08 marzo 2020

All girls to the front: 15 canzoni femministe che dovreste tutt* ascoltare

L'8 marzo in tutto il mondo si celebra la Giornata internazionale della donna, anche se in Italia sembra persistere una gran confusione relativamente al suo vero significato. Nel nostro paese, infatti, viene da sempre erroneamente utilizzata la dicitura Festa della donna e la ricorrenza viene completamente spogliata dei suoi significati storici, politici e sociali per andare a confondersi con un'occasione ghiotta per il capitalismo. I locali organizzano serate a tema, negozi, cinema e ristoranti propongono omaggi e promozioni dedicate alle clienti, in ogni angolo è possibile acquistare mimose. Ma non solo. Alle donne, solo ed esclusivamente per una serata all'anno e magari anche dietro compassionevole concessione del partner, è concesso comportarsi come gli uomini, uscire con le amiche, ubriacarsi, partecipare a serate che prevedono l'esibizione di spogliarellisti, ovviamente a patto che l'indomani torni tutto alla normalità.

La storia della Giornata internazionale della donna ha avuto inizio in occasione del VII Congresso della II Internazionale socialista, tenutosi a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907 ed è proseguita poi negli Stati Uniti, dove il 23 febbraio 1909 su iniziativa del Partito Socialista americano è stato celebrato per la prima volta il Woman's Day. Successivamente, l'8 marzo 1917 (secondo il calendario giuliano ancora in vigore all’epoca in Russia, l’8 marzo corrispondeva al 23 febbraio) le donne di San Pietroburgo dichiararono sciopero e organizzarono una grande manifestazione per chiedere la fine della guerra e l'evento viene tuttora utilizzato per indicare l'inizio della Rivoluzione russa di febbraio. Inizialmente denominato Giornata internazionale dell'operaia, il 16 dicembre 1977 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite stabilì che l'8 marzo venisse identificato come Giornata internazionale della donna.

Su Noisyroad ci occupiamo di musica e per questo abbiamo pensato che il modo migliore per celebrare questa giornata fosse parlare di musica. Quando si pensa al femminismo nel mondo musicale, la prima cosa che salta alla mente è senza dubbio il fenomeno Riot Grrrl, un movimento punk femminista nato agli inizi degli anni Novanta nello stato di Washington, in concomitanza con l'avvento della terza onda femminista. Sotto questo termine venivano identificate  diverse band appartenenti prevalentemente al genere punk (come per esempio Bratmobile, Bikini Kill, L7) composte esclusivamente o prevalentemente da donne, accomunate dal desiderio di battersi per la parità di genere, promuovere l’autodeterminazione della donna attraverso la musica e opporsi al sessismo e alla misoginia dilagante non solo nella società, ma anche in un panorama artistico storicamente dominato da uomini. E' divenuto celebre il motto «all girls to the front», con cui Kathleen Hanna, leader delle Bikini Kill, durante i concerti invitava le donne presenti fra il pubblico a non rimanere in un angolo, ma a farsi coraggio e posizionarsi sotto palco, riappropriandosi di uno spazio generalmente riservato agli uomini.

Negli anni 2000 è salito alla ribalta il caso delle Pussy Riot, collettivo punk militante femminista russo, nata alla fine del settembre 2011, subito dopo che Vladimir Putin aveva annunciato che si sarebbe ricandidato alle elezioni. La band è divenuta celebre perché in seguito a una performance andata in scena il 21 febbraio 2012 all’interno della cattedrale moscovita del Cristo Salvatore tre componenti del gruppo, Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Yekaterina Samutsevich, sono state arrestate e accusate di vandalismo motivato da odio religioso. Samutsevich è stata scarcerata nell'ottobre 2012 su decisione della corte d'appello, mentre Tolokonnikova e Alyokhina sono state condannate alla detenzione in durissimi campi di lavoro e liberate con un’amnistia solo il 23 dicembre 2013.

E in Italia com'è la situazione? Beh, non proprio idilliaca se si considera il fatto che è ritenuto normale che le artiste presenti sul palco del Concertone del primo maggio a Roma si possano letteralmente contare sulle dita di una mano; che con la scusa del "fatevi una risata" puoi cantare testi misogini e trovare spazio sui palchi di festival importanti senza che nessuno possa obiettare; che una canzone che parli di violenza sulle donne va bene purché non risulti scomoda e che per scriverla sia necessario impiegare ben cinque autori, ovviamente tutti uomini, e utilizzare frasi retoriche e al limite del raccapricciante su petali, carezze e fiori calpestati; e che, ciliegina sulla torta, durante la settantesima edizione del Festival di Sanremo abbiamo assistito a conduttori maschi ultracinquantenni che hanno affermato con convinzione di aver scelto come co conduttrici donne innanzitutto di bell'aspetto e in grado di stare un passo indietro rispetto ai propri uomini e, anziché rendersi conto di aver fatto delle affermazioni sessiste, prendersi le proprie responsabilità e chiedere scusa, hanno cavalcato l'onda delle polemiche per cinque serate con battute becere e imbarazzanti.

In questo articolo abbiamo quindi deciso di dare spazio ad artist* che non hanno avuto paura di far sentire la propria voce e di stilare una lista di canzoni femministe, che comprende brani musicalmente affini al nostro mondo. Ovviamente si tratta di un elenco piuttosto breve e, per ragioni di spazio, abbiamo dovuto tralasciare moltissimi altri brani, che vi invitiamo quindi a cercare, scoprire e approfondire. Per iniziare, vi suggeriamo una playlist molto valida, in cui potrete trovare pezzi in italiano, francese, giapponese, inglese, spagnolo.

Camp cope - the opener 

Yeah, tell me again how there just aren't that many girls in the music scene

La traccia d'apertura di How to Socialise & Make Friends (2018), secondo album delle australiane Camp Cope è un vero e proprio manifesto sul sessismo dilagante all'interno dell'industria musicale e su cosa significhi essere donna e fare musica oggi. Mentre la prima parte del brano si concentra prevalentemente su una relazione ormai naufragata ed è una sorta di lettera aperta a un ex ragazzo («and maybe I’ll come crawling back to you like, that was your plan, right?»), nella seconda il focus si sposta sul mondo musicale e le ragazze fanno una vera e propria summa di tutto ciò che si sono sentite dire nel corso della loro carriera da colleghi musicisti e addetti ai lavori uomini. Dalla tendenza, anche involontaria, a fare mansplaining («It's another straight cis man who knows more about this than me»), al pensiero comune che se una donna riesce ad emergere nel suo campo e ad avere successo non sarà di certo perché ha talento e ha lavorato sodo, ma perché ha ricevuto qualche aiutino o è stata semplicemente fortunata («and all my success has got nothing to do with me») fino alla convinzione che una band composta solo da donne dovrebbe rassegnarsi in partenza, tanto non potrà mai arrivare a fare gli stessi numeri dei propri colleghi maschi («It's another man telling us to book a smaller venue, 'nah, hey, cmon girls we're only thinking about you»). Viene inoltre perfettamente spiegato come il personale e il politico siano profondamente intersecati e come non basti semplicemente rispettare le donne e definirsi un alleato se poi non si fa nulla per risolvere il problema su più larga scala («It’s another all-male tour preaching equality»). Nella conclusione, si sottolinea come spesso non sia ben chiaro che non basta coinvolgere in un progetto una donna (una donna caso, perché tanto siamo tutte uguali e intercambiabili) per ripulirsi la coscienza, come suggerisce sarcasticamente l'ultimo verso («yeah, just get a female opener, that'll fill the quota»).

Even our friends were in the way they would try and tell us what to do, as if we didn’t know. Some of the people who say they’re supporting you are the people who don’t realize how sexist they’re being, who don’t treat us like we’re capable. It was important for them to realize. And, after hearing the song, a lot of them did. They came to us and were like, «OK, yeah, you’re right»

Sono tutti problemi nei confronti dei quali Georgia, Kelly e Sarah sono da sempre in prima linea e non solo all'interno dei loro brani o sui social. Basti pensare che mentre si esibivano sotto un tendone a Lorne, Victoria, in occasione del Falls Festival, le tre ragazze hanno cambiato le parole di The Opener in «It’s another man telling us we can’t fill up a tent / It’s another fucking festival booking only nine women» non solo mettendo in luce la preoccupante minoranza numerica di artiste donne presenti nelle line up dei festival di tutto il mondo, ma sfidando anche il più grande festival itinerante dell'Australia direttamente da uno dei suoi palchi. E sapete, per tutta risposta, come si sono giustificati gli organizzatori? Affermando che loro cercano di contattare le migliori band sulla piazza, tenendo conto della percentuale di genere, ma non sempre questo è possibile. Insomma, quando si dice aver compreso il problema. Ma d'altronde, come quasi urla di rabbia Georgia «yeah, tell me again how there just aren't that many girls in the music scene»

All'interno dello stesso disco è presente un altro brano fortemente d'impatto. Si tratta di The Face of God, che racconta senza giri di parole il tema del consenso in ambito sessuale e di come troppo spesso i partner tendono a forzare le donne a fare cose che non desiderano e/o che non le fanno sentire a proprio agio («I had to say no and stop more than once, way too many times and you just kept trying to change my mind»), tal volta senza nemmeno rendersi conto di non star rispettando la loro volontà («I bet you didn't even think about what you did»). Si prosegue poi analizzando come la narrazione in caso di molestie o abusi sessuali finisca per tralasciare il focus del problema, ovvero gli uomini e la cultura dello stupro, per concentrarsi invece sulla responsabilità delle donne, su elementi irrilevanti come l'orario della notte in cui si trovavano da sole, il fatto che fossero o meno sobrie piuttosto che gli abiti che indossavano («now you've got me questioning everything I did or what would've happened if I'd done one thing different»). Ed è proprio questo uno dei motivi per cui le vittime si ritrovano ad aver paura di denunciare le violenze che hanno subito, il fatto di non venir credute o di essere portate a sentirsi in colpa («and said I did something wrong, that somehow what happened to me was my fault»). Un altro punto focale che viene evidenziato è la fama di chi commette un abuso. Succede costantemente che nel momento in cui un personaggio famoso (in questo caso un musicista) viene accusato di molestie, abusi, comportamenti sessuali inappropriati i fan e la stampa tendano a non credere che possa aver commesso qualcosa di sbagliato finché non lo ammette nero su bianco, solo perché all'apparenza sembra un tipo a posto o perché ha realizzato qualcosa di artisticamente rilevante. E, talvolta, anche in caso di colpevolezza provata, si finisce per scusarlo, come se il fatto di essere bravo nel proprio lavoro contasse come un'assoluzione.

Could it be true?
You don't seem like that kind of guy
Not you, you've got that one song that I like
They said he's got one song that I like

Could it be true?
You couldn't do that to someone
Not you, nah your music is too good
They said your music is too good
Kept saying your music is too good
They said your music is too good

Courtney barnett - nameless, faceless

I wanna walk through the park in the dark
Men are scared that women will laugh at them
I wanna walk through the park in the dark
Women are scared that men will kill them

In Nameless, Faceless, primo singolo estratto da Tell Me How You Really Feel (2018), la cantautrice australiana Courtney Barnett si focalizza sulle interazioni online e sul bullismo messo in atto da uomini abituati a sputare veleno nascosti dietro uno schermo, spesso rifugiandosi dietro la maschera dell'ironia («go on, tell me you're just kidding»). Immagina di ritrovarsi faccia a faccia con uno di loro, nei confronti dei quali prova un mix di rabbia e compassione e, oltre a interrogarlo sulla motivazione che lo ha spinto ad agire in questo modo nei confronti di una donna, prova a ragionare su ciò che si cela dietro atteggiamenti e comportamenti misogini per cercare di comprendere da dove essi derivano e perché vengano messi in atto.

Don't you have anything better to do?
I wish that someone could hug you
Must be lonely
Being angry
Feeling over-looked
You sit alone at home in the darkness
With all the pent-up rage that you harness

Se i versi si concentrano sul mondo virtuale, nella parte centrale l'attenzione si sposta invece su immagini drammaticamente reali che raccontano il senso di paura e impotenza che le donne si ritrovano troppo spesso a provare nei confronti degli uomini, che siano essi i loro compagni o dei semplici sconosciuti. Il ritornello non è altro che una parafrasi di una frase pronunciata da Margaret Atwood, poetessa e scrittrice canadese divenuta celebre con il romanzo distopico The Handmaid's Tale (1985). Ed è un'immagine tristemente reale e in cui moltissime ragazze possono facilmente immedesimarsi quella che ci regala Courtney quando canta la paura di attraversare la città di notte in solitaria, che porta a stringere tra le nocche le chiavi di casa,  per essere pronte a difendersi in caso di aggressione («I hold my keys between my fingers»).

Marika hackman - hand solo

I gave it all, but under patriarchal law
I'm gonna die a virgin

Come si può intuire dal titolo, Hand Solo di Marika Hackman, contenuta nel suo terzo album Any Human Friend (2019), è una bellissima canzone sulla masturbazione femminile, considerata ancora da troppe donne come un tabù e percepita come qualcosa di vergognoso e imbarazzante. Il brano è accompagnato da uno splendido e ironico video dalle tinte pastello, che mostra una serie di mani che riproducono l'atto della masturbazione. Inizialmente vengono utilizzati oggetti di uso quotidiani, l'attenzione si sposta poi su alcuni luoghi (memorabile la scena in cui un dildo gigante penetra letteralmente piazza San Pietro) e, infine, viene stimolata la Terra, finché il Cosmo non è esplode in un metaforico orgasmo; questa scena è accompagnata da una serie di frasi che sono state inviate anonimamente a Marika da alcune fan. Il video è stato diretto da Sam Bailey e, per la sua realizzazione, la regista e Marika hanno lavorato a stretto contatto con Evie Fehilly, che si occupa di educazione sessuale e conduce workshop sex positive a Londra.

We asked for any female-identifying people to anonymously submit their experiences of shame relating to masturbation, and we received so many heart-breaking and heavy stories. I hope that when people see these accounts, they can relate and realise that there’s no shame in masturbation

L'obiettivo principale di questa canzone è quello di rivendicare il diritto delle donne al proprio piacere e diminuire lo stigma e la vergogna che spesso accompagna i discorsi sull'autoerotismo femminile. La prima metà del brano descrive alcune leggende metropolitane che si tramandano da decenni, come quella secondo cui la masturbazione porta alla cecità («when I go blind, will you keep in mind») oppure comporta la crescita di peluria sulle mani («oh, monkey glove»).
Nel secondo verso, invece, troviamo la frase più incisiva del brano, «I gave it all, but under patriarchal law I’m gonna die a virgin», in riferimento all'idea fortemente patriarcale che il piacere delle donne in ambito sessuale non sia importante a meno che non coinvolga e gratifichi attivamente gli uomini. In più, nella nostra società viene ancora attribuito un valore rilevante al concetto di verginità e permane l'idea che venga persa esclusivamente attraverso il sesso penetrativo, andando così a invalidare la sessualità di migliaia di donne queer.

As a queer woman I find the idea that sex is penetration really interesting. It’s like, who’s to tell anyone what sex is? It’s so much broader than that. Technically, if that’s the way we’re doing it, then I will die a virgin. I’m an incredibly sexual being so that’s obviously not the case.

First aid kit - you are the problem here

No one made you do anything
You are the problem here

Il singolo You Are The Problem Here è stato rilasciato il 10 marzo 2017, in concomitanza con l'International Women's Day e non ha nulla a che vedere con il folk luminoso a cui le sorelle Söderberg ci hanno abituati nel corso della loro carriera. Si tratta di un brano diretto e aggressivo, in cui le parole vengono quasi urlate su riff di chitarra elettrica taglienti come lame di coltelli. Emerge tutta la rabbia, la frustrazione e il disgusto che le due ragazze provano nei confronti dei comportamenti maschili che stanno descrivendo.

It isn’t a typical First Aid Kit-song. It’s angry and direct. It’s a song written out of despair. After reading about yet another rape case where the perpetrator was handed a sentence which did not at all reflect the severity of his crime we felt upset and vengeful. We were, and are, sick of living in a society where the victims of rape are often blamed for the horrible thing that has been done to them. Our message is clear and should not be controversial in the least: if you rape, you are the problem. Alcohol is not the problem. So called “youth culture” is not the problem. You are. And you always have a choice.

Come lo stesso duo ha raccontato, il brano è stato ispirato da una vicenda avvenuta nel 2015, quando il ventenne Brock Turner ha aggredito e violentato una ragazza ubriaca dietro un cassonetto nel campus universitario di Stanford. Il colpevole, anziché ammettere il proprio crimine ha deciso di scrivere una lettera in cui attribuisce la colpa all'alcol e alla cultura dei party presente nei college. Oltre il danno la beffa, considerando che al termine del processo il giudice lo ha condannato a soli sei mesi di carcere (di cui ne ha scontati soltanto tre), perché secondo lui una pena detentiva avrebbe avuto un grave impatto su di lui e non voleva rovinargli la vita.
Troppo spesso quando si parla di molestie e violenze sessuali la narrazione viene modificata, addolcita, semplificata a favore degli uomini che se ne sono resi protagonisti. Si trovano delle scusanti, che possono variare dall'alcol in circolo («no one made you do anything, that's not how liquor works»), all'abbigliamento indossato dalla vittima nel momento dell'aggressione, fino al fatto che "non ha detto esplicitamente di no, sembrava le stesse piacendo".

God damn it, I've had enough
When did you come to think refusal was sexy?
Can't you see the tears in her eyes?
How did you ever think you had the right to
Put your entitled hands up her thighs?

Quando c'è da dispiacersi per qualcuno, le donne non sono mai rilevanti, non è del trauma che hanno subito e che si porteranno dentro per sempre, le vite rovinate di cui ci si preoccupa sono quelle degli stupratori («do you really expect anyone to feel sorry that you ruined your own life?»). E, talvolta, si arriva persino a utilizzare la retorica del «cosa faresti se fosse tua sorella/madre/figlia?», come se una donna non andasse rispettata sempre e comunque in quanto essere umano, ma semplicemente quando si ha con lei un rapporto di parentela.

And we don't need to be diminished
To sisters or daughters or mothers
I am a human being, that is how you relate to me

Stella donnelly - boys will be boys

My friend told me of a secret
Told me that she blames herself

Beware of the Dogs, l'album di debutto della ventisettenne australiana Stella Donnelly è stato pubblicato l'8 marzo 2019. Nessuna data sarebbe potuta essere più azzeccata di quella in cui si celebra l'International Women's Day per il lancio di un disco che è femminista fino al midollo. La prima canzone su cui è necessario soffermarsi è Boys Will Be Boys, uscita nel 2017, solo due giorni prima che scoppiasse lo scandalo legato a Harvey Weinstein e che il movimento #METOO diventasse virale in tutto il mondo. Il brano è stato scritto dalla giovane artista inizialmente per sfogare la rabbia, la tristezza e la sensazione di impotenza provate dopo che una sua amica è stata vittima di violenza sessuale ma, successivamente, si è trasformato in una vera e propria denuncia sociale che delinea perfettamente i contorni della cultura dello stupro.

I felt helpless, hopeless about what had happened to my friend. I wanted a way to get revenge without directly affecting that person and I wrote with the hope that they would hear it one day and [also] people who had blamed victims of sexual assault – even girlfriends of mine had said stuff like, ‘why did you go home with him?’

Il brano ruota intorno alla tendenza radicata nella società a riversare la colpa delle molestie e delle aggressioni sessuali esclusivamente sulla vittima, giocando su fattori come l'abbigliamento, il fatto che avesse bevuto o che si trovasse per strada da sola a tarda notte («why was she all alone, wearing her shirt that low?»), trovando invece sempre delle scusanti per gli aggressori, arrivando persino a giustificare i loro crimini, definendoli delle semplici ragazzate («they said, "boys will be boys"», «your father told you that you're innocent»). Il video, invece, ha lo scopo di mostrare il peso e il senso di colpa che segna indelebilmente le vittime, mentre il mondo intorno a loro continua a fare il proprio corso.

Ma Boys Will Be Boys non è certo l'unica canzone femminista presente nel debut di Stella. Basti pensa alla traccia di apertura, Old Man.

Oh, are you scared of me, old man?
Or are you scared of what I'll do?

It was really important to me that I came out with a strong statement on the first song. After putting out ‘Boys Will Be Boys,’ I received so much love, but I also got challenged by a lot of people. I had to make a decision that I wasn't going to back away in fear, I was going to come out, guns blazing, middle finger up. It’s my way of making sure listeners knew I wasn’t moving away from that activism or outspokenness.

La melodica catchy e il tono spensierato del brano è in netta contrapposizione con l'umorismo arguto e tagliente del testo, che prende di mira un uomo adulto, di successo e all'apparenza rispettabile («white man, white teeth in a suit, he's got that style») ma che ha abusato del proprio potere.

Your personality traits don't count
If you put your dick in someone's face

Si tratta di una canzone audace e brillante che evidenzia come il mondo stia cambiando, seppur molto lentamente e certi comportamenti e meccanismi messi in atto da uomini di potere, che sfruttano la loro posizione per manipolare e sfruttare le giovani donne, non possono più essere tollerati, men che meno giustificati e lasciati impuniti.

Boy, if you touch her again
I'll tell your wife and your kids about that time
'Cause this is not '93
You lost your spot on the team, you're out of line

So have a chat to your friends
'Cause it's our words that'll keep our daughters safe

Tori amos - me and a gun

Yes I wore a slinky red thing
Does that mean I should spread
For you, your friends
Your father, Mr. Ed?

I’ll never talk about it at this level again, but let me ask you. Why have I survived that kind of night, when other women didn’t? How am I alive to tell you this tale when he was ready to slice me up? In the song I say it was “Me and a Gun” but it wasn’t a gun. It was a knife he had. And the idea was to take me to his friends and cut me up, and he kept telling me that, for hours. And if he hadn’t needed more drugs I would have been just one more news report, where you see the parents grieving for their daughter. And I was singing hymns, as I say in the song, because he told me to. I sang to stay alive. Yet I survived that torture, which left me urinating all over myself and left me paralyzed for years. That’s what that night was all about, mutilation, more than violence through sex. I really do feel as though I was psychologically mutilated that night and that now I’m trying to put the pieces back together again. Through love, not hatred. And through my music. My strength has been to open again, to life, and my victory is the fact that, despite it all, I kept alive my vulnerability.

Fra tutte le canzoni elencate in questo articola, Me And A Gun estratta da Little Earthquakes (1992), album di debutto della cantautrice statunitense Tori Amos, è probabilmente quella più difficile da digerire. Eseguita interamente a cappella, suona quasi disturbante e fa rimanere l'ascoltatore in apnea, con una terribile sensazione di impotenza per tutti i suoi 3.43 minuti di durata. La canzone racconta senza mezzi termini il terrificante stupro che l'artista ha subito dopo essersi esibita in un locale a Los Angeles, quando aveva 21 anni. Tori ripercorre in maniera terribilmente cruda e lucida ciò che ha provato durante il suo abuso, ponendo in particolar modo l'accento sui pensieri irrazionali che durante quei momenti hanno percorso la sua mente.

Prossimi concerti di La rappresentante di lista

You can laugh, it's kind of funny
Things you think at times like these
Like I haven't seen Barbados
So I must get out of this

And do you know Carolina
Where the biscuits are soft and sweet
These things go through your head
When there's a man on your back
And you're pushed flat on your stomach
It's not a classic Cadillac

 

Girlpool - slutmouth

Do you wanna make out
I heard you had a slutmouth
From the boy down the street

Il progetto Girlpool nasce nel 2013 a Los Angeles, da un'idea di Cleo Tucker (che di recente ha fatto coming out come persona transgender e non binary e iniziato il percorso di transizione) e Harmony Tividad, allora ancora adolescenti. Il loro omonimo EP d'esordio è stato pubblicato nel 2014 e al suo interno contiene una canzone particolarmente tagliente e provocatoria, ovvero Slutmouth. Il brano, che musicalmente suona come una filastrocca, prende di mira la concezione stereotipata e patriarcale della donna ancora profondamente radicata nella nostra società.

'Cause I don't wanna get fucked
By a fucked society
'Cause everywhere I look
Someone's blaming me

Alle bambine vengono imposti fin dalla più tenera età standard estetici («I don't really care about the clothes I wear, I don't really care to brush my hair») e regole di comportamento («why don't you cross your legs, lady, please») da seguire per essere belle e buone e aderire alle norme di genere. Man mano che crescono, vengono incanalate nel ruolo di mogli e madri («I go to school every day just to be made a housewife one day») oppure additate per la loro promiscuità sessuale, vera o presunta («I go to work everyday just to be slutshamed one day») perché quando si parla di una ragazza c'è solo un binomio in cui può essere rinchiusa, quello di santa o puttana.

Hole - asking for it

Was she asking for it?
Was she asking nice?
If she was asking for it
Did she ask you twice?

Se penso a un'artista che, nel corso della sua carriera, è stata vittima di una narrazione estremamente maschilista, la prima che mi viene in mente è certamente Courtney Love. Quando se ne parla, raramente si fa riferimento a lei come una musicista. E' stata additata in ogni modo possibile: la moglie serpe, opportunista e arrivista, eccentrica ed esagerata; insomma, la responsabile della rovina di un mito. C'è chi è arrivato persino ad accusarla di essere stata la mandante dell'omicidio di Kurt Cobain. A questo proposito online ho letto un termine interessante, quello di Yoko Ono complex, usato per indicare l'idea degradante e misogina secondo la quale qualsiasi donna in una relazione sentimentale con un uomo più famoso di lei finirà inevitabilmente per essere incolpata per la sua distruzione. E infatti è proprio Kurt a essere diventato una leggenda, un'icona ammirata e venerata. Il suo profilo combacia perfettamente con quello dell'artista maledetto, il ragazzo sensibile ma tormentato, vittima dei suoi stessi demoni al punto da arrivare all'autodistruzione, mentre Courtney è sempre rimasta il capro espiatorio, la parte marcia della coppia, la ragazza imperdonabile. Courtney Love è una persona imperfetta e con un passato molto complicato alle spalle? Assolutamente si. Avrebbe ricevuto lo stesso trattamento se fosse stata un uomo? La gente si sarebbe affannata per capire quale brillante musicista maschio doveva per forza nascondersi dietro i suoi brani migliori? Quasi sicuramente, no.

Live Through This, l'iconico secondo album delle Hole, è uscito l'12 aprile 1994. Solo una settimana prima Kurt Cobain si era tolto la vita sparandosi in testa. Il valore del disco è inevitabilmente passato in secondo piano e per valutarlo sono stati utilizzati parametri che vanno ben oltre la componente musicale. Proprio per questo si tende a trascurare il fatto che al suo interno si trovano pezzi incredibili. Fra questi va necessariamente menzionato Asking For It, un brano crudo e violento che parla in maniera schietta di molestie, violenza sessuale e consenso e porta alla luce ciò a cui può andare incontro una donna che fa musica. Si concentra sulla percezione che i fan hanno delle artiste e sul fatto che, avendo pagato per assistere al loro show, si sentano legittimati a trattarle come dei giocattoli e a poter persino mettere loro le mani addosso («every time that I sell myself to you I feel a little bit cheaper than I need to»). Più nel dettaglio, fa riferimento a un episodio agghiacciante avvenuto il 16 agosto 1991 al Queen Margaret Union di Glasgow, durante il quale Courtney Love è stata letteralmente molestata dal pubblico mentre stava facendo stage diving.

We had just gotten off tour with Mudhoney, and I decided to stage-dive. I was wearing a dress and I didn't realize what I was engendering in the audience. It was a huge audience and they were kind of going ape-shit. So I just dove off the stage, and suddenly, it was like my dress was being torn off of me, my underwear was being torn off of me, people were putting their fingers inside of me and grabbing my breasts really hard, screaming things in my ears like "pussy-whore-cunt". When I got back onstage I was naked. I felt like Karen Finley. But the worst thing of all was that I saw a photograph of it later. Someone took a picture of me right when this was happening, and I had this big smile on my face like I was pretending it wasn't happening. So later I wrote a song called "Asking For It" based on the whole experience. I can't compare it to rape because it's not the same. But in a way it was. I was raped by an audience, figuratively, literally, and yet, was I asking for it?

La rappresentante di lista - questo corpo

Tutto mi gonfia la pancia e gonfia anche il mio seno

Questo Corpo è la traccia di apertura di Go Go Diva (2018), terzo album in studio de La Rappresentante di Lista, uno dei progetti musicali più interessarti e riusciti del panorama italiano attuale. In un'epoca in cui la bellezza (specialmente quella femminile) viene costantemente rinchiusa all'interno di canoni ben definiti e spesso irreali e irraggiungibili, questo brano è un vero e proprio inno alla riappropriazione del proprio corpo, anche e soprattuto quando ci sembra debole, imperfetto o sgradevole. Il corpo, che all'apparenza potrebbe sembrare quanto di più intimo possediamo, viene utilizzato come una bandiera che porta con sé questioni e battaglie sociali e politiche.

A me non piace niente, non mi piace nessuno
Questo corpo che è stato una festa!
Pieno di falsi amori, pieno di peli
Verrò con tutto il mio cuore a dirti: "Cosa credi?"

Il corpo è protagonista non solo in questa canzone, ma più nello specifico dell'immaginario della band. Basti pensare che la copertina di Go Go Diva mostra sia i capezzoli di Dario che quelli di Veronica, in maniera ugualmente desessualizzata e normalizzata; inoltre, in diverse foto promo Veronica si mostra con i peli sotto le ascelle, superando i tabù per cui il corpo di una donna dev'essere sempre perfettamente liscio e glabro.

Angèle - balance ton quoi

Je suis plus qu'un animal

Angèle Van Laeken, belga, classe 1995, è considerata uno degli astri nascenti della musica francofona. Nell'ottobre 2018 ha pubblicato Brol (2018), il suo album d'esordio, e l'attenzione si è focalizzata sulla seconda traccia, Balance Ton Quoi, una sorta di manifesto femminista in chiave pop. Il titolo fa riferimento allo slogan #Balance ton porc. utilizzato dalla frangia francese del movimento #METOO. Lo strepitoso e irriverente video diretto da Charlotte Abramow mette, infatti, in scena un'utopica Accademia Anti Sessismo, all'interno della quale persone di ogni età, genere ed etnia prendono parte a una serie di lezioni che hanno lo scopo di rieducare e creare una nuova consapevolezza relativamente ai temi di misoginia, consenso, molestie e violenza sessuale («même si tu parles mal des filles, je sais qu'au fond, t'as compris»).

Il brano si apre con un'invettiva contro il mondo maschile, specialmente quello che orbita intorno alla scena rap, che sembra non riuscire ad andare oltre un immaginario machista, che persiste a esprimersi attraverso un linguaggio tribale e misogino e a portare avanti una visione della donna offensiva, mortificante e ipersessualizzata.
Ils parlent tous comme des animaux
De toutes les chattes ça parle mal
2018 je sais pas ce qu'il te faut
Mais je suis plus qu'un animal
J'ai vu que le rap est à la mode
Et qu'il marche mieux quand il est sale
Bah faudrait p't-être casser les codes
Une fille qui l'ouvre ça serait normal
Si ironizza, inoltre, sul fatto che brani molto volgari e al limite del misogino trovano senza problemi il loro spazio nelle piattaforme musicali, mentre una canzone dichiaratamente femminista probabilmente non circolerà molto facilmente perché ritenuta scomoda e troppo poco appetibile («ouais, j'passerai pas à la radio parce que mes mots sont pas très beaux»). Il secondo verso, invece, si concentra sulle categorizzazioni semplicistiche e sui pregiudizi nei confronti delle donne.
Les gens me disent à demi-mot :
Pour une fille belle t'es pas si bête
Pour une fille drôle, t'es pas si laide

Janelle monáe - django jane

And we gon' start a motherfuckin' pussy riot

Nonostante il femminismo dovrebbe essere sempre e comunque intersezionale, spesso avviene qualcosa di paradossale e profondamente sbagliato: si fatica a lasciare spazio alle donne nere, almeno fino a che non viene ritenuto socialmente accettabile includere loro, le loro opinioni e i loro corpi, e troppo spesso le decisioni vengono prese per loro anziché direttamente da loro. Se c'è un personaggio che negli ultimi anni si è impegnato al massimo affinché anche le donne afrodiscendenti trovassero uno spazio sicuro in cui mostrarsi, partecipare attivamente e rivendicare i propri diritti questa è sicuramente Janelle Monáe.  Nell'aprile 2018 la cantante, attrice e attivista ha fatto coming out come pansessuale e ha pubblicato il suo terzo album in studio, Dirty Computer (accompagnato da un omonimo concept video), quattordici tracce costellate di messaggi empowering, in cui trovano spazio femminismo, universo queer e black culture.

Il secondo singolo estratto dall'album è stata Django Jane, una delle canzoni più politiche e al contempo personali dell'artista. Si tratta di un inno di protesta in chiave rap in cui Janelle celebra le donne, in particolare quelle nere («black girl magic, y’all can’t stand it»), rivendica la propria identità di donna e artista nera, sessualmente libera («and paint the city pink, paint the city pink», «let the vagina have a monologue»), figlia di genitori che sono stati oppressi per decenni e che, in un mondo costantemente proiettato a valorizzare i bianchi lasciando gli altri sullo sfondo («kept us in the back of the store»), hanno avuto una possibilità di scalata sociale praticamente pari a zero («mama was a G, she was cleanin' hotels, papa was a driver, I was workin' retail») e cresciuta in una società ancora dominata dagli uomini, principalmente bianchi ed eterosessuali («mansplaining, I fold 'em like origami»).

Il tema della sessualità torna nel featuring con Grimes Pynk («deep inside we're all just Pynk»), forse la canzone più nota dell'album. Qui Janelle se ne riappropria e, attraverso la sua prospettiva femminista, viene messo in primo piano il piacere. Inoltre, Janelle si slega dallo sguardo eteronormativo e patriarcale e il sesso viene normalizzato e non indirizzato allo sguardo maschile.

PYNK is a brash celebration of creation, self love, sexuality, and pussy power! PYNK is the color that unites us all, for pink is the color found in the deepest and darkest nooks and crannies of humans everywhere. PYNK is where the future is born.

Il video, diretto da Emma Westenberg, è un'esplosione di rosa e una vera e propria celebrazione dell'organo genitale femminile, Janelle e le sue ballerine danzano indossando pantaloni a forma di vagina e i peli pubici vengono inquadrati senza alcun tipo di censura.

Okay kaya - iud

Would you come with me to get an IUD?
Maybe, if you come with me, I will let you come in me

L'idea di includere Okay Kaya, cantante norvegese nonchè modella e attrice, è arrivata all'ascolto del suo nuovo album Watch This Liquid Pour Itself (2020), quando in Asexual Wellbeing dice «sometimes, I rub my ghost dick until I can almost see it». Nel suo album precedente, Both (2018), è però contenuta IUD, che letteralmente significa "intra-uterine device", tradotto nel nostro paese come "spirale". Scelta coraggiosissima, in quanto questo è il primo singolo presentato al pubblico dalla cantante. La canzone tratta un tema centrale per il femminismo, ovvero la rivendicazione della totale autonomia nella gestione del proprio corpo, spesso espressa attraverso lo slogan my body, my choice.

We could go to Planned Parenthood
I heard they're not doing so good
A bunch of men sit 'round and scheme 'bout
What women do to their bodies

L'abilità di Okay Kaya sta nel trattare temi particolarmente complessi in modo semplice e diretto, il tutto accompagnato da un arrangiamento basilare, spesso con una sola chitarra e un synth, quasi a voler esorcizzare la difficoltà di questi argomenti. IUD contiene un potente messaggio diretto all'altro sesso: un uomo non può e non dovrebbe mai decidere per una donna. Io sola, in quanto donna, posso prendere una decisione per il mio corpo («baby, you're so baby, but I don't want your baby»).

In Italia l'interruzione volontaria di gravidanza è diventata legge il 22 maggio 1978, quella famosa legge 194 che tuttora fortemente divide e fa discutere, il cui incipit recita:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

Prima di allora l'aborto era considerato un reato che poteva portare alla reclusione dai 2 ai 5 anni. Sull'onda della rivoluzione sessuale e culturale di quegli anni il dibattito sull'argomento divenne sempre più accesso, portato avanti soprattutto dal Partito Radicale, a cui si affiancarono negli anni altri partiti e a cui si frapponeva il Movimento Per La Vita, tanto che gli italiani furono chiamati alle urne il 17 maggio 1981 per l'abrogazione della legge e l'88,42% degli aventi diritto si espresse con un parere negativo a riguardo. Cercando informazioni sull'argomento, Google mi ha suggerito un articolo che parlava della sfilata Gucci Cruise 2020 tenutasi nel 2019 ai Musei Capitolini d Roma, dove tra velluti, pizzi e gioielli è comparso un abito con il ricamo di un utero e Alessandro Michele ha commentato: «l’utero delle donne, questo mistero che noi uomini possiamo immaginare, l’ho immaginato come un fiore. Interrompere una gravidanza non estirpa questo fiore».

Lizzo - like a girl

Chaka Kahn through the fire, light the kerosene (we can do it)
Lauryn Hill told me everything is everything (we can do it)
Serena Willy showed me I can win the Wimbledon (we can do it)

L'immagine della donna forte ed indipendente, che è in grado di cavarsela con le proprie gambe e sa fare squadra, lasciando da parte rivalità e gelosie, che può farcela quanto un uomo, questo il succo della canzone di Lizzo, Melissa Viviane Jefferson, nuova eroina del pubblico femminile e della critica internazionale (quest'anno Cuz I Love You, il suo terzo album in studio, le ha permesso di vincere ben 3 Grammy) per i suoi messaggi femministi e legati alla body positivity. Con il suo pop potente e sbrilluccicoso, con una voce maestosa quello che Lizzo vuole dire è solo una cosa: sii sempre te stessa e sii fiera di esserlo. In un modo ancora fortemente macista e maschilista la cantante ha voluto dare un grande messaggio: «we wanted to take the old cliché and flip it on its head, shaking out all the negative connotations and replacing them with something empowering». La vedi Serena Williams? Lauryn Hill? Chaka Kahn? Lizzo le prende tutte e tre come esempio per darsi ulteriore forza, che esplode in quell'incitamento corale che caratterizza il ritornello: Like a girl che sembra fare eco a quel famoso «Who run the world? / Girls» di Beyoncé.

Margherita vicario - giubbottino

Tu al tuo uomo digli tutto (tutto)
Ti farà godere il doppio (doppio)

Margherita Vicario è sicuramente uno dei progetti più accattivante che abbiamo in Italia in questo momento, a cavallo tra pop e urban, tra intelligente ironia e temi importanti, tra serietà e presa e in giro. La prima cosa che salta all'orecchio ascoltando la cantautrice romana sono i suoi testi pregni di una vervè sopra le righe e sopra la media, tra cui l'ultimo singolo pubblicato, Giubbottino. Al centro della scena viene messa una donna che rivendica il diritto di avere un orgasmo. Grazie a Dio. La donna non è quella in attesa perenne del principe azzurro, del romanticismo spicciolo da Baci Perugina, ma è quella che rivendica una vita sessuale appagante, al pari di quella dell'uomo, per cui il romanticismo si tramuta in sensualità. L'immagine che trasmette il pezzo non è assolutamente quella della classica magiauomini, bensì di una donna che desidera finalmente un dialogo alla pari con il suo uomo, ancora convinto che il culmine del piacere femminile si raggiunga esclusivamente con un rapporto completo, mentre secondo numerosi studi la maggior parte delle donne dichiara di raggiungere il piacere in altri modi. «In realtà ho finto l'orgasmo», la frasetta sussurata alle orecchie solo tra donne e che ferirebbe nell'intimo l'uomo.

E non è come in un porno
Porco mondo, è molto meglio

Assolutamente da vedere il video, in cui si vedono un gruppo di signore, dalla più giovane alla più anziana (perchè si sa, queste cose non hanno età), eccitarsi durante una sfilata di moda maschile.

Per questo ci viene in aiuto un libro di recente pubblicazione, Vengo prima io, di Roberta Rossi, un manuale scritto con le parole e i toni giusti per capire come funzioniamo e per far capire all'altro come funzioniamo. Per tanti anni si è parlato solo di "come fargli perdere la testa tra le lenzuole", "come farlo durare di più", "come farlo impazzire", mentre adesso, a piccoli passi, sembra esserci un'inversione di tendenza e sembra si stia raggiungendo un equilibrio anche in questa sfera. In soccorso ci è venuto persino il porno, infatti da qualche anno si è iniziato a parlare di porno femminista, di cui la principale esponente è la regista Erika Lust, e che ha apportato una piccola rivoluzione nel mondo del cinema a luci rosse, dando alla donna un profilo umano e portando in scena dei rapporti molto più naturali, le fantasie delle donne e il piacere femminile.
Altro video di Margherita Vicario che merita una nota di merito è quello di Mandela, nel cui inizio la cantante recita un monologo molto diretto:

Il tipo ha fatto il giro più lungo col taxi, mi ha fatto la cresta, ma che stronzo
Ma poi c'è lo sconto. cioè una donna, sola, dopo le 10, paga meno del 10% del conto
Eil tassinaro dovrebbe aspettare davanti al palazzo, davanti al portone
Vederti entrare che giri la chiave
Che testa di cazzo

Uno sconto di cui nella maggior parte dei casi ci si dimentica, perchè la percezione della paura che una donna può provare da sola, di notte, non è sfortunatamente ancora così forte. E dà da pensare che nel 2020 non ci si possa sentire completamente sicure a tornare a casa da sole. Nel primo verso del brano, inoltre, è contenuto anche un riferimento al fatto di cronaca, avvenuto a Firenze la notte del 6 settembre 2017, riguardante lo stupro subito da due studentesse americane da parte di due carabinieri che hanno approfittato del fatto che fossero ubriache.

Non è che temo gli indiani oppure i rumeni
Quelli che dormon per strada
Il più delle volte sono i più sereni
A volte li fermano i carabinieri
Ma se fermano me
Che ho bevuto non proprio del tè
Magari son bionda e parlo anglais
E son cazzi amari, cazzi in divisa
Oh cazzo che sfiga
Questa è l’Italia che odia l’indiano che mette benzina

Idles - mother

Sexual violence doesn’t start and end with rape
It starts in our books and behind our school gate

Inizialmente questa lista sarebbe dovuta essere esclusivamente composta da donne, ma davanti agli IDELS non si può che fare un'eccezione. Il quintetto di Bristol non è certo nuovo alle tematiche politiche e sociali, tantoché su Noisyroad li abbiamo già inseriti in diverse liste, da quella sulla toxic masculinity a quella sulle canzoni che parlano di migrazioni. Mother, tratta dal loro debut album Brutalism (2018), è invece considerabile al 100% una canzone femminista. Il leader Joe Talbot ha preso ispirazione dalla vicende che hanno segnato la vita di sua madre e dagli immensi sacrifici che ha dovuto compiere per riuscire a bilanciare lavoro e maternità e garantirgli di crescere nel migliore dei modi possibili.

My mother worked 15 hours 5 days a week
My mother worked 16 hours 6 days a week
My mother worked 17 hours 7 days a week

Ma la componente biografica è solo il punto da cui partire per poi focalizzarsi sulla disparità di genere e sul trattamento che la società riserva ancora oggi alle donne. A questo proposito, la parte più interessante del brano è certamente quella finale.

Sexual violence doesn’t start and end with rape
It starts in our books and behind our school gates
Men are scared women will laugh in their face
Whereas women are scared it’s their lives men will take

Qui Joe Prende in prestito e rielabora alcuni famosi versi di Margaret Atwood per mettere nero su bianco le disparità di potere fra uomini e donne. Riflette, inoltre, su come troppo spesso si tenda a minimizzare le accuse di molestie, a meno che non sfocino in una vera e propria violenza sessuale. Si va così a ignorare le pressioni, gli insulti misogini e la sessualizzazione che le ragazze subiscono fin dalla più tenera età e che sono così perpetuati da essere ritenuti normali ed accettabili.