Una serata a Milano con Mac DeMarco, l’antidivo lo–fi per eccellenza

by Silvia Rizzetto

Cappellino piatto e logoro, sorriso non corrispondente ai canoni di bellezza occidentale, occhi vispi, capelli arruffati e barba trascurata, un curriculum di bravate inverosimili: questo è Mac DeMarco secondo l’opinione pubblica. È un ritratto che non si discosta da quell’idea di eterna giovinezza che ci formiamo da piccoli leggendo la storia di Peter Pan, o che deridiamo da grandi osservando il ragazzo copertina di Mad Magazine. A distanza di cinque LP, potremmo provare qualche risentimento per il nostro ingenuo pregiudizio, eppure continuiamo ad essere influenzati dallo stesso musicista, che in prima battuta aveva giocato scientemente con il suo corpo e la sua mente –si ricordi il suo esordio, con quella voce roca un po’ alla Barry White, un po’ alla Ghostface– consacrandosi come nuova icona lo–fi, etichetta che nel suo anacronismo folk e psichedelico continua tuttora a non appartenere ai nuovi ghiribizzi dell’indie. DeMarco è un personaggio abilmente preconfezionato che non sfugge mai dalle sue stesse mani, mani che potrebbero stringere quelle di Beck, Ariel Pink, dei più grandi autori rock giapponesi. Per niente cretino ma rincretinito da tali influenze, oggi irride il bieco mito dei cowboy, lo stesso di cui la comunità bianca americana si giova nella sua aridità culturale. Dov’è il country che la maggior parte della critica percepisce in Here Comes The Cowboy? Non si trovano riscontri in quel grumo ironico, bensì qualche ballata strimpellata, ignoranza o forse rinnegazione di quei fasulli ideali di libertà intrisi di sangue. È una ribellione pacifica che, se inizialmente si accoglie con sonore risate, si assapora lentamente come una limonata poco dolce, un succo già gustato ai tempi di This Old Dog, mix di aspre esperienze personali e fresche trovate stilistiche.

Sono passati i Salad Days [giorni verdi, n.d.r], ora DeMarco medita in solitaria con pochi e fidati strumenti, pensa all’ineluttabilità del tempo a denti stretti perché per lui è giunto il momento di prendersi sul serio. Compone veloce e schematicamente come un burocrate, ma colpisce al cuore grazie ai suoi melliflui versi capaci di stringerci in un caloroso abbraccio. Forse è come Luigi Tenco – quando era felice non stava a casa a scrivere note e parole – altrimenti non si spiega la demenzialità delle sue continue comparsate da giullare che si ritorcono contro la melanconia delirante dei testi e segnano la sua carriera di bozzetti caricaturali, come una comune cicatrice su una pelle scura e raggrinzita brilla nel suo falso chiarore perché messaggero di ricordi dolci e amari.

Noisyroad è ricco di aneddoti (la nostra Jess ci ha recentemente spiegato Here Comes the Cowboy in una chiara e simpatica recensione), ma la sera dell’otto luglio sono entrata cauta tra il boschetto del circolo Magnolia di Milano, digiuna di sorprese, curiosa di incontrare, in un turbinio di interrogativi strambi, il divo non divo di Edmonton. La temperatura percepita, l’odore “silvestre” che non proveniva dalla flora locale, l’umidità e la scarsezza idrica rendevano l’attesa come un’estensione temporale surreale, quasi parte integrante dello spettacolo.

Alle grida isteriche che hanno accompagnato qualsiasi cosa facesse DeMarco, vuoi imbracciare la chitarra, vuoi usare il cavo del microfono come lazo o corda per saltare, persino nel momento in cui si è coperto un dito ferito con un maxi cerotto, si può aggiungere alle cose che mi hanno lasciato incredula la canzone di apertura, On the Level al posto della probabile Here Comes the Cowboy, una partenza con il botto che ha trascinato gli astanti in un dondolio da discoteca psichedelica, sballottamento che li ha trasformati in palline da flipper nella seconda canzone della scaletta, la celeberrima Salad Days. Gli occhi dei fan, anch’essi in tenuta Huckleberry Finn 2.0 come gli headliner, erano puntati sul frontman, la cui tenera goffaggine appariva a tratti paradossalmente avvenente. Le sue boccate di fumo, i suoi colloqui e incitamenti baritonali sembravano intenzionali, forse volti ad aumentare la temperatura già troppo insostenibile. Tra le spettacolari e intime luci degli accendini egli ha raggiunto l’apice della sua non-sensualità suonando Another One. DeMarco è anche questo: un po’ Homer Simpson per il suo aspetto trasandato, un po’ il professor Frink nelle sue jam dalle geniali combinazioni alla chitarra, un po’ Ned Flanders quando aveva mostrato senza alcuna malizia i pettorali a Marge. È il suo gioco dell’essere e dell’apparire con se stesso che rende coinvolgenti i suoi live. Nella città italiana ha assunto la forma della rockstar da assecondare con zelo: ci è venuta voglia di consolarlo durante l’esecuzione di Chamber of Reflection, di ballare con lui un lento sulle note di Still Beating, siamo usciti fuori di testa urlando «Viceroy», abbiamo canticchiato nella sua interezza Freaking Out the Neighborhood, comprese le parti strumentali. Contemporaneamente però, egli e i suoi scatenatissimi compagni di palco ci offrivano dei siparietti poco coraggiosi (la follia dei tempi d’oro si è ora tramutata in un pacifico disordine da saletta prove) ma alquanto vigorosi da sfondare quella «quarta parete» che sempre nega al pubblico il contatto diretto con gli istrioni. Si è avuta l’impressione di partecipare ad un banchetto di commensali che non si vedevano da tanto tempo. A un certo punto DeMarco ha chiesto quale fosse il nome di quell’affettato locale che gli era piaciuto l’ultima volta che era stato a Milano: «Salmonella?». Perso nella traduzione (eppure l’adesivo della sua macchina recita «sono fiero di essere italiano»), il musicista ha però cercato nel miglior modo possibile di imitare il classico nipote di immigrati italiani dicendo tra una canzone e un’altra «bellissimo» con un sorriso da furbetto.

Seriamente parlando, resteranno di questo live tanti ricordi indelebili perché la band era in splendida forma: gli outro sono stati estesi sino a mutare i ritmi delle stesse canzoni, la voce di DeMarco era pulita, dunque perfetta nelle numerose modulazioni che richiedono i suoi brani, che spaziano dal funk di Cooking Up Something Good e di Choo Choo al folk triste di Finally Alone, dal soft rock di Freaking Out the Neighborhood al post–punk di Rock and Roll Night Club, qui riproposta in una versione meno rozza e sporca. I suoi turnisti sono stati equamente protagonisti di questa splendida festa estiva italiana: hanno interagito con il pubblico abbondantemente, e l’hanno salutato unendo un lungo medley di cover dei Misfits con Still Together. Non c’è titolo migliore di quest’ultimo brano per descrivere la folla milanese, troppo affiatata e avida di restare con la band per una notte intera. Dopo assidue richieste, DeMarco è stato costretto a uscire dalle quinte per un bis, cantando la commovente Watching Him Fade Away.

Qual è il segreto di questa strana attrazione per DeMarco? È il suo identificarsi nei suoi estimatori. Piace perché sa stare con i piedi per terra mentre tutti lo inquadrano con obiettivi sfocati. Con il suo vissuto alle spalle, egli è diventato un esperto di sopravvivenza alla vita, e lo racconta nei suoi brani senza smettere di mostrare quella sua iconica dentatura a ciò che gli è stato donato, sofferenze comprese. Egli è un intrattenitore nato perché sa che quell’accozzaglia che lo attende sotto ogni intemperia è composta da individui a lui simili. Mac DeMarco è il cantore degli ultimi perché è consapevole che mai la prima posizione dei privilegiati gli sarà comoda. Forse finalmente è giunto per noi il momento di rivedere la sua carriera smorzando qualche istintiva smorfia buffa.

Si ringrazia Nicolò Andreuccetti per le fotografie.

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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