AURORA | A Different Kind of Human (Step II)

by Federica Di Gaetano

Voto:

B
Politico e puro

Se c’è un’artista che mi ha davvero rubato il cuore nel momento stesso in cui me la sono ritrovata davanti, questa è, senza ombra di dubbio, AURORA. Originaria di Bergen, ha solo ventiduenne anni, ma è già considerata l’astro nascente del nuovo synth pop made in Nord Europa e possiede tutte le carte in regola per diventare una grande star a livello internazionale.

Durante un’afosa notte di pieno agosto allo Sziget Festival, mi sono ritrovata allo scoccare della mezzanotte sotto il tendone che ospita il MasterCard Stage, circondata da decine di ragazze e ragazzi scandinavi (che definire bellissimi sarebbe riduttivo), che sventolavano bandiere della Norvegia e guardavano con amore e ammirazione questa ragazzina alta nemmeno un metro e sessanta che si dimenava da un lato all’altro del palco con una grazia sconcertante. Sul momento ho avuto la sensazione che di fronte a me non si stesse esibendo una ragazza in carne e ossa, bensì una fata. E il colpo di fulmine è stato immediato. La stessa sensazione mi ha attraversata durante il primo ascolto delle undici tracce che compongono A Different Kind of Human – Step II, pubblicato lo scorso 7 giugno e arrivato a nemmeno un anno dalla pubblicazione dell’EP Infections of a Different Kind – Step I, uscito lo scorso settembre.

It’s quite broad and wide, and my favourite thing about it is that it’s quite schizophrenic. I’m quite an emotional person with many moods. I never know how I might feel on any given day and the album is like that too: it’s quite angry, it’s quite happy, hopeful, sad and playful too

Ogni volta che noi di Noisy scriviamo una recensione abbiamo anche il difficile compito di assegnare una parola chiave che riesca a riassumere in sé il disco. Beh, per questa volta ho deciso di fare uno strappo alla regola e di sceglierne due, che penso calzino a pennello non solo su questo lavoro, ma sul personaggio di Aurora nella sua totalità: puro e politico. In un panorama musicale in cui ormai sembra che i concetti, per riuscire ad avere davvero effetto, debbano per forza essere sbattuti in faccia quasi con violenza, Aurora ha la rara capacità di metterti di fronte alla realtà nuda e cruda delle cose senza dover stilare un elenco di catastrofi o ricorrere a grandi spiegoni, ma creando un mondo musicale quasi fiabesco, ma non per questo edulcorato. Fra i temi che l’artista ha più a cuore c’è senza ombra di dubbio quello dell’ambientalismo, che ricorre in diverse tracce ed emerge in particolare nell’oscura The Seed.

Suffocate me
So my tears can be rain
I will water the ground where I stand
So the flowers can grow back again

Qui i violini fanno da elegante accompagnamento finché il ritmo incalzante non esplode nel coro, dove la voce di Aurora si amplifica in quello che è forse il verso più diretto, rabbioso e angosciante di tutto il disco

When the last tree has fallen and the rivers are poisoned
You cannot eat money

L’artista ha dichiarato che il suo desiderio era che questo disco risultasse più esplosivo e rumoroso di qualsiasi altra cosa avesse mai prodotto prima e che il suo intento è perfettamente riuscito lo si può intuire fin dalle prime due canzoni. L’opening track è la luminosa The River (You can cry, you can cry, you can cry), in cui la voce di Aurora scorre su un tappeto di drum machine e synth elettronici. Il testo ruota intorno alla necessità di non trattenere le proprie emozioni per paura di apparire deboli agli occhi del resto del mondo, ma di trovare la forza di lasciarle confluire per sentirsi meglio.

Don’t forget who you are even though you’re in need
Like a bird in the night, your emotions deserves to be freed

Il primo singolo estratto, Animal, è invece la cosa più vicina a un pezzo dance che Aurora abbia realizzato nella sua carriera. Un brano tanto crudo quanto sensuale, in cui la città viene paragonata ad una vera e propria giungla (Lost in a concrete jungle ) e gli esseri umani, con i loro istinti primitivi e la loro costante brama d’amore, sono descritti come animali perennemente affannati nella ricerca del cibo (I’m an animal, hunting for an animal). Troviamo poi Hunger, con il suo ritornello martellante (All we ever had is hunger) e Apple Tree, caratterizzata da un elettropop che ricorda i motivi orientali e un ritmo trascinante, che ha come tema principale la fiducia nelle nuove generazioni e la volontà di credere nei propri sogni, per quanto utopistici possano sembrare (Let her save the world, she is just a girl. Let him save them all, he is just a boy).

Ci sono poi due brani in particolare che durante l’ascolto danno esattamente la sensazione di star guardando la stessa Aurora dall’interno e di riuscire a scovarne il lato più puro, dolce, idealista e sognatore. Si tratta di Dance on the moon (One day, I will penetrate the earth and explode in motion sounds) e Daydreamer (I know I’m just a girl, but can I change lives? If I am nothing, if I am trying, I think I can).

Il premio per la traccia più interessante e intensa del disco va senza ombra di dubbio alla title track A Different Kind of Human, così delicata da sembrare quasi una poesia. L’intro del brano è una sequenza di Hello? scritti dal punto di vista di alcuni alieni che, arrivati per portare qualcuno nella loro dimensione, si ritrovano ad avere un primo contatto con un diverso tipo di umano (Are you awake or are you sleeping? Are you afraid? We’ve been waiting for this meeting).
Per tutta la durata del brano, gli alieni rassicurano l’umano che è speciale in quanto uno dei pochi ad avere la fortuna di essere stato infettato dalla speranza (It’s time to go, you are infected); proprio per questo non dovrebbero preoccuparsi, perché presto sarà portato in un posto più sicuro, dove potrà vivere per sempre in pace (Come as you are, don’t be scared of us, you’ll be protected).

Il tema della ricerca di mondo idilliaco non è nuovo nella poetica di Aurora e lo si ritrova più volte anche nel corso di questo disco, per esempio nel bridge della penultima traccia, The Seed (Dreaming of a parallel world where nothing ever hurts). Come già accaduto in Forgotten Love, anche in questo brano Aurora ha scelto di inserire alcune frasi cantate in un linguaggio immaginario, probabilmente la lingua del luogo in cui l’umano verrà accompagnato.

Omega hai foleet, Omega hai foleet
Omega toneca, Omega for let in
Omega hai foleet, Omega hai foleet
Omega toneca, Omega for let in

Negli ultimi versi, attraverso un sussurro, Aurora prende il punto di vista dell’umano, che una volta risvegliatosi scopre di non essere più sulla terra (Hello? Hello? Is anyone out there? Am I home? Am I home?). Il brano si intreccia perfettamente con la traccia conclusiva del disco, Mothership, all’interno della quale vengono riprese parti sia del testo che della melodia e in cui l’umano riceve la conferma di trovarsi finalmente a casa.

In it, the world will not hurt
The good ones always die
So that is why we bring them here
Now you are home

A questo proposito, Aurora dice : << I want people to feel like they’re the one. If you listen to the song, you are definitely the special one these aliens are talking to>>.

Insomma, Aurora è la pop star che forse non ci meritiamo e che tarderemo a comprendere davvero, ma di cui abbiamo terribilmente bisogno. La stessa artista ha dichiarato di essere già al lavoro sul suo terzo disco, che andrà oltre qualsiasi cosa abbia mai fatto. Nonostante speri con tutto il cuore che si prenda il suo tempo per lavorare al meglio e regalarci un album degno del suo enorme talento, non vedo l’ora che ci faccia ascoltare qualcosa di nuovo.  Nel frattempo, il 17 luglio farà tappa nel nostro paese per l’unica data italiana del suo tour estivo e si esibirò presso la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione del Roma Summer Festival. Fidatevi, se ne avete l’occasione andate a sentirla live: vi assicuro che non ve ne pentirete e trascorrerete un paio d’ore avvolti nella magia.

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Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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