alt-J @ Palalottomatica Roma | Quei tre nerdazzi di Leeds

by Giada Agnoli

alt-J: i nuovi Radiohead? O forse gli ennesimi Mumford and Sons? Sto scherzando, ovviamente. Sono comunque in tanti quelli che li accomunano alla band di Thom Yorke, ma, se volessimo avere la risposta pronta, potremmo usare quella che Joe Newman (il leader della band) usa sempre: “ma chi ha bisogno dei nuovi Radiohead quando hai già i Radiohead?”
Ma evitiamo queste etichette perché gli alt-J ne hanno ricevute fin troppe da stampa e dai fan. Ricominciamo dall’alfa e dall’omega, o meglio dall’1 e dallo 0.

C’è sicuramente della fantasia indie nel nome che il gruppo si è scelto. Avete una tastiera Mac? Bene, il gioco è fatto: premete insieme il tasto “Alt” e quello della lettera “J” e otterrete il simbolo “Δ” (ah, no, solo su tastiera americana, vbb), che in matematica significa cambiamento, mutazione. Questo gioco è intrigante perché, una volta svelato il motivo di questa sigla, ci si attende un qualcosa di innovativo e spiazzante nella loro musica.

Solo con il loro nome gli alt-J hanno reso sexy la geometria. Si esprimono con testi apparentemente senza senso (salvo quando si tratta di dichiarare l’amore per la loro “forma preferita”, in quel caso vi assicuro che sono diretti: Triangles are my favourite shape – Three points where two lines meet, cantano in Tesselate) e con un genere fluido che fa fatica a trovare la sua collocazione nel mondo della musica. In effetti è difficile etichettarli, anche se quasi sempre sono inseriti nella macro categoria “indie”. Probabilmente se fossero stati in un altro decennio nessuno li avrebbe cagati di striscio, come hanno spesso ribadito loro: la loro vocalità nasale era tutto tranne che bella, e dalle loro figure di nerd sembrava essere sepolta una certa diffidenza.

Gli alt-J, però, hanno sempre avuto qualcosa di diverso e io ve lo posso assicurare, perché la scorsa sera – al Palalottomatica di Roma – l’hanno confermato a me, ai fan storici e a chi era lì solo per curiosità.
Il concerto si apre con Deadcrush, in un crossover di ritornello hip-hop, cori bollywoodiani e percussioni quasi industriali. Il brano è contenuto in Relaxer, l’ultimo album della band uscito nel 2017: un progetto molto vario, completamente ispirato alle ambientazioni geometriche e surreali di “LSD“. Fermi tutti, cos’è LSD, vi potreste chiedere. No, non sto parlando della droga allucinogena, ma di un videogioco dei tardi anni 90 che permetteva al giocatore di esplorare mondi tratti dai sogni, ricostruiti con modelli geometrici.
Il gruppo ci fa ripercorrere il loro ultimo progetto durante tutta la serata, suonando Pleader, In Cold Blood e 3WW, facendoci ascoltare musica sinfonica, cori gospel, suoni folk e storie popolari. È come se fossero riusciti a trasportarci da una chiesa al set scenografico di Game Of Thrones.

La scaletta continua e la band capitanata da un Joe Newman in formissima ci fa viaggiare verso Nara tramite brani tratti da This Is All Yours, il secondo album della band che racconta del viaggio verso la città giapponese, suggestivo rimando alla libertà dell’uomo e all’eterno legame con la natura che lo circonda. È un ritorno alle origini, una fuga dal caos della città. I brani suonati al Palalottomatica ci cullano dolcemente in questo lungo viaggio con particolari melodie (oserei dire quasi da Sigur Rós) ed echi medievali (Nara, The Gospel of John Hurt, Every Other Freckle, Hunger of the Pine e Intro). 

All’appello, però, manca un disco, per la precisione il loro primo album e, a parer mio, il miglior riuscito: An Awesome Wave. In questo primo progetto è chiara la direzione musicale che la band voleva prendere all’epoca, nel 2007, quando incominciarono a registrare con solo chitarra e voce all’università di Leeds. Incidevano a basso volume cercando di ridurre il rumore al minimo per via delle regole della facoltà: questo finirà per influenzare molto il mood intimo del loro sound.


Gli alt-J ci deliziano subito con Fitzpleasure – il secondo brano suonato live – dove si parla di “Tralala” (la protagonista) che viene brutalmente stuprata, e viene citata una defunta gang di Southampton, i “Mandela Boys”. L’uso della parola “googling,” la sovrabbondanza di riferimenti culturali, l’uso dello spelling: gesti postmoderni, applicati su una forma musicale più o meno inedita e fortemente melodica.

Sono presenti anche le emozioni, grazie a Something Good e Dissolve Me, in cui il frontman ci ipnotizza con una voce spettacolare, fine, melodica, morbida e coerente. Non mancano anche le occasioni per ballare e saltare assieme al gruppo grazie a canzoni che con ritmi quasi afro ti trascinano nel loro vortice: Matilda, Tessellate, Taro e Breezeblocks. Quest’ultimo grintoso brano è stato usato come ottima chiusura dello show, permettendo a tutto il palazzetto di far sentire il nostro affetto verso questa band così speciale e così strana. Perché strani lo sono davvero, strani forte! Breezeblocks fa davvero ballare tutti: dai soliti fan alternativi con occhiali tondi e camicia a quadri con baffi alla Salvador Dalì, alle ragazzine, fino agli adulti, per passare dalle coppiette ai solitari. Insomma, ci siamo proprio divertiti tutti.

Inutile dire che sei anni dopo la loro prima apparizione, gli alt-J sono diventati una delle poche promesse indie di questo decennio a mantenere la fama che è piovuta loro addosso. Ce l’hanno dimostrato durante il concerto, mostrandosi in uno show povero, con pochi effetti di scena o particolari coreografie. Erano le luci, infatti, le vere protagoniste del palco.

La ben riuscita dello spettacolo è stata possibile anche grazie all’artista di supporto che ha scaldato il pubblico: un’impeccabile Marika Hackman (che ha collaborato con la band in due brani, Last Year e Warm Foothills), giovanissima cantautrice inglese che ci ha deliziato con la sua splendida voce, ricordandoci quasi Florence Welch.

Marika Hackman

Gli alt-J sono solo tre tizi di Leeds: persone normali, dei nerdazzi, senza biografie particolari, fortunate ad aver trovato il momento migliore perché la loro musica toccasse un pubblico ampio. Fortunati sì, ma anche eccessivamente bravi nell’essere eccentrici al punto giusto: quella stranezza che affida alla band un valore aggiunto, capace di muoversi abilmente tra generi e tonalità differenti. Bravi soprattutto nello sperimentare ma mantenendo sempre la personalità indie/elettro/pop che li ha guidati fin dal primo momento. Quindi no, non sono gli ennesimi Radiohead, sono semplicemente loro: gli alt-J, la band dei triangoli.

Photo credits: Emanuele di Cintio @d_c_e_musicphotography

Setlist:

Deadcrush

Fitzpleasure

Something Good

Nara

The Gospel of John Hurt

In Cold Blood

❦ (Ripe & Ruin)

Tessellate

Intro (This Is All Yours)

Every Other Freckle

Hunger of the Pine

Bloodflood

Matilda

Dissolve Me

Pleader

Taro

Left Hand Free

 

Intro (An Awesome Wave)

3WW

Breezeblocks

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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