Qualche foto retrò dal live dei Temples al Locomotiv Club di Bologna

by Riccardo Martinelli

In una Bologna uggiosa e umida, in perfetto stile Brit, questo sabato hanno fatto tappa al Locomotiv Club con la loro tournée i Temples, una delle band più discusse e rappresentative della nuova ondata psych-rock europea, carichi del loro charme vintage e stivaletti, forti della new entry dietro le pelli dei tamburi Rens Ottink (degli olandesi PAUW).

Freschi del terzo album Hot Motion e della pesante responsabilità affidatagli da figure di spicco come Noel Gallagher e Johnny Marr, che li hanno definiti  «la nuova miglior band nello UK degli ultimi tempi», al momento si collocano in un limbo, forse transitorio. Questo perché dopo il precedente Volcano, ci si aspettava la conferma, la ripresa di un discorso sonoro iniziato nell’ormai lontano 2012. Invece, il nuovo disco propone un nuovo volto della band, che oggi si trova più “masterizzata”, più tecnicamente evoluta che artisticamente. Vuoi per motivi legati all’approdo alla nuova etichetta ATO Records o per volere personale, ma questo è. Per l’appunto, l’inciso ha creato vari e diversi pareri riguardo la formazione di Kettering, dividendo in due fazioni abbastanza distinte la critica, sia quella del Bel Paese, che quella di casa loro, che si sa essere molto più categorica della nostra. Ma del parere di ciò che è registrato e aleggiante nell’etere degli impianti stereo e auricolari in questo momento poco ci importa; così è come andata, a mio modesto parere, la loro prima di due date qua in Italia.

21.45 in punto. Si palesano sul palco accompagnati dal fumo di rito, elegantissime e con un gran stile, le quattro sagome con acconciature ’70s e relativo abbigliamento, senza perder tempo e introducendo subito la cadenzata The Howl,  che in questa situazione, suona molto come una chiamata alle armi, fungendo da overture al concerto. Segue immediatamente (un po’ a sorpresa), una delle canzoni più amate. I balzi di ottava della tastiera di Adam Smith annunciano Certainity, e la chitarra di James Bagshaw super effettata risponde. Suona esattamente come un inno, gira, funziona e avvolge, grazie ad un (se pur semplice) riff unisono tra i due. Il trittico iniziale si conclude con un brano contenuto in Sun Structures, il primo ed ecclatante LP della formazione, A Question Isn’t Answered, con i suoi clap, e il ripetuto “aaah-ah-ah-aaaah” conclude introducendo un brano per ognuno dei tre album realizzati fin ora.

Nonostante i vari tentativi però, ad essere sincero, la missione del leader della formazione di trascinare nel canto e nel loop di battiti di mani il pubblico, non si può dire essere riuscita un gran che bene. Il che si protrarrà comunque, nonostante momenti più coinvolgenti di altri, per tutto il concerto. Che posso dire, sarà un po’ per il pubblico, ma anche per il carattere e la natura “polite” dei 4 ragazzi. Rimasto con questo “amaro in bocca”, spulciando tra le loro storie di Instagram in questi giorni, posso però affermare che in altri paesi in cui stanno suonando (ad ora, Germania e Repubblica Ceca), la risposta da parte del pubblico risulta abbastanza distante da quella appena descritta.

Al seguito si alternano brani recenti e non, una scaletta composta prevalentemente dall’ultimo e dal primo album. Infatti, solo la sopracitata Certainity e Oh The Saviour, più o meno a metà concerto, sono le uniche canzoni prese dall’album di mezzo. Subito dopo questa, arriva la traccia che da il titolo all’album, Hot Motion. All’orecchio funziona, il basso di Thomas Warmsley sposa perfettamente la chitarra persuasiva di James, così come le voci dei tre che preannunciano il ritornello. Funziona così come risulta affascinante essere in locale di dimensioni modeste come il Locomotiv, e respirare un po’ quello che poteva essere assistere agli esordi della band 5 anni fa in qualche venue londinese.

A concludere è il brano che probabilmente ha spianato la strada al progetto, Shelter Song conclude quella che è una scaletta ben pensata di paragone tra il punto di partenza e la nuova via che probabilmente verrà mantenuta nel proseguo della band. Espressioni felici e soddisfatte prevalgono nella sala, dopo qualche minuto di attesa, Tom, James, Adam e Rens si ripresentano sul palco, proponendo come encore una delle loro canzoni che preferisco. Una lunga versione di Mesmerise conclude la serata, con un outro psichedelico e persuasivo, che accende una scintilla nel pubblico, così come nel precedente finale di Shelter Song.
Una scintilla che che forse, andava pensata ed accesa un po’ prima.

Si ringrazia Renato Anelli per le bellissime foto qui sotto!

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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