Strane dimensioni, elettriche sensazioni: MGMT @ Estragon, Bologna

by Riccardo Martinelli

Pochi mesi dopo essere apparsi nella scena milanese in compagnia di Parcels e Justice, il duo newyorkese è tornato per una notte all’Estragon di Bologna. The MGMT strikes back, con i loro synth e le loro grafiche da capogiro.
Questa volta sono in tour per promuovere il loro ultimo lavoro “Little Dark Age, iniziato nei primi mesi dell’anno negli USA e poi portato in giro per l’Europa. Sono arrivati con il loro classico palco composto da vari synth, uno schermo principale sul retro e due al suo fianco, un computer e batteria, basso e chitarre Dell’album ci aveva parlato il nostro Fort, del live tocca a me parlarne e lo trovo abbastanza arduo, ma ci provo. È andata cosi.

Dopo un’apertura danzerina del disc jokey Matthew Dear, verso le 21.45 circa si fa spazio tra synth e clavicembalo (campionato ,ovviamente), l’overture che introduce sulla scena “i due MGMT”, al secolo Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser.
Uno scenario cupo e dark, che ricostruisce a mio parere il piccolo medioevo di cui l’album parla.
Al medioevo associamo l’immagine di castelli, stoffe rovinate e luci fumose, ed il suono che più evoca l’ambiente cupo di una notte fredda medioevale è quello di un clavicembalo che risuona negli androni. Sì, lo strumento prediletto da J.S.Bach e utilizzato da W.A.Mozart per comporre le sue più celebri opere (ebbene si, Wolfgang Amadeus Mozart ha solo conosciuto per poco il pianoforte). Un connubio che trovo perfetto, il suono sfuggente e naturale del passato che si scontra con le miriadi di armonici generati dal tocco di un tasto dei synth. Ok cupo, ok fumoso e con le streghe bruciate vive, ma tranquilli, il resto del concerto non lo è stato affatto.

Tra le fila e qualche rapido saluto, si innesca la canzone omonima dell’album, Little Dark Age. La parentesi dark è ancora aperta, e tra i colori violacei, l’atmosfera di un Estragon colmo diventa elettrica. Si brucia subito anche un altro grande pezzo dell’ultimo lavoro in studio, James prende in mano la chitarra cosi come Andrew ed è il turno di When You Die, che cede il posto alle grafiche di fiori e colori sul verde, sempre scuro.

Le luci, le urla e il primo forte calore vengono sprigionate non appena inizia la cadenza aizza folle di Time To Pretend. Iniziano a vedersi grandi sorrisi, tante mani sopra le teste e si torna indietro di dieci anni. Se è risaputo che l’album di debutto “Oracular Spectacular” sia impresso nella mente di molti, stasera diventa ovvio. Non c’è sosta nella prima parte del concerto, né sul palco, né per chi deve stare sotto e goderselo.

Un tecnico si palesa sul palco con in mano…una cyclette. Il mio pensiero dopo le prime note è stato “No… geniale”. She Works Out Too Much è spettacolare per lasciarsi andare, e riflettere su quanto sia efficace l’ironia di questo duo: loro, con workout del 21esimo secolo intendono ad esempio una ragazza che è stanca di “swippare” profili su Tinder. Aggiungo altro?

Dopo questa bomba di inizio, si fanno largo diversi brani del passato, con la loro psichedelia e atmosfere suggestive come Alien Days, Flash Delirium, per poi far suonare la fresca James con la sua grave voce. Dopo brani come Weekend Wars e Siberian Breaks, in cui ci si può lasciare andare ondeggiando col bacino, una crescente onda di suoni e segnali digitali che appaiono sullo schermo, le frequenze cardiache aumentano e tutti cantano: “I said ooh girl! Schock me like an electrick feel! Baby girl, turn me on with your electric feel!”Electric Feel torna a far ballare (e saltare), è tangibile l’energia che scatena questa canzone, una forza causata dallo scontro tra due corpi, e nella sala ce ne erano parecchi.

Subito dopo arriva il pezzo da dancefloor di “Little Dark Age”, con Andrew VanWyngarden che sale sulle casse all’estremità del palco. Si ricrea una vera e propria discoteca, che è al di fuori dei nostri giorni, ma nemmeno dei tempi della febbre del sabato sera. Sembra di essere fuori dal mondo, in un’altra dimensione. Forse la dimensione MGMT. Chi è appassionato di questa band, riconosce il genio che c’è dietro, la ama per la sua natura eclettica e per la capacità di saper mutare, mantenendo una propria identità.

Con le gambe calde e riscaldate del pubblico, arriva dirompente quella che tutti stavamo aspettando. È inutile nasconderlo: credo che tutti -o quanto meno in molti- desiderino, più o meno in fondo al loro cuore, di sentire almeno una volta nella loro vita Kids dal vivo. È incredibile la forza generazionale che racchiude questa canzone. Un solco inciso nella storia moderna che ha come tema la comune nostalgia del passato (in diversi modi per tutti) e la paura di crescere, del domani, dell’incognito.
A questo inno, il pubblico ha risposto sorridendo, saltando e pogando, tant’è che il sottoscritto, che si trovava a 4/5 metri dal palco, dopo il pogo si è ritrovato praticamente in prima fila (yesss). Questa Kids eseguita nella versione che contiene il tema di The Neverending Story è un delirio. Va a chiudere lo spettacolo prima della ripresa, dopo tanti “ancora” e “se non metti l’ultima”; tanti visi sudati e sorrisi in giro per la sala.

La band torna sul palco, posandosi su sedie minuscole e suonando una chitarra con misure ridotte e un pianoforte per bambini, che sembra quasi giocattolo. When You’re Small (ecco perché mini strumenti), The Handshake, TSLAMP chiudono il lungo bis proposto, prima che Andrew, che tra i due è quello che interagisce di più con il pubblico, lasci in balia del pubblico la scelta dell’ultima canzone. La scaletta che ho letto dopo segnava The Youth come ultimo atto del concerto, ma una ragazza a due passi da me (se leggerai questo articolo fatti avanti, sei una grande), riesce ad attirare l’attenzione del cantante, urlando e utilizzando gesti per far capire che vorrebbe sentire Brian Eno. Detto, fatto. È la celebre canzone di “Congratulations” del 2010 ad accompagnare la chiusura del sipario.

Credo che gli MGMT siano un esperienza da provare, un viaggio all’interno della visione/dimensione di due ragazzi ormai conosciuti ovunque. Un aspetto che si nota prima di tutto dai loro album e che ho avvertito anche durante il concerto, è che loro non scendono a patti con nulla e nessuno, zero compromessi. Non ho trovato nulla di convenzionale, e anche la loro storia discografica lo esprime al massimo.
Rimane di loro l’empatia che lasciano scaturire, la semplicità e il quasi inspiegabile electric feel che riescono a scatenare da più di dieci anni.

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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