22 aprile 2026

Dentro il feedback: il live degli A Place to Bury Strangers al Monk di Roma

Il passaggio romano degli A Place to Bury Strangers al Monk si inseriva perfettamente dentro quella liturgia rumorista che la band di Oliver Ackermann porta avanti da oltre vent’anni: un live da attraversare, il più fisico e muscolare che c'è in giro ad oggi. La sensazione era quella di stare per entrare in un campo magnetico instabile. Già dal merchandising: earplugs, accendini e gli effetti per chitarra Death By Audio, di proprietà di Ackermann stesso.

Oliver Ackermann degli A Place to Bury Strangers sul palco a Roma
A Place to Bury Strangers in concerto al Monk di Roma, 2026 | Credits: Liliana Ricci

L’apertura affidata a Kontravoid (side project synthwave ed electro-dark dell’artista canadese Cameron Findlay, ex batterista dei Crystal Castles) ha preparato il terreno con un set scuro e pulsante, giocato su ritmiche industrial minimali. Un’introduzione coerente che ha accompagnato il pubblico verso coordinate sonore sempre più abrasive. E infatti, quando gli APTBS salgono sul palco, lo fanno senza costruzione narrativa: attaccano. Le chitarre sono già distrutte: il loro set è un flusso continuo di rumorismo, in cui i brani - da Disgust a I Lived My Life to Stand in the Shadow of Your Heart - si fondono in una massa indistinta di feedback, delay e saturazione.

Oliver Ackermann, frontman della band A Place to Bury Strangers
Oliver Ackermann, frontman degli A Place to Bury Strangers | Credits: Liliana Ricci

Il punto centrale resta il suono: volume altissimo, distorsione portata al limite, batteria compressa che spinge verso territori quasi techno e ripetizione ossessiva dei pattern. Per 13 canzoni - ossia l'intera durata del set - c'erano continuamente fasci di luce intermittenti che tagliavano la sala. In alcuni momenti c'è stata addirittura la sensazione di perdere completamente l’orientamento.

Nel finale, il set raggiunge il rumore puro, con chitarre portate fuori controllo, immersione completa e caos totale e totalizzante. Decisamente non un live per tutti, ma non è stato nemmeno pensato per esserlo. Neanche un decimo di secondo. Un live che non si ricorda per il singolo pezzo suonato ma per ritrovare quella sensazione di wall of sound che oggi spesso manca, con le orecchie in fiamme e la sveglia con l'acufene la mattina dopo.