siano delle cover di Bowie al suo interno. Comunque sia, prima ancora che mettessero gli Strokes in Marie Antoinette, c’erano i Decibel e la Co-Co-Contessa. D’altronde, come usa dire: noblesse oblige.

 

Scialpi – Rocking Rolling
Laser, neon, sintetizzatori, la Ferrari di Magnum PI. Potrei nominare altro che rievochi gli anni ’80 e parte dello stile Outrun? Ovviamente sì: Blade Runner. A tal proposito infatti, il popolo italiano ai tempi poté anche godere del suo spin-off ante litteram ideato da Scialpi, vero artista cybercommando nato dalle tossiche ceneri dell’industria musicale: futuro distopico cyberpunk, mullet aggressivo alla Fuga Da Los Angeles. Dicevamo, Ridley chi?

 

Righeira – Vamos A La Playa
Altra ossessione simbolo di questa decade erano le vacanze in luoghi tropicali. La bella vita mistificata alla Gordon Gekko era ormai entrata nel subconscio collettivo e i Righeira lo sapevano bene, fin troppo bene. Sviarono così il verbo di Gordon con le loro camicie in camouflage da party esotico/esoterico, il capello leccato e l’orologio-telefono al polso (Cupertino ringrazia) consci del fatto che ogni business fosse sempre un po’ risky. I Righeira sì che c’avevano visto giusto. Obbligatoriamente, todos col sombriero per evitare el viento radiactivo.

 

Jerry Calà – Maracaibo
Mantenendoci sulla stessa tematica estiva appena vista, troviamo anche Maracaibo, singolo in origine cantato da Luisa Colombo nel 1982, all’epoca però non abbastanza trash per i nostri fini palati di musicofili alla ricerca del peggio. Per portare questo articolo verso nuove vette (o gironi infernali) era necessario attingere a qualcosa di ancora più potente, qualcosa che il senno umano non avesse ancora decifrato: Vacanze di Natale del 1983, il peccato originale dei cinepanettoni. Prima dei titoli di coda di quest’ultimo infatti, un relativamente giovane Jerry Calà intona il brano con fiera dedizione alla parte, rappresentando quella che fino ad allora era la massima rappresentazione del trash italiano.

 

Francesco Salvi – C’è Da Spostare Una Macchina
Nonostante il tramonto di una decade, i nostri poeti lavoravano instancabilmente notte e giorno per narrare le fatiche umane: è il caso di Francesco Salvi, un uomo che cercava semplicemente di svolgere il proprio lavoro nonostante mille difficoltà. Almeno credo. Con la stessa determinazione con cui mise piede sulla pista da ballo per dire che c’era da spostare una macchina, così entrò di petto nella disco music e nei mixtape di innumerevoli locali. Hey disk jockey, è un diesel!

 

Al Bano & Romina – Cara Terra Mia
Terminata questa prima carrellata di composizioni artistiche, concediamoci un breve pit-stop. Ragazzi, come andiamo? Anzi, “come va, come va? Tutto ok, tutto ok?”

 

883 – Rotta x Casa di Dio e La regola dell’amico
Ci siamo. Sono finalmente arrivati gli anni ’90 e con loro la piena consapevolezza di questo sotto filone “culturale”. Anni di evoluzione hanno portato il genere umano qui, al cospetto di coloro i quali detengono a tutti gli effetti lo status di icone sovrane del genere. Coi loro album hanno raccontato a più generazioni gli anni passati, la geografia e i punti cardinali, i fumetti prima che fossero di moda e soprattutto le regole non scritte della società di fine secolo. Stiamo parlando degli 883, massimi trovatori di un’epoca passata. Dagli spaccati di convivialità spiccia da Autogrill con in mano birra e camogli alle massime sulle pubbliche (e private) relazioni, il tutto mentre il nostro amichevole Cisco passa in bagno un’eternità (shalala).

 

Pitura Freska – Pin Floi
Venezia, estate 1989. I Pink Floyd si esibiscono su uno zatterone davanti a Piazza San Marco sotto gli occhi di circa duecentomila persone: in teoria una performance da sogno, in pratica un incubo organizzativo per il fan medio e la sua maglietta raffigurante la copertina di Animals. Un dramma esistenziale che venne ripreso un paio d’anni più tardi dai Pitura Freska, gruppo reggae veneto con la peculiare attrattiva di cantare in dialetto: insomma, tre elementi essenziali per una ricetta dal risultato garantito; che dire? “Oi fioi ndemo veder i Pin Floi”.

 

Eiffel 65 – Blue (Da Ba Dee)
Giunti ormai a questo punto, ogni forma di preambolo sarebbe solo una perdita di tempo. Chiunque sia cresciuto all’ombra delle colline di Windows XP sapeva già dalle primissime righe dell’intero articolo che, prima o poi, la trinità Italo Dance si sarebbe qui manifestata, risvegliando così quella particella di Uomo Gatto che alberga dentro di noi e che “indovinerebbe con una” (cit.) i prossimi tre brani. In principio era Gabry Ponte con i suoi capelli gellati e i compagni d’avventure spaziali, gli Eiffel 65. Blue (Da Ba Dee) è infatti ad oggi uno dei più grandi successi italiani a livello internazionale: partita dalla lombarda Discoradio, arrivata in Canada con un Disco d’Oro, in Nuova Zelanda con uno di Platino e in Francia con uno di Diamante. Pensa te.

 

Gigi D’Agostino – L’Amour Toujours
Fine anni novanta, gli Eiffel hanno ormai lanciato la scena italiana oltre la stratosfera. Tuttavia, un nuovo sfidante, nome d’arte Gigi D’Ag, riesce a distinguersi e farsi notare anche oltre i confini del Bel paese grazie alla base del suo ultimo singolo, Bla Bla Bla. Coglie l’occasione e prende il toro per le corna, rilasciando quella che sarà la sua opera più grande: L’Amour Toujours, un doppio album diviso in Chansons for the heart e Beats for the Feet (poeta vero). Tra questi 23 brani, spicca l’omonima L’Amour Toujours e la sua celeberrima sequenza di beat che qualsiasi supergggiovane inside potrebbe recitarvi a memoria. Da quel momento l’incoronazione poetica a capitano de Le Rotonde di Garlasco non tardò ad arrivare, insieme al suono di una leggenda che viene narrata ancora oggi.

 

Gabry Ponte feat. Little Tony – Figli di Pitagora
Nonostante i successi raggiunti e una volta superato il Millenium Bug, Gabry Ponte prese la difficile decisione di abbandonare, per divergenze stilistiche, il gruppo con cui aveva raggiunto la fama planetaria anni prima. La musica dance pareva infatti essere sul viale del tramonto, così come i suoi ribelli braccati dall’Impero Pop; fu in quel momento che il dj decise di recarsi presso un maestro di arti apparentemente passate: Little Tony. Solo allora si accese la scintilla del featuring di cui l’Italia non sapeva di aver disperatamente bisogno. La dance e il rock’n’roll si incontrarono a metà strada di un testo iconografico (?), critico (?) e con i Depeche Mode (???).

 

Il Pagante – Fuori Corso
Dell’attuale decade pochi sono stati i fenomeni virali made-in-Youtube riusciti a traslare il loro seguito in concrete affermazioni discografiche. Volenti o nolenti, in quest’ultima categoria non possiamo che non citare Il Pagante, trio di Milano ironico e trash al punto giusto, sulla cresta dell’onda da anni. A spizzichi e Bocconi, le loro canzoni sono le classiche che facciamo tutti finta di non conoscere davanti ad amici e parenti per non rimetterci la faccia, anche se in verità, quello di cui abbiamo veramente bisogno è solo un qualcuno che ci dia il là con un bel “che dramma l’esame di finanza” per soffrire ancora di quella piccola dose di stress post traumatico dovuto al fatidico momento in cui i flussi di cassa proprio non ne volevano sapere di quadrare a tre minuti dalla consegna. Alla sera leoni…

 

Round bonus: O-Zone – Dragostea Din Tei
Prima regola del Trash Club: non ci sono regole. In altre parole, un doveroso cliché per ammettere nella lista gli O-Zone, gruppo dance moldavo. Infatti, prima ancora che un noto distico venisse trafugato in maniera più che profana dalle corde dei White Stripes per i mondiali del 2006, le emittenti nostrane inflazionarono ovunque e senza alcun ritegno questo brano, al punto da garantirgli oggi una posizione tra i vari mostri sacri. Per chi ancora non avesse capito di che canzone si tratti, ricordiamo che Dragostea Din Tei ai tempi era conosciuta sotto l’epiteto del proprio ritornello: “nu ma nu ma iei”.

E se non ne avessi abbastanza, abbiamo anche la lista delle 10 migliori canzoni trash (o meno) a cui è impossibile resistere.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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