Ci sono cose che apparentemente non hanno un senso, ma che lo acquistano dopo aver visto il quadro generale. Una visione complessiva aiuta spesso a mettere ogni tessera del puzzle nella giusta posizione e a comprenderne il significato nascosto. Nel caso di Mac DeMarco questo discorso non vale. Non è richiesto alcuno sforzo. Tanto è inutile stare lì a scavare per capire il motivo per cui a un tratto salga sul palco un suo fan storico per farsi rasare i capelli. Vale tutto. Conviene godersi la folta scaletta del suo concerto che, nella terza data italiana al Parco della Musica di Milano, ha riservato più sorprese del solito.

Nelle quasi due ore di show, il cantautore canadese – che mancava da diverso tempo in Italia – ha regalato al pubblico una performance partecipata. Non solo per i mini-interventi in un italiano accennato tra un brano e l’altro, ma soprattutto per il contatto costante con il pubblico. Un rapporto mantenuto in un modo tutto suo. Per oltre metà concerto, le canzoni si sono susseguite una dopo l’altra in modo veloce. Si è partiti con il boato dei fan per For the First Time per poi accendersi definitivamente con On the Level. Tutta la prima ora di live è un continuo andirivieni tra pezzi che stimolano la memoria e i sentimenti del pubblico e momenti meno concitati quando Mac esegue, chitarra acustica alla mano, i brani del suo ultimo disco Guitar.

Salad Days conferma di essere uno dei sei pezzi migliori anche dal vivo, mentre il suo estro da crooner sghembo emerge quando si cimenta in 20191009 I Like Her. Per questo tour è tornata in scaletta anche Finally Alone, tratta dal mitico Here Comes the Cowboy, dal quale vengono “estratte” anche Heart to Heart e All of Our Yesterdays. Nel corso dello show ci si stupisce, anche se da lui bisognerebbe aspettarselo, dei cambi repentini. Un attimo è lì a scherzare e a ripetere dei “grazie” sbilenchi con un ironico tono di voce che gli fa da maschera, un secondo dopo è lì a intonare perfettamente Still Beating insieme al resto del pubblico.
Ma è dopo un’ora e un quarto che le cose prendono una piega totalmente inaspettata. Quando sul palco del Parco della Musica di Milano viene fatto salire il suddetto fan storico (di nome Paolo) che accetta di farsi tagliare di nuovo i capelli, mentre Mac DeMarco duetta in italiano con Ryan Paris. Un nome curioso, legato all’italo disco italiana e che negli anni Ottanta raggiunse la notorietà con il brano Dolce Vita. Mentre i due si esibiscono sulle note di Sei tutto quel che ho, tra il pubblico domina uno sconcerto divertito. Girano voci che sia stato invitato all’ultimo sul palco. C’è chi dice che l’artista canadese abbia invitato la qualunque il giorno prima in un bar milanese. A tal punto che in molti iniziano ad aspettarsi ulteriori sorprese.

Eppure, come accennato in precedenza, con Mac DeMarco le previsioni sono impossibili, e ieri sera a Milano ancora di più. Sul finale Ryan tornerà per cantare Simply Paradise e la cover di Human Nature di Michael Jackson che il cantautore canadese propone come conclusione in tutte le date di questo tour. Il clou del live però è arrivato qualche momento prima durante Freaking Out the Neighborood.
In questi casi si è soliti scrivere frasi del tipo: “Siamo tornati al 2012, nostalgia canaglia”. Invece ieri sera, proprio mentre sono partite le prime note di chitarra e synth, due ragazzini che avranno avuto a malapena sedici anni, mi sono sfrecciati alla sinistra. Correvano ad ascoltare il pezzo sottopalco e a scatenarsi col resto dei fan che hanno richiesto un bis del finale. Un segno che il pezzo ha superato un certo limite e che, in parte, ha scavalcato più di una generazione. E questo sì, a pensarci bene, un senso ce l’ha.
Fotogallery del concerto a cura di Maria Laura Arturi.