“Searching for a place to be free”: 7 canzoni che parlano di migrazioni

by Federica Di Gaetano

Passenger – To Be Free

Searching for a place to be free

Se conoscete la storia musicale di Passenger, saprete bene che buona parte del suo progetto musicale si fonda sullo storytelling e che il meglio di sé lo dà proprio quando non si limita a cantare un brano, ma attraverso la sua musica racconta una vera e propria storia, dall’inizio alla fine. In Runaway (2018) la storia per eccellenza è sicuramente quella della nona traccia, To Be Free. Si tratta del brano più intimo, commuovente e delicato del disco e racconta una storia di amore, immigrazione e sacrifico della famiglia di Mike, iniziata con i suoi nonni, Ziggy (tedesco) e Molly (polacca). Un brano che, visto il periodo buio che stiamo vivendo negli ultimi tempi, non risulta soltanto vero e profondo, ma anche terribilmente necessario per farci fermare e riflettere:

“I’d like to dedicate this song and video to anybody who has gone through or is going through a similar situation. For anyone that has been displaced. For anyone living in a new country, learning new customs and language. America, like so many other countries, was built on immigration. Never has it been so important to remember and celebrate this fact.”

I due erano entrambi ebrei e vivevano in Germania, ma con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale si videro costretti a lasciare tutto e fuggire (“like heather on the hillside, they were bruised and they were battered by the breeze, searching for a place to be free“) prima in un campo profughi in Francia, per poi lasciare l’Europa ed emigrare a Vineland, una piccola cittadina del New Jersey (“Vineland, New Jersey, farm land stretching, far as the eye can see. Not much down there, but sun-scorched pastures in nineteen-fifty-three“). Il padre di Mike nacque negli Stati Uniti, ma partì poco più che adolescente e viaggiò in lungo e in largo per il mondo, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra e incontrare sua madre.

Motta – Dov’è l’Italia

Come quella volta a due passi dal mare
Fra chi pregava la luna
E sognava di ripartire
L’abbiamo vista arrivare
Con l’aria stravolta di chi non ricorda cos’era l’amore
E non sa dove andare

Le onde del mare, che i più fortunati osservano infrangersi lentamente in un soleggiato agosto, esecutrici di un suono soave e sereno, qui annunciano, quasi sfondando i timpani dell’ascoltatore, un messaggio di paura. È un capitolo che non sempre termina lieto, quello dei migranti africani al largo di Lampedusa, l’approdo più vicino al continente di origine, il primo porto d’Italia, un Paese non sempre accogliente nei suoi decreti sicurezza. Quale ossimoro, eppure Francesco Motta non teme di rammentarcelo con la sua inconfondibile voce nasale e squillante, accompagnandosi con la sua fida chitarra che ci dona arpeggi mediterranei: un amalgama di ritmi greci, latini ed arabi, un insieme solido che da secoli è stato il tratto distintivo della stessa cultura dell’Italia meridionale. Forse qualcuno assopito dall’epica figura di Alberto da Giussano lo dimentica, ma la situazione è questa, è frutto di un’identità che ci sta sfuggendo dalle mani a causa della crisi della società liberista, la nostra.

E così finiamo per gridare disperatamente «dov’è l’Italia», quasi stentassimo a trovarla, come i genitori di una fiaba stentano a trovare il loro figlio perso in una foresta fitta. Si cercano i vecchi miti, le vecchie immagini, gli antichi credi di un Paese che è cresciuto nella fantasia e negli affetti spontanei dei propri abitanti, un sentire abilmente intessuto dalla sagacia e dal pragmatismo di uomini che non si sono mai arresi al potere, menti comuni ma sublimi che rischiano di subire una damnatio memoriae dai contemporanei odiatori. Chi salverà gli italiani? C’è solo una risposta, lei, l’Italia, che tornerà a darci nuovi e preziosi insegnamenti, che accoglierà come una madre gli uomini venuti dal mare: è arrivato il momento di voltare la pagina del grande libro della nostra storia. Presentata al sessantanovesimo festival della canzone italiana di Sanremo (2019), Dov’è l’Italia vanta il premio della miglior esibizione in duetto, eseguito durante il concorso canoro con la cantautrice Nada Malanima. Amica di Motta, ha saputo ridare un aspetto più passionale e “rivoluzionario” alla canzone.

Le Luci Della Centrale Elettrica – Waltz Degli Scafisti

Senti sono mie
Le coperte termiche dorate, le stelle sparpagliate, le tecnologie

Terra, il quarto album de Le Luci Della Centrale Elettrica, progetto musicale nato da penna e chitarra del cantautore ferrarese Vasco Brondi è stato pubblicato il 3 marzo 2017. Si tratta di un disco che narra di viaggi fisici e spirituali, dove le immagini di fughe più o meno lontane e ritorni hanno come colonna sonora distorsioni, tamburi africani e musica balcanica. Già la copertina, uno scatto del fotografo Gianfranco Gorgoni, che rappresenta le Seven Magic Mountains (opera che sorge nel deserto del Nevada ed è stata progettata dall’artista svizzero Ugo Rondinone) richiama la tematica del viaggio che accompagna quasi tutte le canzoni.

C’è un brano che, in particolare modo, risulta terribilmente attuale e sembra descrivere perfettamente le notizie di cronaca che esondano costantemente dai media italiani. Si tratta di Waltz Degli Scafisti, una storia globale di migrazione, un canto di dolore e coraggio. Il ritornello è pensato come un coro cantato da persone che stanno attraversando il mare a bordo di una barca e si trovano a osservare il loro scafista che per orientarsi segue le stelle. Il testo, in particolare, mette a fuoco come i migranti spesso vengono dipinti niente di più che come vittime da compatire, quando in realtà hanno una forza e una voglia di vivere nemmeno paragonabile alle nostre (“le nostre storie sono troppo belle, non cercare di capirle“).

IDLES – Danny Nedelko

My blood brother is an immigrant
A beautiful immigrant

Danny Nedelko è un giovane di origini ucraine, frontman della band punk Heavy Lungs e definito da Joe Talbot, suo grande amico, come una delle persone più gioiose e positive che abbia mai conosciuto. I due si sono fatti una promessa: il frontman degli IDLES avrebbe scritto una canzone su Danny e viceversa.
Il brano è un vero e proprio inno alla fratellanza e al multiculturalismo e si schiera nettamente contro il nazionalismo esagerato e la discriminazione nei confronti dell’immigrato, che sia una figura pubblica (come nel caso di Freddie Mercury, Malala Yousafzai e Mo Farah) o un cittadino qualunque (“a Nigerian mother of three” o “a Polish butcher”), definendo queste persone come fratelli, fatti di sangue, ossa, carne ed amore, esattamente come tutti gli altri esseri umani. Quello su cui la band ha voluto porre l’accento nella canzone è proprio l’elemento umano, che nel dibattito sull’immigrazione si tende a dimenticare e sul fatto che senza Danny o tutti gli immigrati come lui, la Gran Bretagna sarebbe un posto di merda.

Per rendere il messaggio ancora più forte, la copertina del singolo contiene la frase “Rome wasn’t built in a day nor solely by the Romans”. Il videoclip, invece, ritrae proprio Danny Nedelko che interagisce con persone immigrate nel Regno Unito, mentre indossa una maglietta che recita “No One Is an Island” e fa il gesto dell’OK, negli ultimi anni erroneamente attribuito agli esponenti del White Power, cercando di riconsegnargli il significato positivo che ha sempre avuto in passato.

Dimartino – Niente Da Dichiarare

E alle dogane, alle frontiere,
alle divise tutte uguali,
al vento contro le bandiere,
agli ammiragli delle navi,
ai parlamenti che non parlano di niente
e seguono le logiche,
lo sai, non hai niente da chiarire,
niente da dichiarare.

Sull’economia che ci rende piccoli
niente da dichiarare.
Sulle vite troppo tristi dei burocrati
niente da dichiarare.
Sulle croci sopra i questionari inutili
niente da dichiarare.
Sulla geografia che divide le anime
niente da dichiarare.

Niente da dichiarare è il terzo singolo estratto da Un paese ci vuole, il terzo album di Antonio Di Martino.
In un momento storico in cui le frontiere del mediterraneo e le vite dei migranti vengono utilizzate prettamente per fare propaganda politica, il cantautore palermitano ha scritto un vero e proprio inno politico e quasi utopico che, sotto forma di filastrocca, mette in discussione ciò che a livello burocratico e legislativo regolamenta il viaggio. Sogna un mondo senza limiti e frontiere in cui passaporti, marche da bollo e contanti non sono niente di più che pezzi di carta.

La parola dogana, la parola frontiera, non erano termini che sentivo spesso da bambino, ora li sento di continuo. Se tu scrivi un pezzo dove dici che vuoi abolirle, secondo me, fai un gesto politico. È super utopica come idea, me ne rendo conto, ma mi piace scrivere di cose che non potranno mai accadere. Se non le metti nelle canzoni dove le devi mettere?

Pinguini Tattici Nucleari – Bagatelle

Affacciati dal gommone e tendimi le tue mani
In fondo se chiudi gli occhi pare di essere sul Titanic
Ma noi non affonderemo, vedrai che ce la faremo
Sento già profumo di pizza ma forse è solo la libertà

Secondo il dizionario Treccani una bagatella, in musica, è un “breve componimento per lo più di tono lieve e sereno, talora […] a carattere malinconico“. Diciamo che Bagatelle dei Pinguini Tattici Nucleari, brano contenuto nell’EP d’esordio Il re è nudo (2014), rispecchia questa definizione. Il “lieve e sereno” è dato sia dal ritmo da allegra ballata folk della canzone che dal tono colloquiale e a tratti ironico, caratteristica ricorrente dei testi della band. La malinconia è nel contenuto. Si parla d’amore, ma la storia tra Fatima e Samir nasce in un contesto decisamente poco idilliaco: “sopra al gommone traballante” che li sta portando verso l’Italia. Le immagini che descrivono l’innamoramento contrastano fortemente con la crudezza con cui si dipinge il luogo dove i protagonisti si trovano: “Il sorriso di Fatima era una nave da crociera e, circondato da sale misto a sangue, il giovane Samir scoprì la primavera“. Li seguiamo mentre il loro viaggio prosegue. I due ragazzi si stringono le mani, quasi aggrappandosi alla speranza di arrivare a destinazione, di riuscire a sbarcare, di conoscere finalmente la libertà.

Circa Waves – Different Creatures

Twenty thousand souls are sold tonight
Making us their home
And as you close your eyes again tonight
Remember where you are

Different Creatures è la title-track del secondo album della band di Liverpool, rilasciato nel 2017. Il frontman Kieran Shudall ha dichiarato che inizialmente non aveva intenzione di scrivere un pezzo su un argomento politico o con risvolti tali, forse perché non è un esperto o semplicemente perché non voleva scatenare reazioni spropositate. In seguito, però, si è convinto a lanciare un messaggio perché provare compassione verso un essere umano non è una cosa che si impara o si studia a scuola. Tutto vero, perché spesso si riduce il problema dell’immigrazione ad abusati slogan politici o ad interessi che creano controversie ed esulano dal cuore della vicenda, cioè l’essere umano che rischia la vita e che viene discriminato, quando anche noi, per dirla con le parole di Kieran, in un’altra vita e in un altro tempo saremmo potuti essere al loro posto. La canzone quindi, nonostante la classica atmosfera upbeat dei Circa Waves, vuole suonare come un serio promemoria, come un monito per ricordare la nostra fortuna e le condizioni di chi invece ne ha avuta meno.

White Lies – Big TV

Slow
I’m gonna settle down slow
Down to the home of
Electric life and soul

Ambizione, risolutezza, dinamismo: sono questi i sentimenti che traspaiono nei primi versi di Big TV, prima traccia dell’omonimo terzo album dei White Lies, colosso elettronico insuperabile della loro discografia. Il brano è il primo capitolo di un concept album che ruota attorno ad una giovane donna che rinuncia alla sua città natale e ai suoi vecchi amori per un nuovo stile di vita, unica via d’uscita per ritrovare se stessa. Il suo viaggio della speranza è breve (la traccia in questione parla del fenomeno dell’urbanesimo), eppure intenso come una migrazione. In questo nuovo ambiente che promette miracoli, ella cerca di saldarsi alle proprie radici, attendendo una telefonata con il padre perduto e un ritorno di fiamma a lunga distanza, tuttavia rischia al tempo stesso di perderle perché si sta lentamente ancorando al nuovo habitat, dimenticando a volte termini della propria lingua, persa tra traduzioni in un mondo affine ed opposto nonché affascinante.

L’album Big TV non è altro che una finestra su relazioni che sopravvivono in un equilibrio precario. Ma possiamo sminuire i sogni della protagonista, immersi nell’infinito come le stelle più lontane della nostra galassia? Non risponderemo di no. Dedichiamo la traccia ai nostri connazionali che con il proprio futuro incerto decidono di trasferirsi in un Paese ospitale, un trasferimento che, vogliamo ribadirlo, è più sereno e meno doloroso di quello dei nostri coetanei che giungono nelle nostre coste a bordo di gommoni sgonfi.

L’articolo è stato scritto da Federica Di Gaetano, Silvia Rizzetto, Jacopo Schiavano e Greta.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: