Anche per questo 2025 abbiamo stilato la nostra classifica dei 20 migliori album indie internazionali usciti quest'anno: dalle Last Dinner Party ai Turnstile, passando per Blood Orange, Wolf Alice, Shame e tanti altri. Venite a scoprire chi è salito sul gradino più alto del podio!
Un album che è passato in sordina, senza meritarlo: "Night Life" segna il ritorno degli Horrors e la fa con delle tracce cupe e notturne, dove il confine fra sogno e realtà è appeso al filo della propria percezione. A quasi vent'anni dall'esordio, la linfa vitale sembra essersi rinnovata.
"private music" arriva a cinque anni di distanza da "Ohms", segnando uno dei ritorni più attesi dell'anno. Prodotto da Nick Raskulinecz, già collaboratore storico del gruppo, il disco riprende e affina gli elementi che hanno sempre definito il suono dei Deftones: chitarre potenti, atmosfere shoegaze e aperture melodiche, in un equilibrio costante tra aggressività e introspezione. Brani come "my mind is a mountain" e "milk of the madonna" hanno anticipato un album che è riuscito a sorprendere in maniera inaspettata il pubblico della band di Sacramento. Chino Moreno e soci sono stati capaci di rinnovarsi, ancora una volta, senza tradire la propria identità.
"From The Pyre" è una conferma notevole per una band che ha saputo evolvere il proprio baroque-pop dal teatralismo del debutto a un suono più maturo e denso di immagini apocalittiche e simboliche, mescolando riferimenti biblici, erotismo e narrazione emotiva. La produzione, questa volta, gioca con piano e sezioni ritmiche più complesse, mantenendo però quel senso di dramma che distingue il gruppo. Alcuni brani, come "Second Best" e "This Is The Killer Speaking", emergono per la polifonia vocale e l'attrazione melodica, mentre "The Scythe" tocca corde più intime e potenti. È un disco che cresce a ogni ascolto, mostrando maturità pur rimanendo fedele all’estetica barocca che le ha rese celebri. Pur con qualche momento meno immediato, l’album supera la prova del secondo capitolo con coraggio e coerenza artistica, consolidando la band come una delle proposte più affascinanti della scena indie britannica.
La storia della band di Manchester è cambiata quando è entrato nel gruppo il sassofonista Joe Carroll. Da lì, l'improvvisazione ha trovato i suoi confini in tre EP e finalmente in uno dei debutti dell'anno. "Pain to Power" è un disco rabbioso e colmo di speranza allo stesso tempo. Il punk crudo e rumoroso, unito allo spoken del frontman e autore dei testi Harry Wilkinson, trasuda voglia di libertà e amore. La musica dei Maruja punta a unire, guarire e spingere le persone ad avere fiducia. E lo fa attraverso un crossover creativo che se ne frega delle regole discografiche. Brani lunghi, alcuni lunghissimi e metamorfici in cui l'alt-jazz incolla tra loro i frammenti hardcore. "Look Down On Us" è il manifesto del gruppo e del disco, ma sono notevoli anche i momenti in cui tutto rallenta, come in "Saoirse" e nella conclusiva "Reconcile". Non vediamo l'ora di vederli dal vivo.
Una delle più belle sorprese dell'anno, "DÌA" di Ela Minus è un album di trasformazione, denso, elegante, intenso. L'artista colombiana si arrende a se stessa e lascia cadere ogni filtro: un'esigenza nata dopo il precedente "acts of rebellion" che non aveva, secondo la stessa autrice, raggiunto un soddisfacente livello di onestà. In questo nuovo lavoro invece Ela Minus dà voce al flusso di pensieri che la attraversa, e lo esprime sia dividendo la scaletta tra inglese e spagnolo, sia componendo un mosaico di suoni e atmosfere diverse tra loro, che partono dalla testa prima ancora che dallo strumento: l'esplosione controllata di "IDK", l'elettronica da club sommessa di "I WANT TO BE BETTER", l'elettro-hardcore di "ONWARDS", l'epicità di "COMBAT" sono solo alcuni degli esempi di una eccezionale capacità artistica ed espressiva. Nota a margine: il mix è della nostra Marta Salogni, che ci fa piacere questo album ancora di più.
Scordatevi i Wolf Alice che conoscevate. "The Clearing" non ha praticamente niente dei precedenti tre dischi della band londinese. Un taglio netto, verso sonorità smaccatamente anni '70. Il risultato è un album che sebbene non sia fra i migliori della loro discografia, riesce comunque a fare emergere qua e là spunti interessanti, oltre a una grande versatilità di Ellie Rowsell e soci. I punti più alti? Sicuramente "Thorns", "White Horses" e "Bloom Baby Bloom".
Altra band e altro pezzo grosso del movimento post-punk di questi anni '20. I Murder Capital sono una certezza in termini di composizione e resa live, grazie alla loro incredibile energia. Il loro ultimo album "Blindness" ci permette di analizzare come il post-punk stia evolvendo velocemente proprio grazie al vastissimo bacino di rappresentanti che ne animano la scena. Era solo il 2023 quando gli stessi Murder Capital si trovavano in cima alle classifiche specializzate con il loro "Gigi's Recovery", che può essere considerato come una delle colonne portanti del post-punk contemporaneo. A due anni di distanza la band è maturata ulteriormente: suoni senza compromessi e testi che assumono un chiaro significato politico: una presa di posizione che la band ha portato anche nei fatti nel 2025, schierandosi politicamente senza troppe remore ogni volta che ne ha avuto l'opportunità.
"Cowards" completa la ramificazione del post-punk in uno scenario sperimentale in cui elettronica e jazz sono influenze non meramente di contorno, ma centrali nello sviluppo dei brani (una scelta stilistica adottata in Italia anche dai Leatherette). Che gli Squid fossero eclettici lo si era capito già dal loro debutto del 2021 e dal successivo "O Monolith" (2023), che aveva messo sotto i riflettori la loro grande propensione alla sperimentazione. Ma in un contesto in cui fare post-punk ("Showtime!" pare scritta apposta per richiamare questo momento storico) sembra portare dritti dritti alla ribalta, gli Squid hanno scelto ancora una volta l'imprevedibilità e grazie a brani come "Crispy Skin", "Blood On The Boulders" e "Cro-Magnon Man" hanno fatto un altro gran bell'album. Tre dischi riusciti su tre pubblicati: non si può più parlare di sorpresa!
Avevano bisogno di ritrovare velocità, ritmo e sfrontatezza, soprattutto per non dover guardare sempre ai primi due album quando si trattava di dover alzare il contagiri durante i live: con "Cutthroat" gli shame hanno fatto l'en plein, ritrovando sia l'intensità di "Songs of Praise" (2018) che la cura nella produzione di Drunk Tank Pink (2021); produzione qui affidata a John Congleton, scelto per il lavoro svolto con i Mannequin Pussy per "I Got Heaven" (che sedeva anch'esso al 12esimo posto della nostra top 20, ma dello scorso anno). "Cutthroat" è un disco diretto e irriverente, animato dalla convinzione che «è necessario arrabbiarsi per farsi valere»; lo dimostrano le ritmiche serrate e le chitarre nevrotiche, mentre cominciano a fare capolino suggestioni elettroniche che potremmo ritrovare, chissà, in futuri lavori della band. I testi di Charlie Steen, scritti durante le registrazioni, sono un sentito f*ck off contro più o meno chiunque, e a noi gli shame piacciono proprio così.
Dev Heynes è un po' come quei professori talmente bravi da farti appassionare a una materia complicata e poco accattivante perché in ogni lezione ci buttano letteralmente l'anima. "Essex Honey" è un album difficile. Sì, ci sono ritornelli, ma quasi si mimetizzano. È un disco sull'analisi del lutto e su come la musica può essere una strada per renderlo qualcosa di diverso. Arte? Salvezza? Liberazione? Non c'è una risposta univoca anzi, per ogni ascoltare la soluzione cambia. Blood Orange sperimenta, anche con le collaborazioni tra cui Caroline Polachek, The Durutti Column, Tirzah, Lorde, Mustafa e altri ancora. Tutti distanti ma perfettamente immersi nel viaggio sonoro di un album che da inizio a fine riesce a portarti in un non-luogo dove ci sei solo tu con le immagini che la tua mente viene spinta a proiettare.
"SABLE, fABLE" segna il ritorno di Bon Iver dopo sei anni di silenzio ed è forse il disco più diretto e umano di tutta la parabola di Justin Vernon. Un lavoro che si muove tra ombra e luce, partendo da una prima parte più introspettiva e fragile per poi aprirsi gradualmente a una dimensione più calda e condivisa. I brani attraversano territori folk, pop e R&B, dando spazio a testi che parlano di fragilità, speranza e nuove possibilità dopo un lungo periodo di introspezione. Ne emerge un lavoro equilibrato e accogliente, in cui la voce e l’emotività di Vernon restano centrali, in un disco che guarda al futuro senza perdere il legame con il passato.
"LOWER" arriva dopo otto anni di silenzio, un lungo periodo di assenza durante il quale Benjamin Booker ha fatto perdere le sue tracce e si è trasferito con la famiglia a Perth, in Australia. Un album oscuro, dai contorni sfumati come la sua copertina, e fortemente contaminato dai suoni hip hop e trap del produttore Kenny Segal. Il cantautore statunitense scava nelle profondità della sua anima e lo fa con le chitarre distorte e il fuzz in "BLACK OPPS" e "LWA IN THE TRAILER PARK" o ripescando le radici soul in "POMPEII STATUES" e "SLOW DANCE IN A GAY BAR". Il momentum del disco è però quello di "SAME KIND OF LONELY" dove c’è tutto: Dream, Love e Smile sono le tre parole che aprono le altrettante strofe e che riassumono il senso di un brano drammatico che raggiunge il suo apice nel finale. «I’m looking for the real thing though» ripete Benjamin mentre nelle cuffie irrompe la registrazione di una sparatoria in una scuola. Alle urla di terrore, seguono dopo una manciata di secondi le risa di sua figlia. Il senso di impotenza e sorpresa rimane con te fino alla fine della traccia e non sai come reagire. Almeno fino alla luminosa "SHOW AND TELL" e al rassicurante e caldo finale "HOPE FOR THE NIGHT TIME".
Il quarto lavoro in studio degli alfieri post-punk svedesi Viagra Boys, pubblicato il 25 aprile 2025, coincide con l’esordio della band sulla propria etichetta, Shrimptech Enterprises. L’album mantiene l’umorismo irriverente e tagliente di Sebastian Murphy, ma lo incanala in una dimensione più intima e riflessiva, allontanandosi in parte dalla pura satira sociale per concentrarsi sulle piccole ossessioni quotidiane e sulle inquietudini del presente. Ne nasce un disco che vive di contrasti, sospeso tra caos e fragilità: testi che alternano sarcasmo e lucidità si intrecciano a un sound multiforme, capace di passare dal punk-funk più nervoso a momenti più dilatati come "Medicine For Horses", fino alle deviazioni jazz-punk di "Best In Show Pt. IV". Accolto con entusiasmo dal pubblico, l’album colpisce per la sua abilità di essere insieme sfrontato e profondo, disordinato ma emotivamente incisivo, consacrando i Viagra Boys come una delle proposte più originali e riconoscibili del 2025.
Un artista come Tamino nella scena attuale è come una rosa nel deserto. Il cantautore belga-egiziano torna con l'ennesimo grande album, dove poesia e musica si avvinghiano e si aggrappano l'una all'altra senza mai lasciarsi. Un album dove perdersi nel crepuscolo per ritrovare se stessi.
Il sesto album dei Wednesday, prodotto ancora una volta da Alex Farrar e pubblicato dopo l’ottima accoglienza di "Rat Saw God" (2023), consolida l’identità sonora della band, sospesa tra indie rock, alt-country e noise, con un forte taglio narrativo. Le canzoni alternano momenti più ruvidi a passaggi emotivi e atmosferici, raccontando frammenti di vita e immagini del Sud degli Stati Uniti. Brani come "Elderberry Wine" e "Wound Up Here (By Holdin On)" mettono in evidenza la scrittura diretta e intensa di Karly Hartzman. Nel suo insieme, "Bleeds" mostra una band sempre più sicura dei propri mezzi, confermando i Wednesday come uno dei gruppi più solidi dell’indie rock contemporaneo.
Confezionare il proprio secondogenito è sempre difficile, soprattutto se hai avuto un album di esordio così dirompente come quello delle Wet Leg, ma "moisturizer", come ogni prodotto di bellezza che si rispetti, non ha tradito le aspettative di chi nel 2022 si appassionava per la prima volta alle chele di granchio di Rhian Teasdale e Hester Chambers. Guai a farsi ingannare dal cambio look radicale, le ex scolarette dell'Isola di Wight sono tornate sulle scene muovendosi con agilità e astuzia tra sensualità, riferimenti pop e critica sociale. Dal power rock dei singoli "CPR" e "catch theese fists" al folk irripetibile di "davina mccall", fino a un nuovo inaspettato gusto per il lo-fi ("don’t speak", "11.21" e "u and me at home") "moisturizer" è un album da conoscere e ascoltare, che conferma le Wet Leg non solo come band, ma anche come uno dei team creativi più funzionanti della scena.
Dopo anni di sperimentazione e affinamento, già vedere i Water From Your Eyes ad un soffio dal podio degli album migliori dell'anno è di per sé un gran bel risultato. Ma "It's a Beatiful Place" è molto più che una semplice sorpresa, perché piena rappresentazione di quella che può essere considerata come la nuova nuova ondata post-punk: un nuovo movimento in cui gli Squid hanno preparato il terreno e in cui il duo newyorkese in questione ha saputo elevare lo stesso genere a qualcosa di più, attraverso influenze ancora più variegate. L'etichetta Matador Records si conferma una garanzia, sin dal primo ascolto si capisce la mole di lavoro e ricerca che Nate Amos e Rachel Brown hanno saputo condensare nel loro sesto disco. Puntando sempre a John Frusciante e al rock'n'roll, come loro stessi ci hanno confidato nella loro ultima intervista, e alle influenze elettroniche, particolarmente evidenti nei brani "You Don't Believe In God?" e "Playing Classics".
Guardando la nostra shortlist di quest'anno, diventa chiaro che anche il 2025 è stato un anno davvero generoso per quanto riguarda la musica che ci piace, in particolare per quanto riguarda il rock e dintorni. La lotta per il podio è stata quanto mai agguerrita, e per quanto ci pianga il cuore per gli splendidi album ai piedi della top 3, troviamo in terza posizione i Turnstile con "NEVER ENOUGH", un disco che conferma la band di Baltimora come portavoce di un hardcore aperto alle contaminazioni e in ottimo stato di forma. Rispetto a "GLOW ON", Brendan Yates e soci si prendono ancora più spazio per giocare e sperimentare con generi diversi, in particolare dream pop ed elettronica, e alternano mine velocissime ed energiche ("BIRDS", "SOLE", "DULL") a espansioni della forma canzone che indugiano su strumentali dalle soluzioni inedite ("LOOK OUT FOR ME", "SUNSHOWER"). Punti bonus per l'eccellente e freschissimo accompagnamento visual, in particolare per quanto riguarda il "visual album" che accompagna tutto il disco; e per la potenza sconcertante che riescono a esprimere dal vivo.
"caroline 2" è un disco di tentativi e continui esperimenti. Prendete "Song two": nata come un brano “normale” con chitarra, batteria e voce con autotune e diventata poi un insieme di sax, clarinetto e basso. Oppure "Coldplay cover", registrata con un microfono Zoom viaggiante tra due stanze, dove suonavano due gruppi di membri diversi. Non manca quindi la componente d'improvvisazione, ma rispetto al debutto è più controllata e calibrata. Il risultato è un album molto più accessibile, come si nota in pezzi come "Total euphoria" e "Tell me i never knew that" con Caroline Polachek. Facendo il classico gioco dell’inventarsi generi con quanti più aggettivi possibili, questo è un disco emo-folk-post-rock. "Two riders down" ne è la dimostrazione, nel caso qualcuno avesse qualcosa da ridire sugli stili appena citati. Nei quasi sette minuti ci sono gli American Football che giocano con gli archi e la batteria alt jazz dei Black Country, New Road e, dopo un lungo riverbero di violini, c’è l’apoteosi rock dove sembra di ascoltare una versione di "Snow Globes" suonata dai Mogwai. Un album che non poteva che prendersi il podio della classifica.
In base a cosa si decreta l'album in prima posizione? Si può tenere conto di originalità, imprevedibilità e ovviamente anche di quella componente che lo rende un minimo accessibile (pop per essere diretti). "Getting Killed" non è di certo un disco catchy al primo ascolto, come nulla di quanto scrive Cameron Winter. Eppure, riesce comunque a essere attraente anche per le nuove generazioni. I testi surreali, interpretabili in mille modi e con versi che diventano slogan ("There's a bomb in my car") le soluzioni di chitarra, batteria e basso che alternano ritmi tribali a riferimenti del rock classico e la voce unica, come il suo modo di cantare, del frontman (se n'è accorto Paul Thomas Anderson). Al terzo album i Geese trovano il loro personale sentiero, unendo le belle intuizioni melodiche di "Projector" al virtuosismo strampalato di "3D Country" e alla vena ispiratissima di "Heavy Metal", disco solista di Winter. Il 2025 è l'anno dei Geese e i Geese sono la band dell'anno. E sono ancora giovanissimi.